Mohamed Salem, 55 anni, idraulico, padre. Uccide la figlia a coltellate e la seppellisce nell’orto con l’aiuto della famiglia. Condannato a 30 anni
Sarezzo (Brescia), 11 Agosto 2006
Titoli & Articoli
Accoltellata e seppellita nel giardino di casa (Corriere della Sera – 13 agosto 2006)
Trent’anni di carcere al padre di Hina (Corriere della Sera – 5 dicembre 2008)
Ai due cognati ridotta la pena da 30 a 17 anni. La madre scoppia in lacrime dopo la sentenza: soccorsa dal 118
Il Tribunale di Brescia nella sentenza di appello per l’omicidio di Hina Saleem ha confermato la pena di 30 anni per il padre comminata in primo grado. La ragazza pachistana era stata uccisa nell’agosto del 2006 a Sarezzo. Ai due cognati di Hina è stata invece ridotta la pena, da 30 a 17 anni, mentre allo zio sono stati confermati i 2 anni e 8 mesi. Alla lettura della sentenza la madre della ragazza è scoppiata a piangere ed è poi stata soccorsa dai sanitari del 118.
IL PADRE: LE VOLEVO BENE» – Il padre, prima che la corte si ritirasse per la sentenza, aveva rilasciato una breve dichiarazione spontanea. «Volevo bene a Hina», ha detto il genitore della ragazza condannato in primo grado a 30 anni per il delitto insieme a due generi. Anche uno di loro ha chiesto di poter parlare e, a quanto si è appreso avrebbe detto: «Non ho partecipato al delitto, ero in un’altra stanza, lo giuro su Gesù Cristo».
LA PRIMA CONDANNA A TRENT’ANNI – In primo grado il tribunale di Brescia ha condannato il padre della ragazza e due cognati della giovane a 30 anni di carcere. I tre imputati hanno scelto il rito abbreviato. L’avvocato del padre, reo confesso, ha chiesto le attenuanti generiche contestando l’assenza di premeditazione. I due cognati invece continuano a dichiararsi innocenti in quanto non avrebbero preso parte all’omicidio perché in quel momento stavano guardando la tv. La loro difesa ha chiesto l’assoluzione. L’accusa, invece, ha chiesto la conferma delle condanne di primo grado.
LA VICENDA – Hina Saleem è stata uccisa l’11 agosto del 2006 e sepolta nel giardino di casa, avvolta in un lenzuolo bianco. La famiglia non le aveva perdonato di non essere una buona musulmana: la ragazza era fidanzata con Giuseppe, un ragazzo di 33 anni bresciano e cattolico e conviveva con lui, e aveva tenuto nascosto alla famiglia che aveva un lavoro. In primo grado anche uno zio della ragazza è stato condannato a due anni e otto mesi di carcere per concorso nell’occultamento di cadavere.

Corriere della Sera – 6 dicembre 2008
«Hina non fu uccisa per motivi religiosi» (Corriere della Sera – 18 febbraio 2010)
I giudici: il padre fu spinto da un «patologico rapporto di possesso parentale»
Hina Saleem non fu uccisa da suo padre per «motivi religiosi e culturali», ma piuttosto per «un patologico e distorto rapporto di possesso parentale». Così la Cassazione spiega perché il 12 novembre scorso decise di confermare la condanna a 30 anni di reclusione inflitta dalla Corte d’Assise d’Appello di Brescia a Mohammed Saleem, il padre della giovane uccisa nell’agosto del 2006 perché «viveva all’occidentale».
LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA – «La motivazione dell’agire dell’imputato – si legge nella sentenza n.6587 della Prima sezione penale – è scaturita da un patologico e distorto rapporto di possesso parentale, essendosi la riprovazione furiosa del comportamento negativo della propria figlia fondata non già su ragioni o consuentudine religiose o culturali, bensì sulla rabbia per la sottrazione al proprio reiterato divieto paterno». Per questo, la Suprema Corte afferma di condividere le motivazioni dei giudici d’appello, che hanno negato attenuanti al padre di Hina, concesse, invece, ai cognati della ragazza, condannati in via definitiva a 17 anni (in primo grado erano stati invece inflitti loro 30 anni di carcere). I giudici di Piazza Cavour hanno anche condiviso la sentenza d’appello con la quale veniva disposta una provvisionale, come risarcimento danni, a favore del fidanzato della ragazza uccisa, Giuseppe Tampini «si rileva come la Corte d’Assise d’Appello – si legge nella sentenza depositata oggi – abbia tenuto doveroso conto dei principi giurisprudenziali in punto di rilevanza della convivenza per la legittimazione a fini risarcitori del convivente della vittima di un omicidio: i riferimenti alla protrazione nel tempo della convivenza alla visibilità esterna di tale condizione, al sostegno economico-morale assicurato dal Tampini ad Hina, all’intrapresa comunanza di vita – conclude la Cassazione – attestano un’esatta applicazione dei principi di diritto da parte della Corte di merito con una motivazione immune da sospetti di manifesta illogicità». (Fonte Agi)
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In memoria di
Hina Saleem, uccisa dal padre. Il fratello toglie la foto dalla tomba: «Era troppo spogliata» (Corriere della Sera, 17 novembre 2018)
La ventenne pakistana fu uccisa 12 anni fa a coltellate perché «troppo occidentale». Nei giorni scorsi dalla lapide è stata staccata la sua foto. Il fratello Suleman: «Questioni di decoro»
Non riuscì a trovarla in vita, perennemente combattuta tra la sua voglia di libertà e le pressioni della famiglia, che la voleva una musulmana devota e obbediente. Ma per Hina Saleem non c’è pace nemmeno ora che è morta ormai da oltre dodici anni: ne aveva solo 20 quando nell’estate del 2006 il padre la uccise a coltellate prima di seppellirla con l’aiuto di alcuni parenti nel giardino di casa, a Ponte Zanano di Sarezzo in provincia di Brescia, con il capo rivolto verso la Mecca. Hina adesso riposa nel cimitero Vantiniano, in città. La scorsa primavera un benefattore (anonimo) decise che anche lei doveva avere una lapide, non solo erbacce. E la fece realizzare. Ci sono una stella, la luna, e una dedica: «La tua famiglia». Ma c’era anche una foto di Hina: sorridente, con una canottiera fucsia e i riccioli neri sciolti sulle spalle.
Quell’immagine non c’è più. L’ha «strappata» via il fratello maggiore Suleman, 26 anni: «Non andava bene, non era una fotografia rispettosa» dice, precisando di aver agito da solo «dopo averne parlato con la mia famiglia, la comunità musulmana non c’entra nulla». Anche perché l’Islam, peraltro, vieta i ritratti dei defunti. «Non importa, io non la penso così» ribatte Suleman — di idee più aperte e dall’italiano impeccabile — che ancora ringrazia il benefattore del suo gesto («noi non potevamo permetterci una lapide: a casa siamo in quindici tra parenti e bambini e lavoriamo solo io, che faccio il corriere, e mia madre») ma non cede di un passo: «Sceglierò un’immagine più adeguata e decorosa per ricordare mia sorella, una in cui appare più coperta». Promette che lo farà. E fa un esempio: «Vede, è un po’ come quando vuoi andate in chiesa, mica lo fate in ciabatte e pantaloncini. Ci sono entrato anch’io in una chiesa, sa? Facevo il grest, da ragazzino. E ricordo bene che il parroco ci diceva di coprirci. Il principio è lo stesso: il ritratto di Hina che c’era sulla sua tomba non era rispettoso».
Quando Hina fu massacrata e sotterrata in giardino Suleman era in Pakistan con la madre Bushra. Nella loro casa in Valtrompia era rimasto solo il padre Mohammed, che chiamò a raccolta uno zio materno di Hina (condannato solo per il concorso in occultamento del suo corpo) e i suoi generi per procedere con «l’esecuzione» di una figlia troppo ribelle.
Lo scrisse anche la Cassazione, confermando la condanna a 30 anni per Mohammed: Hina non fu uccisa per «motivi religiosi e culturali», ma per «un patologico e distorto rapporto di possesso parentale». Viveva all’occidentale: conviveva con un fidanzato bresciano, indossava i jeans, le piaceva bere qualcosa ogni tanto o accendersi una sigaretta. Voleva soltanto vivere a modo suo, sperimentando da sola per trovare la strada giusta. Una strada a senso unico che si è irrimediabilmente interrotta proprio nella casa di famiglia, dove fu sepolta la prima volta. Ma ancora Hina non trova pace.




