Alfredo Valente, 33 anni, carabiniere, padre. Uccide a colpi di pistola la moglie, i suoceri, i cognati e la nipote. Condannato a 30 anni, è libero per indulto dopo 25
Buonvicino (Cosenza), 19 Novembre 1996
Titoli & Articoli
Una strage di famiglia (il Manifesto – 20 novembre 1996)
Il carabiniere Alfredo Valente, in servizio a Formia, è tornato al suo paese in Calabria: ha ucciso la moglie e cinque familiari
E’ GIUNTO in serata a Buonvicino, zona di campagna nei pressi di Diamante, piccola località turistica sull’alto Tirreno calabrese. Ha sparato alla moglie e ad altri cinque parenti uccidendoli. Poi ha caricato sulla sua auto la figlia Alessandra, di quattro anni, e il nipote Marco Benvenuto, di tre, entrambi sopravvissuti, e con loro ha raggiunto Concesio, un minuscolo comune della Val Trompia, in provincia di Brescia. Qui ha consegnato i bambini al fratello della moglie e, pochi minuti dopo, verso le 9 di ieri, tornato a casa del cognato per accertarsi delle condizioni della figlia, ha trovato i carabinieri. Non ha opposto resistenza e si è lasciato arrestare, dichiarandosi indegno di vivere e chiedendo ai militari di lasciarlo scappare e sparargli.
Si è consumata in meno di dodici ore la tragica storia di Alfredo Valente, 33 anni, carabiniere in servizio a Formia e ora in procinto di tornare a Cosenza per essere interrogato dai magistrati. A leggerla così sembra un’esecuzione, pensata e realizzate nei particolari. Ma probabilmente non lo è. “Questa eventualità – dice Giovanni Nistri, comandante provinciale dei carabinieri di Cosenza – dovrebbe escludere proprio il fatto che Valente abbia portato con sé i due bambini e li abbia consegnati a persone fidate. D’altra parte, anche se è presto per dirlo e bisogna attendere le valutazioni del magistrato, chi premedita un eccidio simile di solito sceglie anche di uccidersi, e questo non è avvenuto”. Più che una spedizione punitiva, quella di Valente è dunque, a quanto pare, il folle gesto di un militare, un uomo d’ordine esasperato dalla solitudine e dalla imminente separazione dalla propria famiglia.
Secondo una prima ricostruzione dei carabinieri, tuttavia, è proprio in seguito all’ultima lite avuta martedì con la moglie che Alfredo Valente avrebbe deciso di recarsi, approfittando del giorno di riposo, a Buonvicino. Questo fatto, sempre secondo i carabinieri, avrebbe spaventato la moglie che si sarebbe perciò circondata di parenti per farsi “proteggere” al momento dell’incontro. Non si sa, né ci sono finora ipotesi attendibili, cosa abbia fatto precipitare la situazione, spingendolo poi ad impugnare la pistola d’ordinanza, mai usata prima, e ad esplodere 23 colpi contro i “responsabili” delle sue angosce. Sono rimasti uccisi la moglie trentatrenne Genoveffa Maria Salemme, i suoceri Raffaele Salemme, di 75 anni, e Marianna Amoroso, di 72, i cognati Luigi Benvenuto, di 39 anni e Franca Genoveffa Salemme, di 32, la nipote appena undicenne Fabiana Benvenuto. Una strage dalla quale si sono salvati solo i due bambini che si erano rifugiati in un angolo e dei quali il militare si sarebbe accorto in un secondo momento.
E’ a questo punto, mentre i vicini che avevano sentito gli spari chiamavano la polizia, che è cominciata la lunga fuga del militare verso nord. E’ salito a bordo della sua Audi con la figlia e il nipote, leggermente ferito ad una scapola, ma non si è fermato a Formia, dove viveva. Ha proseguito diretto a Concesio, nel bresciano, ma al confine tra le province di Piacenza e Cremona è stato fermato da un guasto al motore che lo ha costretto a chiedere assistenza e poi a chiamare un taxi, a bordo del quale è giunto fino all’abitazione del cognato. Ha suonato al campanello e, senza attendere risposta, ha lasciato i bambini ai parenti. I quali, ricevuta poco più tardi una sua telefonata, lo hanno convinto a tornare sul posto dove c’erano i suoi colleghi pronti a fermarlo e, dicono, a proteggerlo da se stesso. (di Francesco Verri)

