Loading

Loredana Pedrocco, 90 anni, mamma. Uccisa con un colpo di pistola al cuore dal marito

Mestre (Venezia), 20 Ottobre 2015


Titoli & Articoli

«Lei disse: non voglio morire dopo di te. E lui: ci penso io, amore» (Corriere del Veneto – 22 ottobre 2015)
Parla Carla Cecchinato, figlia di Ernesto e Loredana, i due coniugi novantenni coinvolti nell’omicidio-suicidio di fronte all’ospedale di Mestre
CONEGLIANO (Treviso) «Mamma e papà si amavano moltissimo. Il loro è stato un gesto di libertà». La libertà di morire insieme? «Sì, ma non solo. La libertà dalle sofferenze, la libertà dalla paura di restare soli. La libertà di non gravare sulle altre persone».
A Conegliano, in un palazzone di quattro piani circondato da altri condomini, a due passi dal campo sportivo, Carla Cecchinato prova a mettere ordine ai pensieri accumulati nelle ultime 24 ore. Mamma Loredana Pedrocco e papà Ernesto Cecchinato non ci sono più, perché martedì 20 lui le ha sparato al cuore e poi ha rivolto la pistola contro se stesso. Per farlo, marito e moglie si sono prima fatti accompagnare in taxi all’ospedale all’Angelo di Mestre e si sono accomodati all’ingresso, su una panchina . Lì, davanti a decine di persone, Ernesto ha aperto il fuoco.
La «sua» Loredana, 90 anni, è morta sul colpo. Lui, classe 1920, poche ore più tardi. Nella borsa una lettera firmata da entrambi, nella quale scrivono di non voler essere un peso per le proprie figlie e che quindi preferivano farla finita. «E così è stato», spiega Carla al telefono. Il suo racconto è lucido anche se ogni tanto si interrompe, piange. Ma poi riprende a parlare. È lo sfogo di una figlia rimasta orfana in modo assurdo, violento. Eppure, in qualche misura, anche prevedibile. «Io me l’aspettavo. Cioè, non avrei mai immaginato che capitasse con quelle modalità, è ovvio. Ma che potessero cercare di andarsene insieme, magari con una dolce morte, questo sì: ne avevamo perfino parlato, circa un anno fa».
Le avevano detto di voler morire? «Mio padre era molto malato e le sue condizioni gli provocavano grandi sofferenze fisiche: non ce la faceva più ad andare avanti in quel modo. Ma mia madre diceva: “Io non voglio morire dopo di te!”. Lo ripeteva continuamente, ormai sembrava essere diventata un’ossessione. E lui le rispondeva: “Loredana, non ti preoccupare: ci penso io.”».
Ha voluto mantenere la promessa fatta alla moglie. «È stata una scelta d’amore. L’amore di mio padre nei confronti di sua moglie e l’amore verso me e mia sorella
. Non sopportavano l’idea di gravare su di noi: fin da bambine ci dicevano che quella di metterci al mondo era stata una loro decisione, e che per questo sentivano la responsabilità di fare tutto il possibile per aiutarci ad alleviare le sofferenze che avremmo incontrato nella nostra esistenza. E così hanno sempre fatto».
Erano dei bravi genitori. «Ci sono sempre stati, quando ne ho avuto bisogno. Io e mio padre avevamo due caratteri molto diversi ma, mi diceva, proprio per questo eravamo simili. Era stato un fascista, quando tutti i ragazzi dovevano esserlo. Poi, a Napoli, aveva deciso di fuggire, di tornare al Nord. E si era unito ai partigiani, aiutando tutti: “rossi” o “bianchi” che fossero, per lui non c’era alcuna differenza».
Francesco Pelizza, il tassista che li ha accompagnati fino a Mestre, ha raccontato i gesti di tenerezza che i suoi genitori si scambiavano durante quell’ultimo viaggio. «Tra loro si chiamavano “amore”, si tenevano per mano. I miei genitori erano meravigliosi. Stavano insieme da 66 anni, sono cresciuti sempre l’uno accanto all’altra, fin da quando erano soltanto dei ragazzini. Sono invecchiati insieme: per questo mia madre non avrebbe mai potuto vivere senza di lui».
Ma perché farla finita in modo così plateale, addirittura all’ingresso dell’ospedale di Mestre? «Me lo sono chiesta anch’io. Credo che la scelta di agire così sia stata ragionata. Mio padre deve aver pensato che in quel modo la decisione di farla finita non avrebbe gravato sugli addetti dell’albergo di Abano in cui vivevano, né su quelli della clinica che con tanta cura si erano occupati di lui negli ultimi tempi. Deve aver pensato che per un grande ospedale come quello di Mestre, la morte di due persone sarebbe stata un fardello meno pesante».
E ora, cosa le resta di loro? «Mi rimane il ricordo di due genitori fantastici e di ciò che, almeno per il loro modo di intendere la vita, è stato un enorme gesto d’amore».


Link