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Roberta Vanin, 43 anni, erborista. Uccisa con 63 coltellate dall’ex fidanzato

Spinea (Venezia), 6 Luglio 2010


Titoli & Articoli

«Era già stata minacciata ma non voleva denunciarlo» (Corriere del Veneto – 7 luglio 2010)
Spinea, parlano i famigliari della vittima: lei aveva un nuovo amore
«L’aveva minacciata dieci giorni fa lanciandole contro in negozio lo stesso coltello che ha usato per ucciderla. Le avevamo anche detto che l’unica soluzione era denunciare Andrea ma lei non voleva creargli problemi ». Parla con la forza di un innamorato Federico, che era l’attuale fidanzato di Roberta Vanin. La notizia della morte della compagna l’ha saputa da un amico mentre si trovava in un centro commerciale. Più tardi avrebbe raggiunto l’amata. «Ero in un camerino a provarmi una camicia – racconta Federico, che gestisce un’agenzia immobiliare a Spinea –Mi hanno detto: ha ucciso Roberta. Non potevo credere una cosa simile. Io e lei eravamo agli inizi di una storia d’amore. E Andrea sapeva della cosa, glielo aveva detto lei. Per me era e sempre sarà una donna stupenda, incredibile e speciale. Buona, solare, autentica e soprattutto bellissima. Era il mio amore adesso».
Trenta feroci coltellate gliel’hanno portata via senza dargli il tempo di salutarla per l’ultima volta. Federico ha chiamato i genitori di Roberta, che vivono ad Asseggiano, poco distante dal negozio della figlia, per star loro vicino nella disperazione. Nella villetta di via Filippo hanno aperto la porta Gina Casarin e Danilo Vanin, i genitori, nella casa dove Roberta è cresciuta assieme ai fratelli. «Lei aveva paura perché Andrea l’aveva minacciata che l’avrebbe ammazzata lanciandole il coltello sul pavimento del negozio. Era stato come un avvertimento, un gesto che nessuno aveva immaginato potesse davvero compiere. E lei sabato scorso me l’aveva raccontato, mi aveva parlato dei problemi che aveva di continuo con Andrea. Lui me l’ha uccisa davvero la mia Roberta – crolla in lacrime la mamma Gina – Era da tempo che lui non riusciva ad accettare la fine della loro relazione. Anche io andavo in negozio a trovarli e anche la mamma di lui, di Andrea, che vedeva il figlio senza pace. L’ho visto con il volto segnato e scavato, magro perché non mangiava più. Digiunava per tornare assieme a mia figlia che non riusciva più a continuare a lavorare con lui. Le sue amiche e il fidanzato avevano detto che l’unico modo era denunciarlo ma lei è stata troppo buona».
Andrea e Roberta avevano convissuto e si erano lasciati lo scorso anno, dopo che lei era tornata da un viaggio e aveva scoperto il tradimento di lui con un’altra donna. Non era riuscita ad accettarlo e si era trasferita nella casa del fratello. C’era stata un situazione di transizione con Andea e infine Roberta aveva deciso di lasciarlo definitivamente.
Da sei mesi si era innamorata di Federico e cercava di costruirsi una nuova vita sentimentale che era piena di sogni da realizzare e di progetti da portare a termine. Ma c’era il problema del posto di lavoro che condivideva ancora assieme ad Andrea Donaglio, quel professore di chimica che aveva conosciuto a un corso di yoga. Doveva lavorare con lui tutti i pomeriggi, quando arrivava dopo le lezioni, dove inevitabilmente finivano per litigare. «Era felice adesso. Lo era davvero tanto, perche sorrideva e parlava un sacco – racconta la madre – Diceva che era innamorata di Federico che le dava tutto quello che Andrea non era mai riuscita a darle: amore incondizionato ».
Gina e Danilo riescono a farsi coraggio, mettono sul tavolo le foto che ritraggono la figlia che era stata una modella indossatrice in gioventù e stilista per un negozio di abbigliamento di Venezia. Nella disperazione e nel dolore i genitori, sorretti dall’altro figlio e dai familiari, trovano la forza anche di perdonare: «Nei confronti di Andrea non posso che esprimere perdono e sperare che si salvi perché non ha senso che ci siano due famiglie distrutte — si congeda Gina con un filo di voce – Però chissà quanto ha chiamato la sua mamma la mia Roberta mentre veniva strappata alla vita».

 

L’ultima telefonata di Roberta «Venite, Andrea non è in sé» (Corriere del Veneto – 8 luglio 2010)
Ricostruita la dinamica. L’omicida sedato e interrogato in ospedale. Le famiglie si parlano: «Perdonateci». «Non è colpa vostra»
Il telefono in casa Donaglio è squillato intorno all’una e mezza di martedì pomeriggio. «Pronto?», ha risposto Roberto, il capo famiglia. Dall’altro capo del filo la voce agitatissima di Roberta Vanin: «Venite qui, correte, Andrea non è in sè. Sta esagerando, questa volta sta andando oltre. Questo non è uno dei suoi soliti sfoghi lavorativi». Al fianco della 43enne titolare del negozio «Bio Vita» di Spinea c’era Andrea Donaglio, il suo ex fidanzato di 47 anni, e forse è stata proprio l’umiliazione di quella telefonata ai suoi genitori, la causa scatenante del raptus omicida.
La ricostruzione, il giorno dopo il delitto, è chiarita in ogni dettaglio. Lui si avvicina davanti al bancone al centro del negozio. Si gira, prende il coltello che veniva usato per tagliare il pane e la colpisce. Cinquanta coltellate, al collo, all’addome, alla schiena. Lei cerca di difendersi, gli agenti troveranno numerosi tagli e ferite sulle sue braccia. Ma la foga è tale che la lama del primo coltello si spezza. Donaglio allora ne prende un secondo, con cui colpisce ancora. Solo quando la vede a terra, ormai senza vita, prende coscienza di quello che ha fatto. Si ritira nello sgabuzzino del negozio e lì rivolge la lama verso se stesso, lasciando macchie di sangue dappertutto. Poi esce e si sdraia accanto a lei per infliggersi l’ultimo colpo e morirle vicino. Si lesiona il fegato, ma il cuore continua a battere e rimane lì, steso accanto a Roberta.
E così diventa troppo tardi. Troppo tardi per la telefonata di Roberta, in cui c’era tutta l’angoscia per una situazione che non riusciva più a gestire. «Mamma ho tanta paura», diceva da due settimane,ma non riusciva ad ascoltare le amiche che le consigliavano di denunciarlo. «Gli voglio ancora bene», diceva. Troppo tardi anche per la corsa in bicicletta del padre di Andrea. Quando arriva in negozio trova i corpi distesi a terra. Roberta è con gli occhi sbarrati in un lago di sangue; il figlio è vivo, con ancora il coltello in mano. Lo scuote, poi prova con Roberta, quindi esce dal negozio un attimo, mentre parla con i carabinieri. Andrea si colpisce ancora, ma nemmeno quel fendente è mortale. L’ha uccisa perchè non sopportava di perderla. Non accettava che si fosse rifatta una vita. Che avesse un nuovo amore, Federico.
L’ha detto martedì sera Andrea stesso, nell’interrogatorio di circa mezz’ora reso al pmMassimo Michelozzi e ai carabinieri del capitano Salvino Macli, dal letto dell’ospedale di Mirano in cui è ricoverato in prognosi riservata. Una confessione piena, in cui ha chiarito i motivi del suo gesto tremendo. E’ accusato di omicidio volontario. Sulla premeditazione dovrà decidere il pm, ma la dinamica sembrerebbe confermare il reato d’impeto: basti pensare al fatto che ha usato dei coltelli presi in negozio. Oggi pomeriggio si terrà l’autopsia sul cadavere di Roberta.
Ora Andrea si trova in stato di fermo e la sua camera è piantonata dai carabinieri. E’ sotto sedativi, i medici scioglieranno la prognosi solo domani, ma è fuori pericolo. «L’abbiamo visto solo oggi (ieri, ndr) pomeriggio – spiega Christian Donaglio, 41 anni, fratello minore di Andrea – non ho messo il dito nella piaga. Lui parla poco dell’accaduto, dice che non si ricorda bene. Negli ultimi tempi stava molto male, ma non avrei mai pensato ad una cosa del genere. Sapevo che era depresso ma parlava di Roberta mettendola su un piedistallo. Non avrei mai potuto prevederlo ». «E’ provato, un uomo distrutto », dice il suo avvocato Isabella Fiorio. Anna Favero, la madre di Andrea, ha chiamato due volte Gina Casarin. Non riesce a trovare pace. Cerca disperatamente di chiedere perdono per il figlio. Per le due famiglie rovinate. Per il futuro che non c’è più. «Che colpa ne ha lei? – dice la mamma di Roberta, tra le lacrime – e anche lui, l’ho già perdonato. La sua vita sarà distrutta comunque. Non quanto la mia, però. Me l’ha portata via. Lei non c’è più».
(di Alice D’Este)


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In memoria di

Spinea, delitto Vanin. La madre: «Disgustata dalla giustizia» (La Nuova Venezia – 20 gennaio 2012)
«Come mi sento? Disgustata, non ho più fiducia nei tribunali». Gina Casarin, la mamma di Roberta Vanin uccisa a coltellate il 6 luglio 2010 nel suo negozio di prodotti biologici a Spinea, parla dopo la condanna di Andrea Donaglio a 16 anni di carcere.
Il dolore, l’amarezza, quel senso di giustizia negata hanno il volto di Gina Casarin, la mamma di Roberta Vanin, uccisa a coltellate il 6 luglio 2010 nel suo negozio di prodotti biologici in via Roma. Il giorno dopo la sentenza che ha condannato l’assassino, Andrea Donaglio, a 16 anni di carcere, Gina trova la forza non solo per parlare, ma anche per mettere da parte ogni sentimento di rancore. Come un anno e mezzo fa. Mercoledì, in tribunale, alla lettura della sentenza, è rimasta in silenzio, mentre il cuore traboccava di delusione mista a dolore. La notte scorsa confessa di non aver chiuso occhio.
«In quell’aula non sapevo cosa dire – ammette – non mi sento più di dire nulla, ho perso fiducia in questa giustizia. Avesse fatto qualcosa, Roberta, allora capirei. Ma lei era troppo buona, non avrebbe mai fatto male a nessuno. Invece si è presa 63 coltellate e chi l’ha scannata sarà fuori tra pochi anni».
Gina non sa cosa succederà adesso: «Abbiamo degli avvocati, faranno il loro lavoro. Io so solo che più passa il tempo più le cose peggiorano ed è una tortura continua». Gina si riferisce soprattutto al processo che l’ha messa più volte di fronte al dolore, senza mai avere una risposta a quanto accaduto un anno e mezzo fa. La più dura è stata pochi giorni fa, quando Gina confessa di aver visto per la prima volta le foto della scena del delitto, il corpo di Roberta martoriato, steso a terra in quel negozio. «Non volevo guardarle, non ho voluto alzare gli occhi – piange – poi ho ceduto. Se volevo vederle avrei potuto farlo molto prima, le ho anche a casa quelle foto, ma restano chiuse in una cartella».
Con la sentenza alle porte invece Gina ha trovato il coraggio di aprire occhi e cartella, svelando quegli scatti. L’ha fatto, forse, aspettandosi una pena lieve, quasi a voler giustificare la rabbia che un simile verdetto avrebbe potuto provocarle. «La mano perforata dalla lama, il suo corpo scannato, i fendenti sul fegato e i polmoni – descrive – 63 colpi e solo 16 anni».
Eppure in questo vortice di frustrazione e sofferenza trova ancora spazio un sentimento di pietà per Donaglio e la sua famiglia. «Ho parlato e parlo tutt’ora con sua madre – confida Gina – ma c’è stato un momento in cui mi sono molto arrabbiata. Ci siamo incrociate nel corridoio del tribunale e lei mi ha detto: speriamo che vada bene per noi e per voi. Le ho risposto: sì, però io Roberta non ce l’ho più, voi con Andrea potete ancora parlare».
E’ questo il volto del dolore di mamma Gina: la mancanza di Roberta, strappata dal mondo nel momento in cui era arrivata a chiedere aiuto proprio ai genitori, per difendersi da quell’uomo diventato sempre più pressante. «Più passa il tempo, più è difficile accettare tutto questo, la tragedia e la sentenza – afferma poi Gina abbassando lo sguardo – passo le notti in bianco e piango perché so che nessuno mi restituirà più mia figlia». (di Filippo De Gaspari)

Il grido della madre «Non credo più a questa giustizia» (la Nuova Venezia – 24 febbraio 2013)
Parla la mamma di Roberta Vanin, uccisa con 63 coltellate In Appello confermati 16 anni all’assassino Andrea Donaglio
Come era prevedibile, la Corte d’appello di Venezia presieduta dal giudice Angelo Risi ha respinto gli appelli della Procura della Repubblica, che aveva chiesto una pena più pesante, e quello della difesa, che puntava a diminuire ulteriormente la condanna, e ha confermato la sentenza che il giudice dell’udienza preliminare del Tribunale lagunare Roberta Marchiori aveva letto il 19 gennaio dello scorso anno, condannando il 49enne professore di chimica Andrea Donaglio a 16 anni di reclusione per l’omicidio dell’ex fidanzata Roberta Vanin, colpita da 63 coltellate e morta a 44 anni nel suo negozio di Spinea. Anche i giudici della Corte hanno ritenuto congrua e soprattutto rispondente alle norme del codice quella condanna. Del resto il magistrato di primo grado era partita dal massimo previsto per l’omicidio volontario aggravato dai futili motivo (in questo caso la gelosia), ma l’aggravante è stata praticamente annullata dalle attenuanti generiche, che gli esperti sostengono non si negano a nessuno e in particolare a chi è incensurato come lo era Donaglio.
Quindi, dai 30 anni si salta ai 24 anni, pena massima per un omicidio contestato senza alcuna aggravante: nel caso di Donaglio era d’obbligo lo sconto di un terzo perché ha scelto il rito abbreviato, che fa risparmiare tempo ed energie allo Stato, e così si arriva dritto dritto ai 16 anni.
«Non credo più a questa giustizia. Mi chiedono se 16 anni sono pochi. Io credo che diminuiranno ancora e che fra 10 lui sarà fuori e allora spero di non esserci più io». A parlare dopo la sentenza di secondo grado è Gina Casarin, la mamma di Roberta, che già dopo la prima condanna aveva detto di aver perso ogni fiducia nella giustizia. Alla lettura della sentenza d’appello Gina non è riuscita a controllare il suo dolore di madre ferita due volte e ha urlato “Assassino” contro Andrea Donaglio, beccandosi pure il richiamo del giudice. Oggi trova la forza di chiedere perfino scusa per quella reazione così naturale: «Non volevo, hanno fatto tutti il loro lavoro e sono state persone meravigliose. È che questa non è giustizia. Io vedo Roberta di fronte a me ogni giorno e mi manca. Lui invece tra pochi anni sarà fuori e io non voglio incrociare la sua strada. Sono anziana, forse non ci sarò più io e a questo punto mi auguro che sia così».
Parla con la stessa voce affranta di tre anni fa Gina, come se non avesse mai smesso di piangere da quel 6 luglio 2010. «16 anni cosa sono?», afferma, «prenderà la condizionale, poi gli riconosceranno la buona condotta. Tra 10 anni sarà libero, mentre Roberta non tornerà più. La verità è che non credo più nella giustizia da tempo: non mi aspettavo una sentenza diversa da questa, temevo anzi che potessero togliergli ancora una parte della pena. Non si può più far niente ormai, va così».
A scatenare la furia omicida di Donaglio, il 6 luglio 2010, era stata una telefonata di Roberta alla madre di lui in cui diceva di non volerlo vedere mai più né nel negozio né fuori. Lo psichiatra Andrea Schenardi, che lo aveva esaminato, aveva stabilito che l’imputato vedeva Roberta come un suo oggetto personale e non sopportava che iniziasse una nuova relazione.