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Giuseppe Piccolomo, “il killer delle mani mozzate”, 56 anni, imbianchino, padre. Seda la moglie con un sonnifero, la cosparge di benzina e la arde viva. Simula un incidente e patteggia un anno e 4 mesi per omicidio colposo. Sei anni dopo viene condannato all’ergastolo per la morte di una pensionata cui aveva mozzato le mani, è indagato anche per l’omicidio di Lidia Macchi. Solo 16 anni dopo le figlie riescono a farlo condannare anche per l’omicidio della propria mamma. Lui si presenta in tribunale con una maglietta in cui ha stampato la foto delle figlie e della moglie uccisa. Condannato all’ergastolo poi annullato per il principio del ne bis in idem

Caravate (Varese), 20 Febbraio 2003


Titoli & Articoli

Morte Marisa Maldera, tutto rinviato. «Vogliamo giustizia per nostra madre» (la Provincia di Varese – 27 maggio 2017)
Morte Marisa Maldera: tutto rinviato al 15 settembre. «Noi abbiamo paura», dicono Tina e Cinzia Piccolomo. Paura che quel «mostro esca e ci faccia del male». Il mostro per le ragazze è il loro padre: Giuseppe Pippo Piccolomo, 66 anni, già condannato all’ergastolo in via definitiva per l’omicidio di Carla Molinari, assassinata nella sua abitazione di Cocquio Trevisago nel 2009 (le furono mozzate entrambe le mani) oggi accusato di aver assassinato la prima moglie, Marisa Maldera, morta nel febbraio 2003 in uno strano incidente avvenuto a Caravate. Piccolomo e la moglie, dopo le 2 di notte, fecero un giro in auto. Auto che trasportava una tanica di benzina. Ci fu un incidente. Piccolomo ne uscì illeso, la moglie morì arsa viva.
«Ci disse – raccontano le figlie – di avere visto la sua pelle scollarsi dal viso». Dopo 14 anni le due ragazze ieri erano in aula: «abbiamo sempre detto che l’aveva uccisa lui – spiegano – ha patteggiato per omicidio colposo a un anno e 4 mesi. Abbiamo sempre detto che era stato lui. Che l’aveva uccisa per poter stare con la lavapiatti». La giovane marocchina sposata da Piccolomo due mesi dopo la morte della prima moglie. Per l’accusa fu un delitto passionale e non solo. C’era anche un’assicurazione «della quale non sapevamo niente sino alla morte di nostra madre», spiegano le figlie.
Ieri, davanti al gup Anna Giorgetti Piccolomo avrebbe dovuto andare incontro al proprio destino: rinvio a giudizio, oppure archiviazione in conseguenza del ne bis in idem, ovvero la norma che vieta che una persona sia processata due volte per lo stesso delitto: Piccolomo patteggiò a un anno e quattro mesi per la morte della prima moglie quattro anni fa. C’è stato un vizio di notifica: al figlio di Piccolomo e Maldera, possibile parte civile, non è stata notificata la convocazione per l’udienza. Tutto rinviato al 15 settembre dunque. «È un’angoscia – dice Tina Piccolomo – è stato lui, noi lo sappiamo. Questo rinvio non fa che angosciarci. Tuttavia ci sono voluti 14 anni: siamo al punto di poter aver giustizia per nostra madre. Quindi rispettiamo il lavoro degli inquirenti». Il 15 settembre il gup dovrà decidere se mandare a giudizio Piccolomo, che potrebbe trovarsi ad affrontare una seconda Corte d’Assise. «Noi sappiamo che è stato lui. E continuiamo a chiedere giustizia. Continueremo a farlo. A prescindere perchè nostra madre merita la verità».

 

Chi è Giuseppe Piccolomo, il killer “delle mani mozzate” condannato all’ergastolo (FanPage – 16 luglio 2022)
In Lombardia lo sconoscono per essere il killer “delle mani mozzate”. La violenza che utilizzò per uccidere Carla Molinari sconvolse tutta la regione. Si trova ora in carcere e condannato all’ergastolo Giuseppe Piccolomo. Il suo nome è legato a all’omicidio del 2009: era il 5 novembre quando uccise con 23 coltellate la pensionata di Cocquio Trevisago, nel Varesotto.  Fu un efferato omicidio: le tagliò la gola con una forza tale da decapitarla e la mutilò mozzandole le mani. Da qui il soprannome del killer “delle mani mozzate”. Perché uccise e perché con tale ferocia ancora oggi è un mistero. Piccolomo dal carcere di Bollate resta in silenzio.
Piccolo non fu indagato solo per l’omicidio dell’anziana Molinari. La Procura lo accusò anche di essere il responsabile delle morte della moglie Marisa Maldera, morta carbonizzata all’interno della sua auto nel 2003. La Corte d’Assise del Tribunale di Varese lo condannò all’ergastolo in primo grado. Tutto cambiò però con la sentenza di secondo grado: la Corte d’Assise d’Appello di Milano annullò infatti la sentenza di primo grado. Per i giudici del capoluogo lombardo “non si può processare due volte un cittadino già condannato per il medesimo fatto, secondo il principio del ne bis in idem”. Per i giudici, dunque, resta valida la pena di un anno e tre mesi decisa nel 2006 durante un patteggiamento tra le parti che stabilirono che la morte della donna si trattava di omicidio colposo. Si era trattato di un incidente per i legali e non di omicidio. La Cassazione ha infine confermato quanto deciso in Appello: Piccolomo non andava riprocessato per lo stesso reato.
Per l’accusa Piccolomo ha ucciso la moglie. L’accusa nel corso delle indagini e del processo ha sempre sostenuto la tesi che Piccolomo potrebbe simulato un incidente. Per gli inquirenti però l’uomo avrebbe sedato la moglie e poi l’avrebbe arsa viva dando fuoco alla vettura con una tanica di benzina. Perché? Il movente – sempre secondo l’accusa – sarebbe da ricercare nella nuova relazione dell’uomo con una giovane lavapiatti del suo ristorante. Piccolomo, una volta vedovo – avrebbe potuto incassare la polizza sulla vita e sposare la giovane. Il patteggiamento tra le parti legali aveva reso il processo nullo. “Processi accompagnati da una pubblica aspettativa di condanna hanno un’altissima probabilità di rendere sentenze ingiuste – aveva detto Stefano Bruno, l’avvocato di Piccolomo -. E voglio precisare che durante il lungo dibattimento non è emerso nulla di nuovo rispetto il quadro probatorio già in essere”.
Piccolomo tra i sospettati per la morte di Lidia Macchi. Giuseppe Piccolomo finì anche tra i sospettati per la morte di Lidia Macchi, scomparsa il 5 gennaio del 1987 e trovata senza vita due giorni dopo in una zona boschiva vicino alla ferrovia di Cittiglio, in località Sass Pinin, in provincia di Varese. Lidia era stata prima violentata e poi uccisa. A far insospettire gli inquirenti furono principalmente quattro indizi: il primo è che le figlie di Piccolomo rivelarono che il padre più volte le aveva minacciate di far fare loro la fine di Lidia Macchi. Secondo, la casa dell’uomo distava solo poche centinaia di metri dal luogo dell’omicidio. Terzo, il corpo di Lidia era stato trovato coperto da un cartone di cui Piccolomo poteva essere facilmente in possesso. Infine il suo identikit coincideva con quello fatto da alcune donne che avevano subìto un tentativo di molestia nel parcheggio dell’ospedale sempre di Cittiglio. Piccolomo però non venne mai processato per la morte di Lidia: i sospetti non trovarono mai prove certe. In più il Dna esaminato dopo l’apertura del caso non corrisponde al suo. La morte della ragazza è uno dei casi irrisolti della Lombardia.

 


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