Genoveffa Maria (Genny) Salemme, 33 anni, mamma. Uccisa dal marito (strage di Buonvicino)
Buonvicino (Cosenza), 19 Novembre 1996
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In memoria di
Strage di Buonvicino: «Avevo tre anni: vidi uccidere la mia famiglia» (Vanity Fair – 13 marzo 2021)
Calabria, 19 novembre 1996: un carabiniere ammazza la sua ex moglie, che voleva il divorzio, e i parenti di lei. Si salvano due bambini. Il più piccolo, Marco, che oggi ha ventotto anni, ricorda quella strage dimenticata: «Non ce l’ho con l’assassino, ma con lo Stato»
«Qualche giorno fa sono tornato in quella casa. Non ne potevo più di vederla circondata da erbacce. Mi sono detto: “Vado a pulire”. Ho aperto la porta e sono entrato. Già sull’ingresso mi sono accorto che era come la ricordavo. La notte che sono uscito da lì per l’ultima volta avevo tre anni. Eppure adesso sapevo, già prima di entrare, dove si trovava la cucina e dove le altre camere». Marco Benvenuto ha ventotto anni. Vive in Calabria, dove gestisce uno studio di arti grafiche e una paninoteca. Venticinque anni fa la sua famiglia è stata sterminata a Buonvicino, un piccolo paese in provincia di Cosenza, in quella che è considerata la più grande strage familiare avvenuta in Italia, oggi ricordata in un libro, Sangue del mio sangue (Falco editore), scritto dalla giornalista Fabrizia Arcuri, nipote di una delle vittime, insieme al criminologo Sergio Caruso, in questi giorni nelle librerie. «Sono entrato», racconta Marco, «mi sono diretto verso la cucina e ho visto le macchie di sangue. A terra, sui muri. Anche i fori delle pallottole. Dopo quella notte, nessuno era più entrato in casa e sembrava di stare ancora sulla scena del crimine». (…)
“Sangue del mio sangue”, il libro sulla più grande strage familiare d’Italia: la “strage di Buonvicino” (il Reventino – 19 aprile 2021)
Il volume della giornalista Fabrizia Arcuri ricostruisce la vicenda del 1996 con refazione del criminologo Francesco Bruno e le conclusioni di Manuela Iatì, Sky tg24
Il caso della “Strage di Buonvicino”, piccolo borgo pedemontano della provincia di Cosenza: 19 novembre 1996, 6 bare, tra cui una bambina di 11 anni, 2 caricatori da 15, 23 colpi sparati dalla pistola d’ordinanza, 14 ore di terrore, la vita sospesa di due bambini. La vicenda si svolge tra Buonvicino e Diamante, località Visciglioso, quando il carabiniere Alfredo Valente, all’epoca 33enne, rifiutando di accettare la rottura del proprio matrimonio, partì da Formia (Latina), dove lavorava, e raggiunse armato la propria abitazione in Calabria, dove uccise sua moglie Genny Salemme, di 32 anni e la famiglia di lei. Alfredo Valente e sua moglie Genny erano sposati da alcuni anni e avevano una figlia, Alessandra, di 4. Ma la loro unione era ormai finita.
Quando Valente arrivò in Calabria, Genny aveva appena finito di cenare con sua figlia Alessandra e i suoi genitori, Raffaele Salemme, 75 anni e Marianna Amoroso, di 72. Con loro c’erano anche la sorella di Genny, Francesca Salemme, 38, e il marito di lei, Luigi Benvenuto, 39, con i loro due bambini: Fabiana, 11 anni, e Marco, 4.
Valente sparò contro sua moglie e poi contro il resto della famiglia sotto gli occhi dei tre bambini, che si rifugiarono sotto il tavolo della cucina. Quindi disse ai bambini di prepararsi per partire in macchina con lui. La piccola Fabiana si buttò sul corpo della madre morta piangendo. Valente la uccise. Quindi portò via sua figlia Alessandra e il nipotino Marco, che era ferito, in una folle corsa attraversò tutta l’Italia per arrivare a Brescia, dove consegnò i due bambini al cognato, fratello della moglie. Nel pomeriggio il carabiniere fu poi arrestato. Valente fu condannato a 30 anni di reclusione, ne ha scontati 25 e “grazie” all’indulto è ora libero ed è tornato a vivere a Diamante.
I media all’epoca hanno descritto la strage in maniera diretta, forte e agghiacciante. Il racconto poi è stato affidato ad una sorta di tradizione orale, tipica delle piccole comunità che ne custodiscono in silenzio il ricordo. A rompere quel silenzio, l’uscita del libro “Sangue del mio Sangue”, Falco M. Edizioni (E 15,00), la storia della più grande strage familiare avvenuta in Italia, che sta riscuotendo grande eco e a sole due settimane dalla presentazione la stampa nazionale ha già attenzionato il testo. Scritto a quattro mani fornisce due chiavi di lettura: quella dello psicanalista, criminologo Sergio Caruso, e della testimone diretta e giornalista, Fabrizia Arcuri, nipote di una delle vittime: “I ricordi si susseguono, i momenti di quel giorno riaffiorano nello scorrere inesorabile del tempo e della vita, ancora ritornano nei sogni”. Nel primo caso il testo ha l’intento di analizzare, attraverso concetti scientifici ed etici, la casistica di un fenomeno sempre più crescente definito “Family Mass Murderer”, e rappresenta anche un chiaro invito alla prevenzione. Il racconto della giornalista Arcuri è una sorta di autobiografia del dolore, che porta in evidenza il vissuto delle cosiddette vittime secondarie. La prefazione è del prof Francesco Bruno, allora consulente del pubblico ministero, e le conclusioni del libro sono state affidate a Manuela Iatì, giornalista di SkyTg24.
Il libro squarcia 25 anni di silenzio. Tra le voci, anche quella di uno dei due bambini superstiti, Marco Benvenuto, che allora aveva 3 anni: “Innocenza defraudata degli affetti più cari, sfregiata dalla memoria di quelle immagini difficile da rimuovere nonostante la tenera età”.
Il libro finalmente ha l’intenzione di descrivere in maniera appropriata questo grave delitto e le conseguenze che ne sono scaturite, con un occhio di riguardo verso le vittime secondarie che diventano “gli invisibili”, spettri viventi dei reati violenti. Un vulnus che si manifesta nella mancanza da parte dello Stato di un supporto giusto e adeguato: questi soggetti raramente vengono seguiti in maniera appropriata a seguito dell’evento post traumatico che segna, in alcuni casi in maniera indelebile, il percorso della propria vita e nel caso specifico nessun risarcimento è stato riconosciuto ai due superstiti.
Sangue del mio sangue non vuole essere l’esaltazione della notizia criminis più dannosa che costruttiva, non c’è morbosità, volutamente omesse le parti più intime di un disagio personale o costruzioni mentali che non aggiungono nulla di tangibile e reale oltre quella verità del fatto, dell’atto stesso. La descrizione della scena del crimine e dell’actingout (il passaggio all’atto lesivo) sono riportati così come negli atti ufficiali del pubblico ministero in sede d’indagine preliminare, dai verbali delle udienze e del dibattimento davanti alla Corte di Assise: “Fuori pioggia e tuoni, forti, continui, quasi a descrivere la scena di un film di paura. Sì, tutti pensarono al peggio, ma non certo a quello che da lì a poco avrebbero scoperto aprendo la porta di quella casa. Una scena esposta nei minimi particolari, scritta, protocollata, confermata sotto giuramento e che è rimasta indelebile nella loro mente”.

