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Lucia Bellucci, 31 anni, manager. Uccisa dall’ex fidanzato, dopo mesi di stalking, con quattro coltellate al cuore

Pinzolo (Trento), 9 Agosto 2013

lucia

 


Titoli & Articoli

Uccide la ex, il corpo trovato nell’auto (La Stampa – 13 agosto 2013)
Verona, la 31enne era scomparsa venerdì dopo aver cenato con l’uomo
Un avvocato veronese di 44 anni, Vittorio Ciccolini, avrebbe ucciso la sua ex fidanzata Lucia Bellucci, estetista 31 enne di origini marchigiane da poco residente per lavoro nel trentino, e ne avrebbe nascosto il cadavere nella sua auto. La macabra scoperta del corpo senza vita è stata fatta dai Carabinieri a Verona, nel garage della madre del legale, che al momento era in vacanza: una volta aperta l’auto, gli uomini dell’arma hanno trovato la salma di Lucia, seduta sul sedile del passeggero, coperta da un telo. La donna sarebbe stata uccisa da due coltellate al cuore e l’uomo avrebbe tentato di spostare il suo cadavere nel bagaglio, senza riuscirvi: alla fine l’avrebbe lasciato sul sedile di fianco al suo, dopo aver viaggiato con accanto la salma per 400 km, dalla Val di Rendena, nel trentino, fino a Verona.
Vittima e carnefice sarebbero infatti stati visti allontanarsi in quella stessa auto, una Bmw cabrio di colore grigio dopo aver cenato e bevuto al ristorante “Mezzo Soldo” nella località trentina di Spiazzo Rendena, a pochi chilometri da Madonna di Campiglio. Tre giorni dalla scomparsa di Lucia da Pinzolo, tre giorni dalla sua uccisione. Ma soprattutto, tre giorni sui i quali ora si dovrà far luce, per capire cosa sia successo e soprattutto perché: l’avvocato veronese, in stato confusionale, avrebbe confessato l’omicidio.
Secondo alcune testimonianze dopo avere mangiato e bevuto insieme venerdì sera, la coppia avrebbe lasciato insieme il locale a bordo della Bmw di Ciccolini. Oggi, il Comando dei Carabinieri di Trento, alle 11.54 aveva inoltrato un comunicato stampa alle redazioni proprio per segnalare la pubblica scomparsa della Bellucci, unitamente alle fotografie della vittima e dell’avvocato, ora a disposizione del magistrato. Le indagini degli inquirenti alla scomparsa della ragazza, originaria di Pergola, nel pesarese, ma che lavorava come addetta del centro benessere allo Chalet del Brenta a Madonna di Campiglio, si sono indirizzate subito vero l’ex fidanzato, l’avvocato veronese Vittorio Ciccolini, fermato ai bastioni di Verona: l’uomo si trova ora in stato di fermo a disposizione della Procura della Repubblica di Trento che indaga sulla morte della giovane donna. L’interrogatorio si è svolto questa mattina: Ciccolini ha nominato come difensori di fiducia gli avvocati Guariente Guarienti e Fabio Porta.
Alla vista dei Carabinieri Ciccolini si è messo a correre (da qui la prima versione, secondo la quale stava facendo jogging), ma è stato fermato sul posto per accertamenti ed è stato portato in caserma in stato di fermo: in quel momento però non sapeva ancora che il corpo della giovane era già stato rinvenuto.
La vicenda sta sconvolgendo Verona e chi conosceva l’avvocato, iscritto anche nelle liste dei difensori d’ufficio: una persona normale, con la passione per la lettura dei testi filosofici, come Kant, e per il tennis (è iscritto al circolo A. T. Verona e ha fatto parte della squadra degli avvocati veronesi che ha vinto il titolo italiano di categoria). Una persona da cui nessuno si sarebbe mai aspettato un gesto violento, tanto meno questo. Ciccolini avrebbe lasciato alcuni messaggi, anche nello studio legale in cui lavora, con la parola «perdonatemi».
Un epilogo che poteva essere evitato? La vittima, secondo quanto riportano diversi quotidiani locali, aveva fatto recentemente una denuncia per stalking alla procura di Trento, dopo la fine della relazione con l’avvocato, durata due anni.


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In memoria di

Omicidio Lucia Bellucci, la sorella: “Non sono riuscita a salvarla dal mostro” (il Resto del Carlino – 28 settembre 2014)
OTTOCENTOSESSANTA pagine di messaggi solo negli ultimi due mesi. E’ stata una vera persecuzione quella messa in atto dall’avvocato Vittorio Ciccolini nei confronti dell’ex fidanzata Lucia Bellucci (si erano lasciati a fine 2012) nelle settimane che hanno preceduto l’assassinio. A rivelarlo, a pochi giorni dal processo, che si celebrerà l’8 ottobre a Trento, è la sorella della vittima, Elisa: «Ho scaricato sul computer tutti gli sms di Ceccolini che erano contenuti nello smartphone di Lucy inviati dall’inizio di giugno dell’anno scorso al 9 agosto (data dell’omicidio, ndr) e ci ho riempito 860 pagine del programma Word. In pratica 15 pagine al giorno, un’infinità di messaggi, in tutto forse più di 10mila, molti dei quali “pesantissimi”: minacce di suicidio, cattiverie… che poi si trasformavano in parole d’amore per ridiventare subito dopo frasi volte a scatenare sensi di colpa. Sapevo che la “tartassava” e che Lucia ci stava molto male, con ripercussioni anche sulla sua salute, tanto che a volte mi chiamava e mi diceva che aveva il vomito, ma non avrei mai immaginato una cosa del genere. Se solo avessi controllato una volta il telefono di mia sorella quand’era in vita le avrei detto subito di stargli assolutamente lontano e di denunciarlo».
ELISA, poi, ci tiene a precisare un aspetto: «E’ incomprensibile — afferma — che anche di fronte ad un reato cosi grave come un omicidio, spesso donne incolpevoli debbano essere messe sotto esame più di quanto accada all’assassino. Si scava nella loro vita, nel loro passato, quasi si volesse per forza colpevolizzarle di qualcosa. Questo atteggiamento di pregiudizio e di discriminazione è gravissimo. E’ stato commesso il reato peggiore, il colpevole è uno e non ci sono fotoromanzi da raccontare. Mia sorella era una ragazza normale, semplice, dolcissima, adorata da tutti, con una sua storia fatta di momenti belli e brutti, come accade a ciascuno di noi. L’unica sua colpa è stata quella di avere incontrato sulla sua strada un mostro e di avergli dato fiducia. E’ stata attirata in una trappola con l’inganno, facendo leva sul senso di colpa, con il ricatto, con la scusa del “lasciamoci da amici, vediamoci l’ultima volta e poi giuro che non ti stresso più”. Un tranello nel quale donne troppo buone cadono spesso. Ciccolini deve vergognarsi di se stesso e riflettere per il resto della sua vita sul male che ha fatto e che ha dentro di sé. Se fosse realmente pentito, non avrebbe la forza neppure di difendersi e accetterebbe le conseguenze dell’orrore che ha compiuto, perché non solo la vita di Lucia ma anche la nostra vita, mia, di mio fratello Carlo e dei nostri genitori Giuseppe e Maria Pia, è distrutta per sempre a causa sua».
GIOVEDÌ a Pergola, con inizio alle 21,si terrà la fiaccolata organizzata dall’amministrazione comunale in ricordo di Luciache proprio il 2 ottobre avrebbe compiuto 33 anni, poi, l’8, come detto, si celebrerà il processo al Tribunale di Trento a carico di Ciccolini, con rito abbreviato, così come richiesto dai suoi 3 legali. Processo che sarà seguito dal sindaco pergolese Baldelli e al quale parteciperanno il babbo, la mamma, il fratello gemello, la sorella e lo zio paterno della vittima, Alfonso, a cui spettò il drammatico compito del riconoscimento il 12 agosto dell’anno scorso. Ci saranno anche i legali di tutte le parti civili: oltre alla famiglia, l’ex marito di Lucia, Paolo Cecchini; il fidanzato Marco Pizzarelli e l’associazione veronese contro il femminicidio, “Isolina”. (di Sandro Franceschetti)

 

«Ha ucciso la nostra Lucia e chiede scusa in ventisei righe» (Corriere della Sera – 24 maggio 2015)
La madre di Lucia Bellucci e la lettera dell’ex fidanzato killer: «non lo odio, lei lo amava. Ma niente sconti per lui, accetti la pena»
Un bicchiere d’acqua che scivola dalle mani, il rumore del vetro in frantumi e lei immobile, paralizzata dall’angoscia. Era una sera d’agosto di due anni fa, Pia aveva appena capito tutto senza sapere niente: «Mia figlia Elisa mi disse “mamma, Lucia non si trova” e io in quello stesso istante ho saputo che non serviva coltivare nessuna speranza, ho sentito che Lucia era morta». La trovarono tre giorni dopo, era stata uccisa con una coltellata al cuore «perché a strangolarla ho visto che soffriva troppo», spiegherà poi l’assassino, Vittorio Ciccolini, suo ex fidanzato, avvocato penalista veronese con la passione del tennis e delle bugie.
Da allora sono passati molti giorni e poca vita, a casa di Lucia. Lui, 47 anni, è stato condannato a trent’anni in primo grado e il 15 giugno la giustizia riaprirà il suo fascicolo per l’appello. Forse stavolta Vittorio sarà in aula, o magari no, resterà come sempre in cella a studiare filosofia, come sta facendo da mesi, o a dare consigli legali agli altri detenuti. Alla peggio scriverà un’altra lettera come quella ricevuta tre giorni fa dai genitori di Lucia, Pia e Giuseppe Bellucci. Ventisei righe senza cuore, parole di ghiaccio che dovrebbero andare nella direzione di un pentimento non dichiarato.
Eccone un passaggio: «Possa in questo momento attestarvi il compimento, imperfetto ma avviato, dell’uscita da una condizione minorata, al cui interno e per la quale ho agito e dalla quale sono stato agito». «Condizione minorata», in pratica l’autogiustificazione. La prima riga dice: «Stimati Signori». Chiaro il finale: «Con profonda vergogna». Pia l’ha letta, poi ha chiamato sua figlia Elisa: «Non ci ho capito niente. Tu che dici?». E lei: «Dico che a pochi giorni dall’appello mi sembra la disperata ricerca di uno sconto di pena». La madre di Lucia dice che dev’essere proprio così e apre la busta una volta di più. Parla al mittente come se fosse seduto lì, davanti a lei: «Sai cosa ti dico? Io non ti odio. E non ti odio per il rispetto che devo al ricordo di mia figlia, perché lei ti aveva tanto amato. Però mi fai pena. Ci puoi spedire anche tremila lettere ma non credere mai che per noi le tue parole valgano come pentimento profondo. Se fossi davvero pentito rinunceresti a difenderti e diresti “trent’anni mi hanno dato e trent’anni voglio farmi perché è giusto così”. Sei capace di fare questo? Fallo, e poi sapremo che sei davvero pentito».
È tutto tranne che una donna dura, Pia. Ma il dolore ha bisogno delle sue rivincite, anche se la testa china di suo marito Giuseppe, medico condotto del paesino di Pergola, la sua espressione triste, fanno pensare più alla rassegnazione che alla voglia di tornare a vivere. «Per me – dice con un filo di voce – la cosa più dolorosa è il rimpianto di non aver capito che fosse in pericolo. Col passare del tempo ogni tanto arriva un po’ di sollievo, sempre parziale, momentaneo».
Sua moglie dice che è possibile che un giorno lei vada a trovare Vittorio in carcere, Giuseppe scuote la testa, «io no». E se pronunci la parola perdono dice che «quello non tocca a noi umani, che lo cerchi altrove».
Dopo aver ucciso Lucia – era il 9 agosto 2013 – Vittorio abbandonò l’auto con il cadavere nel garage di sua madre, a Verona. I carabinieri lo trovarono tre giorni dopo al parco che faceva jogging. «Ho fatto una cazzata» disse. Lei avrebbe voluto una famiglia, una vita di coppia stabile, e quando capì che per lui non era lo stesso decise di lasciarlo. Un torto irreparabile, secondo l’avvocato tennista. Cominciò a tormentarla. Fino a trecento messaggini al giorno, 10 mila in tre mesi, si scattava «selfie» con la pistola alla tempia («mi ammazzo se non torni con me»), si presentava a sorpresa da lei mentre lavorava (Lucia era una manager e in quel periodo gestiva una spa in un albergo a Madonna di Campiglio). Un tormento infinito. E la sera di quel 9 agosto, chissà spinta da quale pressione e senso di colpa, lei accettò un appuntamento. Li videro cenare in un ristorante vicino a Madonna di Campiglio, lui ordinò la seconda bottiglia di vino quando la prima non era nemmeno a metà. Riportandola in albergo si fermò in un viottolo di campagna…
Pia stringe gli occhi come per mettere a fuoco qualcosa di molto lontano: «Ogni tanto me la immagino nel momento esatto in cui lui ha preso quella stradina… Spero che non abbia visto il coltello». Cercandola trovarono il suo telefonino sul ciglio di una strada. Ricorda Giuseppe: «Noi continuavamo a dirle “denuncialo”, “lascialo”, lei rispondeva sempre: in questo telefonino c’è tutto. Io non cancello niente. E così hanno trovato i messaggi di lui, le risposte di lei, le fotografie». Tutto.
Lucia è seppellita nel cimitero di Pergola. Niente lapide, solo un manto d’erba che Pia coltiva ogni giorno come fosse un piccolo giardino. Sua figlia diceva spesso: «Se muoio sappiate che io nella vita ho avuto tutto, quindi non siate tristi. Solo vi prego, seppellitemi con un pacchetto di sigarette e una bottiglia di vino». Se dopo la morte esistesse un dopo lei oggi potrebbe fumare la sua sigaretta e bere il suo bicchiere di rosso. (di Giusi Fasano)

Omicidio di Lucia Bellucci, parla il padre: «Nessun risarcimento, come se la sua vita non avesse valore» (l’Arena – 22 settembre 2022)
Il 4 ottobre Lucia Bellucciavrebbe compiuto 40 anni. Otto anni fa, il 10 agosto, l’avvocato Vittorio Ciccolini, il suo ex fidanzato la uccise. La loro storia era finita, lui chiese un appuntamento alla sua ex che nel frattempo da Pergola dove viveva in provincia di Pesaro Urbino era andata a lavorare in una Spa in Trentino, lei era estetista. Con la scusa di quell’incontro, poi l’ammazzò.
«Negli anni scorsi, assieme a nostri familiari ed agli amici di Lucia organizzavamo una passeggiata in paese. Era il nostro modo di ricordarla. La pandemia ha fatto interrompere questa tradizione e quest’anno non ci siamo sentiti di riprenderla», dice Giuseppe Bellucci, il padre di Lucia. «Non passa giorno che mia moglie ed io assieme ai fratelli di Lucia, che aveva un gemello, non ci chiediamo come sarebbe stata la sua vita. Vita è una parola grande. Noi abbiamo sempre dato un grande valore a questa parola, ma ci siamo resi conto che invece la vita di nostra figlia non ha avuto un valore per il suo omicida e non ha avuto un valore quantificato dopo che le era stata tolta», riflette papà Giuseppe, «non abbiamo ricevuto alcun risarcimento per la morte di Lucia. Negli anni del processo abbiamo fatto fare accertamenti patrimoniali sul suo assassino ed è risultato che l’avvocato Ciccolini fosse nullatenente. Lui ha tolto la vita a nostra figlia, lui è in carcere, ma non abbiamo avuto nessun indennizzo, avremmo dovuto intentare una causa civile, non ce la siamo sentiti eravamo psicologicamente molto provati. Magari quel danaro poteva servire ad aiutare i fratelli».
Il tempo passa, più per gli altri che per i familiari. «Nel tempo, il dolore è rimasto soltanto nostro. Come è normale che sia», aggiunge il dottor Giuseppe, che era medico, ora è in pensione, «mia moglie un anno o due fa, scrisse una lettera a quell’essere. Non so esattamente cosa gli abbia scritto anche perché non ho voluto leggerla, non ho approvato questa sua decisione. Ma lei aveva sentito la necessità di chiedergli il perché di questo suo gesto. Lui ha risposto. Mi risulta, ma non ho voluto leggere la lettera, che abbia chiesto scusa ma capite bene che sono scuse indotte. Da parte sua non c’è stato alcun gesto spontaneo. Lui sottolineava spesso che «è stato agito» lasciando intendere un vizio mentale, parole senza senso. Durante il processo noi abbiamo temuto che gli venisse riconosciuta la parziale infermità di mente, così non è stato. Io ero un medico condotto forse tra i pochi che ancora avevano la condotta sono andato in pensione lo scorso anno. Andare in pensione non è stato di grande giovamento la professione mi aiutava a non pensare. Immaginavo che la mia vecchiaia fosse diversa, la perdita di un figlio non è un dolore descrivibile, ci convivi non lo superi», conclude(di Alessandra Vaccari)