Valentina Salamone 19 anni, studentessa. Impiccata dall’uomo di cui forse era innamorata o di cui forse sapeva troppo
Adrano (Catania), 24 Luglio 2010
Titoli & Articoli
Nuove tracce di sangue dove fu impiccata Valentina Salamone (Gazzettino Online – 1 aprile 2015)
Dopo due anni e mezzo dall’ultimo sopralluogo – avvenuto nel settembre del 2012 – e a quasi cinque anni dal delitto, i carabinieri del Reparto di Investigazioni Scientifiche sono tornati nella casolare, nei pressi di Adrano, dove Valentina Salamone, 19enne biancavillese, fu trovata morta impiccata con una corda annodata alle travi del tetto il 24 luglio 2010. A distanza di tanto tempo, il maggiore Carlo Romano e il maresciallo Salvatore Spitaleri del Ris di Messina hanno rinvenuto sulle mattonelle della veranda del casolare del sangue.
Al sopralluogo hanno partecipato il biologo docente universitario di scienze forensi generale Luciano Garofano come consulente dei familiari di Valentina e il genetista dell’Università di Roma Tor Vergata Emiliano Giardina, consulente dell’indagato Nicola Mancuso, 32enne, considerato il presunto colpevole, in concorso con altri, della morte della ragazza. Attualmente, non è dato sapere, se il sangue trovato dai bioligi dell’Arma sulle mattonelle sia sangue umano o animale ma, l’elemento più interessante, se si dovesse trattare di sangue umano, è sapere di chi è: di Valentina o dei suoi aguzzini? Le mattonelle, intanto, con le tracce sono state esportate e trasportate a Messina, nel laboratorio di Biologia del Ris, per gli accertamenti e le varie analisi. (di Orazio Vasta)
“Vogliamo tutta la verità su chi uccise Valentina” (La Stampa, 11 febbraio 2021)
I genitori della Salamone: troppe bugie. Il mistero di uno sconosciuto sulla scena del crimine. La diciannovenne catanese fu ritrovata impiccata, ma il Ris evidenziò che non si trattava di un suicidio. Il processo di primo grado ha visto la condanna all’ergastolo di Nicola Mancuso, che aveva una relazione con la ragazza. Sotto le scarpe della vittima c’era il materiale biologico di un secondo uomo che non è mai stato identificato. (I grandi gialli, da Specchio)
Nella stanzetta di Valentina da dieci anni non dorme più nessuno. La camera è rimasta identica a sempre, come se questa splendida ragazza dagli occhi verdi, la passione per il ballo caraibico e il cuore dedito agli altri, potesse tornare all’improvviso. Alle pareti sono appesi i lavoretti in pasta di sale, le mascherine che realizzava con i disabili di Biancavilla, grande paese alle falde dell’Etna dove viveva. Al centro del letto, tra una montagna di peluches, spunta il cuscino preferito che Valentina amava stringere. Sulla federa è impressa la foto che la ritrae insieme a Jessica, la migliore amica di due anni più grande, costretta a muoversi in sedia a rotelle. Ma per loro, la deficienza motoria non costituiva un problema. Valentina la portava sempre in giro. E su e giù per via Vittorio Emanuele, piazza Annunziata, i pub, poi al cinema, i succhi di frutta, le risate sui passi imparati alla scuola di ballo. Valentina voleva diventare assistente sociale. Solo che il diploma dall’istituto medico psico-pedagogico “Lucia Mangano” di Catania è arrivato a casa quando questa ragazza di 19 anni era ormai stata trovata impiccata fuori dalla villetta di Adrano, dove stava trascorrendo qualche giorno in compagnia di amici, era il 24 luglio 2010.
Da quel giorno papà Antonino, 66 anni e mamma Giuseppina, una coppia di persone semplici, schiette, genuine sopravvivono inghiottiti dall’attesa di una verità definitiva. Sono passati quasi undici anni tra depistaggi, menzogne, finti suicidi e inchieste lasciate a metà ma loro, insieme agli altri quattro figli e al loro difensore Dario Pastore, una sorta di angelo custode, non hanno mai arretrato. Proprio da quando furono chiamati alla villetta degli orrori, l’inizio dell’incubo. «Venite, venite, è accaduta una disgrazia – dicevano – vostra figlia si è tolta la vita». Due impiegati dell’Enel avevano trovato il cadavere appeso al lamierato della veranda. La guardia medica di turno, un pediatra, constatò il decesso, senza l’intervento di un medico legale, rinviando l’esame autoptico solo a sei giorni dopo. Esterrefatti, i genitori arrivarono lì con incredulità crescente, che si è presto trasformata in dubbio, sospetto e rabbia quando hanno ricevuto il corpo della figlia, sorprendentemente già adagiato in una bara bianca, la corda ancora al collo, i vestiti infilati in un sacchetto, la casa tutta pulita.
Cos’era successo? Da tre mesi la ragazza coltivava un amore segreto con Nicola Mancuso, quasi dieci anni più grande di lei, sposato, tre figli e sotto inchiesta per stupefacenti, tanto da venire poi condannato definitivamente a 14 anni di carcere, con rito abbreviato, come organizzatore di un traffico di droga.
Valentina era nata a Biancavilla ed è morta ad Adrano: sono due dei tre paesi che con Paternò formano il cosiddetto “Triangolo della morte”. Una zona ad altissima densità mafiosa. Insomma, la relazione sbagliata in tutto, vissuta in silenzio, e nessuno in famiglia che ne sapesse niente: «Non ce l’aveva confidato – spiega ora Agata, una delle sorelle – era un rapporto clandestino».
Negli ultimi giorni però l’incantesimo si era rotto. Mancuso voleva allontanare Valentina. La moglie Piera aveva scoperto tutto, telefonava alla giovane: «… È stato detto che mio marito andava dietro a questa ragazza – dirà alla trasmissione “Quartogrado” nel giugno del 2019 -, ma è pur vero che anche lei andava dietro a mio marito, pur sapendo che era un papà di tre figli e sposato…». Come se non bastasse la ragazza, invece, era percepita da Nicola come pericolosa: aveva sparso tra le amiche dell’amante la voce che era rimasta incinta, quando non era vero. Insomma, lui pensava di aver vissuto un’avventura, per lei, invece, le cose stavano diversamente. «Era una relazione – spiegherà poi il pubblico ministero in aula – che aveva come finalità soltanto quella di portarsi a letto Valentina, ma la ragazza questa cosa non l’aveva capita e pensava di poter costruire una relazione stabile con Mancuso».
Così, la sera prima del rinvenimento del corpo, si tiene una festa nella villetta. La tensione cresce. Valentina si sente trascurata e scoppia in una scenata di gelosia quando vede una ragazza parlare con Mancuso: «Nicola è cosa mia», le urla. Ma si ritrova sola e isolata. In tanti le voltano le spalle, sembrano dalla parte di Nicola, ormai furente: «Ora la deve finire o la faccio finire io – avrebbe detto, secondo il ricordo di un’amica – mi sta creando troppi problemi, basta, deve essere una cosa definitiva». Si tratta però di dettagli che emergeranno solo mesi, anni dopo. Torniamo quindi ai giorni dopo la morte della ragazza.
Ai genitori viene detto e ripetuto che si tratta di suicidio. Tanto che l’inchiesta dei carabinieri e della procura di Catania si conclude con un’archiviazione: la giovane tormentata dal cuore si è tolta la vita.
La versione è confermata anche dai verbali di alcuni partecipanti alla festa – che quindi conoscevano Valentina da pochi mesi – secondo i quali era una ragazza triste che avrebbe potuto togliersi la vita. Ma troppe cose non tornano.
«Ho incontrato i genitori di Valentina ai primi del 2012 – ricorda Simone Toscano di “Quartogrado”, il giornalista che ha contribuito a far riaprire il caso – Erano disperati perché il fascicolo sulla morte della figlia era parcheggiato su una scrivania. Leggendo le carte ho visto che c’erano troppe cose che non tornavano. Il giorno dopo la morte avevano ripulito la villetta, Valentina era stata fatta trovare già deposta in una bara, macroscopiche bugie raccontate dai ragazzi e poi le foto del corpo: chi si è suicidato non ha quei lividi, quelle ferite, un’unghia rotta…». E così Toscano ascolta e manda in onda le contraddizioni di chi era in quella casa, le antinomie, le superficialità. La procura generale di Catania avoca a sé l’inchiesta.
I Ris di Messina esaminano la villetta di Adrano e scoprono come il suicidio sia stato simulato. Innanzitutto, Valentina nemmeno poteva raggiungere la trave dove far passare la corda per impiccarsi. Provano a replicare la situazione con Roberta, una ragazza alta come la vittima, un metro e 62 centimetri. Dagli archivi della compagnia dei carabinieri di Paternò si recupera una scatola sigillata contenente i vestiti della ragazza che si riveleranno fondamentali, soprattutto i sandali con il tacco di otto centimetri. Un paio di scarpe identiche vengono ora indossate da Roberta. La ragazza prova a salire sulla sedia trovata vicino al cadavere di Valentina, e ci si accorge che mancano ben 45 centimetri tra i palmi delle mani e la tettoia del lamierato. Roberta con grande difficoltà riesce e far passare la corda intorno alla trave in ferro, ma non riesce a stringere il nodo, una “gassa d’amante” da pescatori, che non essendo scorsoio porta a escludere che sia stato fatto in un momento antecedente.
Infine la svolta dei biologi dell’Arma: isolano sotto la suola della scarpa sinistra otto tracce di dna misto di Mancuso e della vittima, ma anche due di sangue solo ed esclusivamente dell’uomo sotto inchiesta. Una di queste presenta 8,14 «miliardi di miliardi di probabilità di appartenere solo a lui, piuttosto che ad uno sconosciuto». Studiando la morfologia ellittica delle macchie ematiche (con la Bpa, Bloodstain Pattern Analysis), si ipotizza una scansione della tempistica dell’omicidio e della successiva messinscena. Infatti, le macchie segnano quattro diversi momenti: prima un «evento traumatico che ha cagionato la lesione dell’alluce destro con abbondante fuoriuscita di sangue – scrivono gli inquirenti – poi lo stazionamento del corpo in posizione supina per il tempo necessario affinché si originasse la colatura e che la stessa si coagulasse; quindi il posizionamento del corpo dove è stato rinvenuto; infine, la genesi degli schizzi di sangue sulla scarpa sinistra per opera di terzi». In pratica, la goccia di sangue persa dall’alluce destro, e scivolata lungo la scarpa, dimostra che il corpo insanguinato della ragazza è stato steso per terra e poi appeso al cappio.
Per l’accusa significa che l’uomo, finita la festa, è tornato nella villetta, ha avuto una colluttazione con la vittima (segni sui vestiti e sul corpo di lei) e si sarebbe ferito mentre la uccideva. Ancora, secondo i tabulati telefonici, Nicola si trovava nella villa in un orario in cui lui invece raccontava di essere già arrivato a casa. La difesa prova a sostenere che quelle tracce potrebbe risalire a un tempo precedente, ma “Quartogrado”, con Simone Toscano, scopre che Valentina aveva ricevuto quelle zeppe da una sorella proprio il pomeriggio prima di essere uccisa.
La Corte d’assise di Catania condanna l’amante all’ergastolo il 27 giugno 2019, lasciando però un grande punto di domanda tuttora insoluto: in tre tracce compare un soggetto mai identificato e indicato dal Ris come “Maschio Uno”. Tra l’altro nella macchia 181 lo si ritrova anche insieme al dna di Mancuso e a quello di Valentina. C’era quindi un altro uomo sulla scena del crimine? La procura generale con il sostituto Antonio Nicastro ne è convinta e l’indagine prosegue. Il processo d’Appello si sta ora concludendo: il sostituto procuratore generale Maria Concetta Ledda ha chiesto la conferma dell’ergastolo: «È una verità per noi incontrovertibile, resa possibile grazie alla prova scientifica del Ris, che non è rimasta intaccata dalle consulenze della controparte e che anzi è stata suffragata dalle indagini tradizionali, chiudendo così il processo. La traccia del dna, così come l’impronta digitale, è una prova piena e certamente non indizio». La sentenza è prevista per aprile. Poi la Cassazione dovrebbe mettere la parola fine a questa tragedia. Almeno da un punto di vista giudiziario. Due ergastolani già ci sono, sono i genitori di Valentina che in questi anni hanno rischiato persino di morire di crepacuore: nel 2015 Antonino è stato colpito da un infarto «per la tensione, lo stress e l’ansia – spiega – tanto che da quel giorno non lavoro più. Prendo 280 euro al mese di invalidità e spero di trovare pace». Sua moglie, invece, tre anni fa è stata colpita da un ictus, che le ha lasciato evidenti ripercussioni nell’eloquio: «Parlavano male di mia figlia – mormora – che non era amata in famiglia, quanta cattiveria! Ho avuto un mancamento, ma finché sarò in vita farò di tutto per arrivare alla verità». (di Gianluigi Nuzzi)
Link
In memoria di
Valentina Salamone, chi era la giovane uccisa nel 2010? Età alla morte, fidanzato, Nicola Mancuso, suicidio e ultime notizie (Donna Pop – 3 maggio 2022)
La storia di Valentina Salamone ha dell’incredibile e purtroppo non nella sua accezione positiva. Cosa è successo a questa ragazza?
Valentina Salmone è morta il24 luglio del 2010; il corpo della diciannovenne è stato rinvenuto ad Adrano, nella provincia di Catania. La ragazza è stata ritrovata appesa per la gola a una trave, ma cosa le è successo? Nonostante si sia pensato subito a un suicidio, Valentina è stata in realtà brutalmente uccisa dal suo ex fidanzato Nicola Mancuso. Perché?
Valentina Salmone aveva con Nicola Mancuso una relazione che andava avanti da diverso tempo: l’uomo – sposato e padre di tre figli – non riusciva più a sostenere le attenzioni e le richieste della ragazza diciannovenne. La storia fra loro era diventata per il 33enne scomoda e fastidiosa; il fidanzato di Valentina è per giunta un pregiudicato e il suo cognome – Mancuso – viene associato all’omonima cosca mafiosa.
La ragazza ha perso la testa per lui e vuole vivere un futuro roseo e pieno di amore, ma questo non è possibile. Per fargli pressioni e spingerlo a lasciare la sua famiglia, Valentina Salamone gli confessa di essere incinta, anche se in realtà questo non è vero. Il penultimo weekend di luglio, quindi, la ragazza e Nicola Mancuso si recano a una festa in una villetta nella periferia di Adrano. La mattina dopo, però, lei non torna a casa e non risponde nemmeno al telefono.
Il cadavere di Valentina Salamone viene ritrovato sabato 24 luglio 2010 da un operaio dell’Enel che lavorava all’sterno del casolare dove si era tenuta la festa. La ragazza viene trovata impiccata a una tettoria di lamiera del fabbricato, con indosso un paio di pantaloncini, un top e delle zeppe. Una delle sue mani è intrecciata alla corda, quasi come se avesse provato a liberarsi dalla sua morsa mortale.
La Polizia indaga sullo strano decesso di Valentina Salamone, ma suo padre Nino e sua madre Pina sono ancora ignari di quanto successo. Solo nel pomeriggio verranno a conoscenza di ciò che è successo alla loro figlia, già ricomposta dentro una bara. Gli inquirenti dicono che la ragazza si sia suicidata e ridanno indietro i suoi vestiti ai genitori distrutti dal dolore. Nonostante l’arrivo di questa orribile notizia, però, Nino e Pina sanno che quegli indumenti saranno cruciali per le indagini. Sotto al tacco delle scarpe, infatti, vengono ritrovate tracce di sangue e materiale organico: facendoli analizzare scoprono che si tratta di un DNA maschile. Pochi mesi dopo la sua archiviazione, per fortuna, l’indagine viene aperta nuovamente dalla Procura di Catania.
Gli amici di Valentina non ricordano cosa sia successo quella sera nella villa della festa oppure dicono di non saperlo, ma il traffico telefonico parla chiaro. Nicola Mancuso e la Salamone erano amanti, lo dicono i tabulati e le testimonianze di alcuni presenti. La ragazza si era ormai convinta di dover portare via l’uomo da sua moglie Piera, la stessa che – però – ha sempre difeso suo marito strenuamente:
Mio marito si è ritrovato in questa festa, ma c’erano altre persone. Dicono che mio marito andasse dietro a questa ragazza, ma anche lei andava dietro a lui pur sapendo che era sposato e padre di tre figli.
Il DNA ritrovato sotto le scarpe di Valentina Salamone, però, appartiene proprio a Nicola Mancuso. Questo dettaglio rende la sua presenza contestuale alla morte della ragazza. In poche parole: il 33enne pregiudicato era lì mentre la ragazza moriva. Secondo la Procura, infatti, la diciannovenne sarebbe stata picchiata e poi stritolata in quel cappio, fino a che non è morta. La mano sulla corda inoltre prova che ha lottato, sperando di liberarsi dalla morsa.
Nicola Mancuso è in carcere quando viene rinviato a giudizio, ma si trova lì non per l’omicidio della sua amante Valentina Salamone, bensì per traffico di droga. Quest’accusa gli costerà 13 anni di prigione. Il processo per l’omicidio della ragazza, invece, comincia nel 2016 e nel 2019 la Corte d’Assise di Catania lo condanna all’ergastolo per l’assassinio di Valentina, con aggravanti degli abietti e futili motivi. A incastrarlo, oltre al test del DNA, anche una sua confessione fatta al compagno di cella: “Meglio la famiglia sua che la mia.” (di Lucrezia Carnevale)
Valentina Salamone, il ricordo che resta vivo (Italiani.it – 25 novembre 2023)
Oggi è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Una commemorazione sentita da molte associazioni, realtà socio-culturali, nonché dai singoli individui. L’intento è lasciare un fermo segnale di opposizione alla violenza contro le donne, che continua a persistere. Valentina Salamone, nata e cresciuta a Biancavilla, è stata vittima di femminicidio il 24 luglio 2010. Dopo un lungo periodo di archiviazione del caso, la verità è emersa. Con ItBiancavilla raccontiamo tutta la triste vicenda, grazie alla collaborazione e disponibilità della sorella Claudia.
Valentina Salamone conosce Nicola Mancuso nel maggio 2010. Secondo la ricostruzione dei fatti tra i due vi era una relazione “clandestina”, in quanto lui era sposato. Di lì a qualche mese, a luglio, la tragedia. Valentina è stata trovata impiccata in una villetta nei pressi di Adrano. I primi anni il caso ha trovato archiviazione come suicidio. L’uccisione di Valentina è avvenuta nel corso di una festa. Poiché svelare cosa era accaduto realmente sarebbe stato veramente scomodo, soprattutto per certe figure coinvolte, chi è stato alla festa ha insabbiato le prove.
Ma Claudia Salamone, le sorelle, il fratello e i genitori hanno deciso di conservare gli abiti che Valentina ha indossato durante il delitto. Questa l’unica prova rimasta, ma veramente schiacciante e incontrovertibile. Tracce di sangue sono state ritrovate negli abiti e sotto le suole delle scarpe, il cui DNA è di Nicola Mancuso e di un altro assassino ancora non identificato.
Il caso è stato ripreso nel 2012, dopo un anno Nicola Mancuso è stato arrestato per spaccio ed estorsione nel corso del blitz “Binario morto”. Ma cade l’accusa di omicidio nei confronti di Valentina Salamone. Claudia spiega che la determinazione da parte sua e di tutti i familiari ha permesso l’emersione della verità dei fatti. Riprendono le indagini, divenute sempre più dettagliate. Dopo la condanna dalla Corte d’assise d’appello di Catania, il 28 gennaio arriva la sentenza definitiva. La Cassazione condanna Mancuso all’ergastolo in misura definitiva. Il capo d’imputazione è omicidio pluriaggravato in concorso. Una giustizia, come sostiene Claudia Salamone, compiuta a metà. L’altro assassino, ancora, non ha trovato identificazione. La famiglia di Valentina potrà considerare il crimine completamente punito solo nel momento in cui verrà trovato l’altro omicida.
Chi era Valentina Salamone. Claudia descrive la sorella come una ragazza dalla totale vitalità. Valentina aveva molte qualità, come la generosità e la spensieratezza. Frequentava l’Istituto “Lucia Mangano” di Catania, indirizzo scienze sociali, poiché voleva divenire assistente sociale. Questa la sua manifestazione di sensibilità verso il prossimo, oltre a fare volontariato in varie associazioni, come per i/le diversamente abili. Qui conosce Jessica Fortunato, l’unica amica sincera che dopo la morte la onora, mantenendone la memoria. Tutte le altre che Valentina ha considerato amiche al momento dell’assassinio si dileguano, manifestando totale indifferenza. Questo è un aspetto che ha lasciato sgomenta Claudia: è mancata la solidarietà femminile. Risulta fondamentale il sostegno reciproco tra donne, un mezzo importante per contrastare la violenza poiché ci si aiuta. Inoltre l’indifferenza tra le donne è anch’essa prodotto del patriarcato, poiché, secondo questo, esse devono restare divise e in competizione tra loro. Valentina Salamone era campionessa di ballo, in particolare caraibico, latino e da sala. Le sarebbe piaciuto essere una modella, poco prima di morire si era presentata ad un provino. L’esito positivo l’avrebbe fatta andare a Roma. Una giovane di 19 anni che era una forza della natura, con uno slancio vitale molto alto. Claudia la ricorda con tanto affetto e continua a battersi affinché venga riconosciuto l’assassino ignoto.
Cosa ha lasciato il caso di Valentina. I pm hanno dichiarato che il movente era “passionale”. Un’interpretazione distorta nel riconoscere la violenza maschile sulle donne. Claudia rispetta le sentenze giudiziarie, ma ritiene che la verità sia un’altra. Secondo la sorella Mancuso ha ucciso Valentina perché conosceva qualcosa di subdolo rispetto ai traffici illeciti di droga e estorsione. Quindi Claudia ritiene che non ci sia stata neanche una relazione sentimentale. A ogni modo il delitto costituisce uno degli innumerevoli casi in cui la voce delle donne viene spenta. Essa diviene scomoda perché ha il coraggio di andare oltre il potere maschile, tossico e mortifero.
La morte di Valentina Salamone, sempre secondo Claudia, non è stata vana. Nel più recente caso di Vera Schiopu, dello scorso agosto, le dinamiche sono analoghe. Fatto passare anch’esso dapprima per suicidio, si è compreso che in realtà non è stato così.
Oggi Claudia va all’aula consiliare di Maniace per parlare di femminicidio; incontri di sensibilizzazione cui si reca come testimone per prevenire la violenza sulle donne. Claudia ritiene che non bastano le panchine o le scarpette rosse, esse sono autoreferenziali. Occorre un cambiamento radicale della mentalità, ancora intrisa dai retaggi patriarcali. Partire dall’infanzia con l’educazione all’affettività e ai sentimenti. Riconoscere, secondo Claudia, l’uguaglianza tra donne e uomini in termini di diritti e la differenza legata al sesso biologico. Solo partendo da un modello educativo più sano, scevro dagli stereotipi di genere, può sussistere la prevenzione e quindi ridurre, fino a poterli azzerare, i casi di violenza contro le donne. Inoltre Claudia ritiene che, nel momento in cui avviene una denuncia da parte di una donna, gli interventi debbano essere tempestivi, evitando così le fini tragiche. I ragazzi e gli uomini devono capire che la donna ha una propria soggettività, quindi accettare quando ricevono risposte non corrispondenti alla loro volontà. Valentina Salamone resta nel cuore dei familiari, in chi l’ha conosciuta. Biancavilla la ricorda con tanto affetto, conservandone la memoria. (di Angela Strano)




