Hina Saleem, 20 anni, lavorava in una pizzeria. Sgozzata e seppellita nell’orto dal padre con la complicità di due cognati e uno zio
Sarezzo (Brescia), 11 Agosto 2006
Titoli & Articoli
Accoltellata e seppellita nel giardino di casa (Corriere della Sera – 13 agosto 2006)
E’ tornata la madre di Hina. “Mohammed ha fatto giustizia” (la Repubblica – 21 agosto 2006)
La donna è comparsa venerdì nella stazione dei carabinieri “Voglio denunciare mio marito, ha ucciso mia figlia” “Lei non era una buona pachistana”. Ora Bushra è nascosta in una comunità con i suoi tre figli
“Muhammed ha fatto giustizia”. Perché Hina “non si comportava da brava musulmana, anche se suo padre non l’ha mai picchiata, né ha mai abusato di lei”. Bushra, la mamma della giovane pachistana uccisa e sepolta nell’orto di casa dieci giorni fa da suo padre, è comparsa all’improvviso, venerdì pomeriggio, nella stazione dei carabinieri di Villa Carcina. Accompagnata dai tre figli più piccoli, ha detto al piantone all’ingresso: “Voglio denunciare mio marito, ha ucciso mia figlia”. Ai carabinieri che le spiegavano che l’omicidio era già noto e che non serviva la sua denuncia ha risposto: “Da noi si usa così”.
Ora Bushra è nascosta in una comunità protetta, dove nessuno può avvicinarla, con i suoi figli di 17, 12 e 10 anni. Mancano all’appello le sue due figlie più grandi. “Sono rimaste in Pakistan”, ha spiegato. Una delle due è la moglie di Mahmood Zahid, il 27enne terzo uomo della notte del massacro, ancora ricercato. Oggi sarà sentita dal pm Paolo Guidi. Ma il primo verbale, redatto davanti ai carabinieri con l’aiuto di una interprete è un viaggio drammatico nelle parole di una madre che condanna la figlia morta, più del marito assassino. Non chiede di vedere il marito, soprattutto non chiede la restituzione del cadavere della figlia. Spiega solo cosa è successo in questi dieci giorni. Lei era in Pakistan, con parte della famiglia, come ogni estate. “Noi siamo partiti come sempre, mio marito non mi ha comunicato i suoi progetti”, dice laconica.
Che gli uomini di famiglia quest’estate non partissero sembrava scontato: Hina, da quando si era messa a lavorare e da quando frequentava un giovane bresciano, aveva deciso che le sue vacanze non le avrebbe più passate in patria, con lo chador obbligatorio e i tanti parenti intorno. Quindi loro dovevano restare qui, a controllare che non portasse altro disonore alla famiglia. Una copertura ottima, per chi – forse – aveva già deciso un omicidio. La famiglia parte da Malpensa, fa scalo a Londra, arriva a Gujrat, undici milioni di anime. Lì l’Interpol avvia le ricerche, nei giorni convulsi seguiti al ritrovamento del cadavere di Hina, quando i tre assassini – il padre, lo zio e il cognato – erano ancora tutti latitanti. Ma ora Bushra dice che della morte di Hina ha saputo da Internet, non da parenti o amici italiani. E che ha deciso di tornare.
Arrivata all’aeroporto di Linate, è andata subito dai carabinieri: ma questa è una circostanza da verificare, per capire se prima la donna non si sia consultata con qualcuno della comunità pachistana di Brescia. Lì ha raccontato con calma “senza tradire alcuna emozione, senza una lacrima”, dice chi l’ha vista, gli ultimi anni in casa Salem. “Hina non si comportava bene”, ha detto. Hina viveva, vestiva, amava all’occidentale, questo non era un mistero neanche per la sua famiglia, da cui era più volte scappata. Anche quando era arrivata a denunciare suo padre, facendo intendere che aveva più volte provato ad abusare di lei, sua madre non aveva mai preso le sue difese. Una versione che, fino all’altro ieri, era raccontata solo dagli amici di Hina, ma che venerdì pomeriggio – nelle lunghe ore in caserma – la donna non ha smentito.
Chi ha ascoltato il suo racconto ha avuto l’impressione di una donna che cercasse solo di fare il suo dovere, denunciando suo marito. Ma senza alcuna vera accusa nei suoi confronti. La colpa, nelle parole della madre, era di Hina, non di Muhammed. “Non era una buona pachistana, mia figlia”, dietro queste parole c’è la condanna a morte di Hina, che nessuno della sua famiglia ha voluto salvare. (di Oriana Liso)
Hina Saleem una ragazza che voleva solo vivere (il Giornale – 8 febbraio 2011)
Il docu-libro: una narrazione asciutta e durissima per non dimenticare la giovane pachistana
«Cari carabinieri come state? Ma so che state bene. Io no, ho paura che mi mandino da qualche parte. Ho sentito che la mia mamma diceva a mio papà: “Io convincerò Hina ad andare in Pakistan e se non vorrà inventiamo un piano tutti assieme”. Ma non so quale. So solo che mi faranno del male…».
Inizia così il docu-racconto, intenso come un romanzo, firmato da Giommaria Monti e Marco Ventura intitolato Hina. Questa è la mia vita (Piemme, pagg. 304, euro 16). Inizia con le parole di Hina Saleem, la ragazza pakistana che venne macellata con più di venti colpi di arma da taglio dal padre, aiutato dai mariti delle sue sorelle, che poi nascosero il corpo anche con la collaborazione dello zio, Muhammad Tariq.
Il libro, infatti, racconta utilizzando tutta la documentazione disponibile il calvario di questa giovane (culminato nella tremenda nottata dell’11 agosto 2006) che voleva solo vivere come tutte le altre ragazze italiane e non voleva più subire una famiglia oppressiva e men che meno essere rispedita in Pakistan. Ma questa narrazione condotta con prosa asciutta ma appassionata non si limita alla storia del delitto alla ricostruzione dell’omicidio. Fa conoscere da vicino, attraverso la rielaborazione di tantissime testimonianze di chi l’ha conosciuta, la ragazza che per anni ha cercato di costruirsi una vita normale, di tenersi il bello della sua cultura aggiungendoci il senso della libertà dell’Occidente. Per usare di nuovo le sue parole: «Credo in Allah, sono musulmana ma non sono più pakistana… Sono italiana».
La parte più straziante, conoscendo i tremendi esiti della vicenda, è il disperato tentativo di Hina di denunciare la sua situazione, a partire dal 2003. Si era più volte rivolta ai carabinieri e ai magistrati ma alla fine aveva ritirato le denunce. Non ce la fece a sostenere le accuse sino all’ultimo e forse la nostra giustizia non fu abbastanza attenta nell’aiutarla a farlo. (di Matteo Sacchi)
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In memoria di
La triste tomba di Hina, ragazza dimenticata (Giornale di Brescia, lettere al direttore – 29 settembre 2017)
È una domenica di settembre, sono alle 15 al cimitero Vantiniano, per ritrovare la memoria dei miei cari. Una zia è la prima in lista. È sepolta a cinquanta metri dal «riquadro musulmano», mia abituale, ineludibile tappa; fondamentale per la mia coscienza. È nella parte ovest del viale principale. Insieme ad altri connazionali di uguale religione, c’è l’ultima poverissima testimonianza di Saleem Hina, la ragazza abitante della nostra provincia, uccisa dal padre l’11 agosto 2006, sepolta poi nel giardino di casa. Nell’immediatezza dei fatti, Hina viene normalmente ricordata e commentata per il suo ostinato e contestato essere «occidentale» dai media televisivi e giornalistici, dai movimenti femministi radicali e di ultima ora, da religiosi di varie etnie, da politici, da sociologi, psicologi e psicologhe, psichiatri… e da noi comuni mortali. Esattamente come accade ultimamente a giovani raggirate e violentate.
Ora, a suo ricordo, pubblico c’è un praticello trascurato, arido, giallastro, incolto totalmente, piccolo piccolo; se va bene qualche vasetto di plastica rovesciato. Le è stata tolta anche la fotografia, peraltro volante, di cartone, poco visibile. Tanto rumore per nulla? Devo peraltro precisare che altre 16-18 tombe sono più che decorose e seguite dai propri connazionali e non. Dove sono la pietà umana, prima di tutto, le istituzioni, il volontariato; se non ci sono parenti o amici; perché all’epoca ce n’erano e i fiori li portavano eccome, se fotografati! Da allora non è stato fatto nulla: perché non provvediamo per il prossimo novembre? Ho pensato anch’io ad una iniziativa personale, ma ci vuole coraggio, nonostante la buona volontà! Andate a vedere e… capirete. (Paola Bordoni, Brescia)
Gentile Paola, se da un lato la sua segnalazione rattrista proprio per le considerazioni che lei bene esprime, dall’altro sprona a preparare e «costruire» un gesto comune di pietas per Hina. Quella pietas che manifestiamo nell’onorare i defunti e che non è monopolio di un’unica religione, bensì parte costituente del nostro essere «umanità». Di questi tempi si parla tanto di incontro e dialogo con chi ha un’altra cultura e pratica un’altra religione, ma tutto ciò non può reggersi sulle sole parole, per quanto importanti siano. Per dialogare bisogna, infatti, conoscersi, parlarsi, informarsi e anche interagire: per questo servono anche dei gesti. Sarebbe davvero bello perciò se si trovassero delle persone di buona volontà e dei «coraggiosi», cristiani e musulmani, che insieme si facessero «esploratori» di un terreno comune dove ritrovarsi per onorare Hina e, nel suo ricordo, coltivare un futuro condiviso. (g.c.)
Hina e quella tomba abbandonata senza volto e avvolta nell’erba (Giornale di Brescia – 6 ottobre 2017)
Il luogo dove è sepolta la giovane uccisa nel 2006 presenta segni di incuria, segnalati da una lettrice
Afianco di un cespuglio, nascosta dall’erba troppo alta, con dei sassi a segnare il perimetro di una lapide che non esiste e senza nemmeno una foto, c’è la tomba di Hina Saleem. Cimitero Vantiniano, riquadro islamici adulti, fila sei. Qui riposa la ragazza pakistana uccisa nell’estate del 2006 dal padre «perché troppo occidentale». Una tomba praticamente abbandonata a undici anni di distanza dal delitto che aveva sconvolto l’Italia intera, per una storia di cronaca simbolo di integrazione mancata.
«Ora, a suo ricordo pubblico c’è un praticello trascurato, arido, giallastro, incolto totalmente, piccolo piccolo; se va bene qualche vasetto di plastica rovesciato» è la segnalazione di una lettrice pubblicata sul nostro quotidiano nei giorni scorsi. Poche ore dopo la lettera al direttore sul luogo di sepoltura della giovane Hina, uccisa all’età di 21 anni, qualcuno posa dei fiori. Finti, ma pur sempre un segno di presenza. Ma non basta. E ne sono convinti anche i parenti più stretti di Hina.
«Vogliamo onorare Hina con una tomba vera» promette Suleman, il fratello 28enne della ragazza musulmana ammazzata l’11 agosto del 2006. Con la famiglia vive a Lumezzane, nella frazione di San Sebastiano, in un appartamento dove stanno in 15. Madre, fratelli, sorelle, mogli e parenti vari. «Lavoro solo io, questo è il problema. Mancano i soldi, ma ogni mese risparmio quello che posso per costruire a Hina una lapide vera. In marmo». Dopo l’arresto e la condanna del padre a 30 anni di carcere è lui il punto di riferimento del nutrito gruppo familiare. «Nessuno di noi ha dimenticato mia sorella» dice. «Ogni settimana andiamo a Brescia a fare vista a Hina». Gli mostriamo una fotografia scattata poche ore prima, testimonianza dello stato in cui si trova la tomba della sorella. «È vero, non può essere così» ammette. «La foto di Hina però c’era, qualcuno l’ha strappata e assicuro che non siamo stati noi perché se avessimo voluto toglierla l’avremmo fatto dieci anni fa, non certo oggi. Domenica andremo al cimitero e la rimetteremo». In casa l’immagine della 21enne è attaccata sulla parete della camera della sorella più piccola. «Di fatto non si sono conosciute, ma chiede sempre di lei». E poi c’è la madre che non ha mai nascosto di aver perdonato il marito. «Lo ha fatto per noi figli, per chi è rimasto» prova a giustificarla Suleman. La difesa e la promessa. «Mio padre ha sbagliato, ma è stato un gesto di rabbia e null’altro. Purtroppo è andata così» taglia corto.
Nella casa dei Saleem nessuno parla di delitto «di una ragazza che voleva vivere all’occidentale». È una tesi che la moglie del padre assassino e neppure i figli hanno mai accettato. «È stata solo rabbia, Hina poteva fare quello che voleva» racconta il fratello diventato capofamiglia. Nell’abitazione di Lumezzane però tutte le donne vestono con abiti tradizionali, stanno un passo indietro all’uomo. Capiscono l’italiano, ma non lo parlano. «L’Italia è casa nostra e abbiamo ottenuto la cittadinanza» è il pensiero del fratello minore di Hina, cresciuto in fretta dopo l’11 agosto 2006. «E scrivete pure che ogni giorno penso a quello che è successo a Hina e con i risparmi onorerò al meglio la sua memoria». (di Andrea Cittadini)
Uccisa dal padre, ora Hina Saleem ha una nuova tomba (Giornale di Brescia – 18 giugno 2018)
Dodici anni dopo il delitto della giovane pakistana posata la nuova lapide pagata da un benefattore
La foto è quella finita tante volte sui giornali in questi 12 anni. Hina sorridente, con una maglietta rosa e la spensieratezza di una ragazza che sognava di vivere. All’occidentale. E che invece è stata uccisa dal padre padrone che voleva continuare a crescerla secondo la tradizione musulmana. Da pochi giorni nel riquadro islamico all’interno del cimitero Vantiniano c’è una nuova tomba. Quella che un benefattore, che ha voluto rimanere anonimo, ha fatto costruire nel ricordo di Hina Saleem, sgozzata l’undici agosto 2006.
Era stata una lettrice a sottolineare attraverso una lettera al direttore lo stato in cui si trovava il luogo di sepoltura della giovane musulmana, ammazzata a Ponte Zanano con il cadavere occultato dal padre e dallo zio nel giardino di casa in via Dante con la testa rivolta alla Mecca.
Hina Saleem, uccisa dal padre. Il fratello toglie la foto dalla tomba: «Era troppo spogliata» (Corriere della Sera, 17 novembre 2018)
La ventenne pakistana fu uccisa 12 anni fa a coltellate perché «troppo occidentale». Nei giorni scorsi dalla lapide è stata staccata la sua foto. Il fratello Suleman: «Questioni di decoro»
Non riuscì a trovarla in vita, perennemente combattuta tra la sua voglia di libertà e le pressioni della famiglia, che la voleva una musulmana devota e obbediente. Ma per Hina Saleem non c’è pace nemmeno ora che è morta ormai da oltre dodici anni: ne aveva solo 20 quando nell’estate del 2006 il padre la uccise a coltellate prima di seppellirla con l’aiuto di alcuni parenti nel giardino di casa, a Ponte Zanano di Sarezzo in provincia di Brescia, con il capo rivolto verso la Mecca. Hina adesso riposa nel cimitero Vantiniano, in città. La scorsa primavera un benefattore (anonimo) decise che anche lei doveva avere una lapide, non solo erbacce. E la fece realizzare. Ci sono una stella, la luna, e una dedica: «La tua famiglia». Ma c’era anche una foto di Hina: sorridente, con una canottiera fucsia e i riccioli neri sciolti sulle spalle.
Quell’immagine non c’è più. L’ha «strappata» via il fratello maggiore Suleman, 26 anni: «Non andava bene, non era una fotografia rispettosa» dice, precisando di aver agito da solo «dopo averne parlato con la mia famiglia, la comunità musulmana non c’entra nulla». Anche perché l’Islam, peraltro, vieta i ritratti dei defunti. «Non importa, io non la penso così» ribatte Suleman — di idee più aperte e dall’italiano impeccabile — che ancora ringrazia il benefattore del suo gesto («noi non potevamo permetterci una lapide: a casa siamo in quindici tra parenti e bambini e lavoriamo solo io, che faccio il corriere, e mia madre») ma non cede di un passo: «Sceglierò un’immagine più adeguata e decorosa per ricordare mia sorella, una in cui appare più coperta». Promette che lo farà. E fa un esempio: «Vede, è un po’ come quando vuoi andate in chiesa, mica lo fate in ciabatte e pantaloncini. Ci sono entrato anch’io in una chiesa, sa? Facevo il grest, da ragazzino. E ricordo bene che il parroco ci diceva di coprirci. Il principio è lo stesso: il ritratto di Hina che c’era sulla sua tomba non era rispettoso».
Quando Hina fu massacrata e sotterrata in giardino Suleman era in Pakistan con la madre Bushra. Nella loro casa in Valtrompia era rimasto solo il padre Mohammed, che chiamò a raccolta uno zio materno di Hina (condannato solo per il concorso in occultamento del suo corpo) e i suoi generi per procedere con «l’esecuzione» di una figlia troppo ribelle.
Lo scrisse anche la Cassazione, confermando la condanna a 30 anni per Mohammed: Hina non fu uccisa per «motivi religiosi e culturali», ma per «un patologico e distorto rapporto di possesso parentale». Viveva all’occidentale: conviveva con un fidanzato bresciano, indossava i jeans, le piaceva bere qualcosa ogni tanto o accendersi una sigaretta. Voleva soltanto vivere a modo suo, sperimentando da sola per trovare la strada giusta. Una strada a senso unico che si è irrimediabilmente interrotta proprio nella casa di famiglia, dove fu sepolta la prima volta. Ma ancora Hina non trova pace.







