Sara Campanella, 22 anni, studentessa. Uccisa a coltellate da un pretendente respinto
Messina, 31 Marzo 2025
Titoli & Articoli
Sara Campanella uccisa con cinque coltellate, non è riuscita a difendersi (Messina Today – 5 aprile 2025)
I risultati dell’autopsia effettuata nel pomeriggio all’obitorio del Policlinico sul corpo della 22enne palermitana. Fatale la lesione al collo, ferite anche alla schiena
Cinque coltellate tra schiena e collo. Tanto è bastato per uccidere Sara Campanella, la studentessa 22enne morta lo scorso 31 marzo dopo l’aggressione subita dal collega di università Stefano Argentino, reo confesso del delitto. Nel pomeriggio si è svolta l’autopsia sul corpo della ragazza. Oltre quattro ore di analisi condotte dal medico legale Elvira Ventura Spagnolo che ha ricevuto l’incarico dalla Procura di Messina. In sala anche il dottor Antonino Bondì, consulente della famiglia Campanella assista dagli avvocati Salvatore Marino e Cettina La Torre. A risultare fatale la lesione ai vasi del collo, questa la causa della grave emorragia che in pochi minuti ha portato alla morte Sara che non è riuscita a difendersi. Importanti anche lesioni riscontrate sul dorso, segno che inizialmente voltava le spalle al suo aggressore. I disperati tentativi dei tre infermieri che hanno dato la prima assistenza sul marciapiede e poi le manovre di rianimazione al pronto soccorso del Policlinico non sono purtroppo servite a nulla.
Non è ancora certo cosa tenesse in mano Argentino quel pomeriggio. Un coltello, verosimilmente, a giudicare dal tipo di lesioni riscontrate sul cadavere e dal recente ritrovamento dei carabinieri sul luogo del delitto. Ma il 26enne, durante l’interrogatorio di garanzia in cui si è dichiarato colpevole, non ha fornito alcuna spiegazione sulle modalità dell’omicidio. Un quadro completo lo si avrà tra 45 giorni, questo il tempo necessario ad avere i risultati degli esami istologici dei tessuti prelevati durante l’autopsia. La Procura intanto continua a indagare, titolari del fascicolo il pubblico ministero Alice Parialò e l’aggiunto Marco Colamonici con la supervisione del procuratore capo Antonio D’Amato. Stamane i carabinieri hanno posto sotto sequestro l’appartamento in pieno centro dove Argentino viveva da fuori sede durante il periodo universitario. In quella casa, che nei prossimi giorni verrà attentamente analizzata dagli uomini del Ris, il giovane non è tornato quel 31 marzo, ha scelto di nascondersi nella sua Noto in un B&B, raggiunto in auto con i genitori dopo aver minacciato il suicidio. Lì è stato rintracciato dai militari in nottata e portato in carcere a Messina. Gli investigatori continuano a indagare sui fatti di quel pomeriggio.
La salma di Sara nelle prossime ore verrà dissequestrata e restituita alla famiglia. Domani, 5 aprile, tornerà a Misilmeri. Il giorno dopo verrà allestita la camera ardente aperta a tutta la cittadinanza all’interno della chiesa delle Anime Sante. Lunedì 7 aprile, ore 11, nella chiesa di San Giovanni Battista sarà celebrato il funerale dall’arcivescovo Corrado Lorefice. Quel giorno il sindaco Federico Basile ha proclamato il lutto cittadino. (di Andrea Castorina)
Femminicidio Sara Campanella: la vittima era riuscita ad avviare una registrazione audio durante l’aggressione. Nel telefono dell’assassino le possibili prove di premeditazione (Vanity Fair – 26 luglio 2025)
Sul telefono della studentessa 22enne uccisa a Messina c’è la registrazione audio di quei momenti fatali. Nel telefono di Argentino trovate invece ricerche per effettuare l’aggressione
Il prossimo 10 settembre inizierà a Messina il processo contro Stefano Argentino, il 27enne accusato del femminicidio di Sara Campanella, la studentessa di 22 anni uccisa a coltellate il 31 marzo 2025 nei pressi del Policlinico universitario. Il procedimento si svolgerà con giudizio immediato, mentre la Procura ha depositato nelle scorse settimane gli atti dell’indagine, che contengono nuovi elementi emersi dall’analisi dei dispositivi elettronici sequestrati.
Tra questi, una registrazione audio che la giovane sarebbe riuscita ad avviare pochi istanti prima di essere colpita a morte. L’audio – ora agli atti e coperto da segreto istruttorio – conterrebbe i momenti concitati del femminicidio e potrebbe costituire una prova chiave nel processo, documentando in tempo reale quanto accaduto. Secondo quanto riportato dal sito Fanpage.it, si sentirebbero chiaramente i colpi inferti da Argentino su Sara Campanella e i suoi tentativi disperati di chiedere aiuto, registrati anche dalle videocamere di sorveglianza del distributore di benzina lì vicino.
La dinamica dell’omicidio si ricostruisce attraverso le immagini delle telecamere e le testimonianze. Quel pomeriggio Sara, che era perseguitata da Argentino da due anni, era appena uscita da una lezione universitaria quando si è accorta di essere seguita. Ha inviato un messaggio vocale alle amiche, preoccupata, chiedendo di essere raggiunta il prima possibile perché: «Sono con il malato che mi segue». Poco dopo, le telecamere del Policlinico e di una struttura ricettiva vicina mostrano Argentino raggiungerla e iniziare un confronto. Le immagini successive, riprese da una stazione di servizio, documentano l’aggressione: Argentino avrebbe rincorso la ragazza, afferrandola alle spalle mentre lei cercava di fuggire.
Nel frattempo, Sara Campanella sarebbe riuscita ad attivare la registrazione sul telefono. Pochi istanti dopo, veniva colpita più volte con un coltello. Ferita gravemente, ha provato a camminare per qualche metro prima di accasciarsi ed essere soccorsa e portata nel vicino ospedale. Intanto dalle indagini emergono ulteriori dettagli che rafforzano l’ipotesi della premeditazione. Argentino, collega di corso di Sara Campanella, da tempo la perseguitava con messaggi e appostamenti.
Nel suo telefono i carabinieri hanno rinvenuto una foto della giovane, modificata con segni di sfregio e accompagnata da una frase minacciosa. Non solo: risalirebbero ad alcuni mesi prima dell’omicidio le ricerche online effettuate dall’imputato, focalizzate su immagini anatomiche della gola, la stessa zona in cui Sara è stata colpita.
Sempre nel dispositivo di Argentino sono state trovate prove di un acquisto online di un coltello, compatibile – secondo i medici legali – con le ferite riportate dalla ragazza. La confezione dell’arma è stata rinvenuta nella sua abitazione, ma il coltello non è mai stato ritrovato. L’inchiesta, coordinata dal procuratore capo Antonio D’Amato e dalla sostituta Alice Parialò, ha portato alla richiesta di giudizio immediato. Il giudice per le indagini preliminari ha respinto l’istanza della difesa – rappresentata dall’avvocato Giuseppe Cultrera – che chiedeva una perizia psichiatrica sull’imputato. I familiari di Campanella sono assistiti dall’avvocata Cettina La Torre. Il processo si terrà davanti alla Corte d’Assise di Messina e inizierà il 10 settembre.
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In memoria di
Sara Campanella, quando la rabbia e il dolore bruciano (il Manifesto – 5 aprile 2025)
«Messina ti chiede scusa»: così il biglietto incollato a uno dei pali della luce, sopra il peluche più grande e una fila di fiori, nella strada in cui Sara Campanella è stata ammazzata, a ridosso del centro di Messina, viale Gazzi tra lo stadio e l’ospedale.
«L’abbiamo fatta mille volte, ti ricordi?», «La mattina passo di lì per andare al lavoro ma non riesco più, allora preferisco allungare e passare da sopra», «Se davvero ti fermi a quell’angolo, per favore prega anche per me»: i messaggi sul mio telefono, in questi giorni, sono di questo tenore. Viale Gazzi è la strada degli studenti del Policlinico che di lì scendono verso il mare per tornare a casa o andarsene in uno dei locali centro a chiudere nell’allegria dei vent’anni la giornata di lezioni. È una strada di traffico rumoroso, di madri che hanno recuperato i figli da uno dei plessi scolastici a monte e si mescolano con studenti carichi di vita e di appunti. Come Sara.
OGGI È UNA STRADA di surreale silenzio, sopportata dietro gli occhiali scuri da chi proprio non può fare a meno di fermarsi lì, davanti alla stazione di benzina accanto alla quale Sara è stata accoltellata. Quelli che proprio devono, e guardano nel vuoto senza guardare negli occhi nessuno, perché come fai a sostenere altro che il vuoto, in quei metri? Aspettano l’autobus per andare a lavorare o rientrare, le spalle allo stadio, allo striscione firmato da un club di ultrà: «Stefano Argentino ‘uomo’ di merda», uomo tra virgolette. Sull’altro marciapiede, in uno specchio rovesciato, un memoriale di vita per Sara: «Messina ti chiede scusa»; «Da madre, figlia, sorella, sento tutto il dolore di questo giorno»; «Sperando che sarai l’ultima»; «Non verrai dimenticata mai». Lettere, bambole, cuori di metallo, peluche. Gazzi è anche il quartiere dell’omonimo carcere dove adesso si trova Stefano Argentino, il ventisettenne che ha sgozzato Sara, non lontano dal luogo dell’assassinio. Tutto, in provincia, succede in così poco spazio che a prenderne coscienza non si riesce: la mente si rifiuta.
«Messina ti chiede scusa», una frase ingenua, forse sbagliata, forse invece fra le poche possibili in un oceano di malafede: non si possono sempre aspettare le parole perfette, non quando la rabbia e il dolore bruciano. Il rumore delle ragazze e donne che dopo l’assassinio hanno invaso la Galleria Vittorio Emanuele, storico luogo di ritrovo giovanile, era fortissimo: non ci importa dei minuti di silenzio, non ci importa di aspettare le frasi giuste, intanto non staremo mai più zitte. Non è tempo di lasciare spazio a sentenze fatte e inutili, offensive, colpevolizzanti, del tipo: basta non frequentare certa gente, intuire il pericolo, essere prudenti. È tempo di riconoscere e urlare il vero: siamo tutte vive per caso. Siamo rimaste vive perché quello convinto che fossimo di sua proprietà non aveva per le mani un coltello, perché ci ha ripensato un secondo prima, perché è toccato a un’altra.
SARA CAMPANELLA non aveva nessun legame con il criminale che l’ha perseguitata e sgozzata, uno persuaso che sorridergli fosse il dovere morale di una sconosciuta. Uno convinto che «mi amo troppo per stare con chiunque», la frase con cui oggi sono tappezzate le pensiline del tram in città, la frase che ogni madre vorrebbe sentir dire alla figlia per rassicurarsi del suo amor proprio, fosse un’offesa personale, visto che per Sara lui era proprio un «chiunque», una persona di nessuna importanza, uno a cui non riconosceva posto né ruolo. Allora noi ci ameremo sempre di più e insegneremo sempre più alle nostre figlie a non stare con chiunque, anche se qualche giornale ha osato usare la frase di Sara Campanella per una narrazione colpevolizzante della vittima: noi strapperemo ancora più forte quei giornali.
ALTRI GIORNALI hanno scritto di «motivi romantici», di «ragazzo timido e schivo», riesumando in un eterno copione la versione romanticizzata dei femminicidi su cui si fonda il patriarcato: strapperemo anche quelli, pagina per pagina, come abbiamo sempre fatto perché non sono mai valsi nulla. Strapperemo ogni narrazione distorta, violenta, necrofila che sostenga, anche allusivamente, altre colpe oltre quelle di chi alza le mani, esce di casa con un coltello in tasca, picchia, stupra, offende, uccide. Anche quelle che si infiocchettano, si pretendono al di sopra delle parti, perché c’è una sola parte da cui stare. Non è tempo di silenzio, se non per fare spazio alle poche, strazianti, parole della madre di Sara, durante la fiaccolata al rettorato dell’università, tre giorni dopo la sua morte, avvenuta lo stesso giorno di un’altra studentessa, Lorena Quaranta, ammazzata nel 2020 dentro casa dal compagno, sul mare, poco fuori città. «Ho sempre amato la libertà. Il problema non è la libertà. Il problema sono gli uomini», si legge nel memoir L’invincibile estate di Liliana, storia vera di un femminicidio di trent’anni fa. Le parole perfette prima o poi arrivano, magari trent’anni dopo, tanti ne sono serviti a Cristina Rivera Garza per elaborare l’uccisione di sua sorella. Nel frattempo, useremo quelle imperfette, non fosse altro che per distruggere quelle sbagliate. Non staremo zitte. (di Nadia Terranova)



