Bruna Piovesan, 67 anni, addetta alle pulizie, mamma. Stordita con i farmaci e strangolata dal marito (strage di Pordenone)
Pordenone, 11 Gennaio 2008
Titoli & Articoli
Pordenone, uccide moglie e figlio (Tg5 – 11 gennaio 2008)
Padre omicida si impicca nel bagno
Duplice omicidio, terminato con un suicidio, a Pordenone. Un uomo ha ucciso la moglie e il figlio e si è poi tolta la vita in una casa di accoglienza. I corpi sono stati trovati da un sacerdote che si era recato a far loro visita. Sul posto sono intervenuti i carabinieri del Comando Provinciale: la donna e il figlio erano sul letto con un laccio di stoffa stretto intorno al collo, il marito impiccato in bagno. La famiglia viveva dallo scorso luglio nella casa di accoglienza dove si era trasferita a causa di una grave crisi economica che l’aveva ridotta praticamente sul lastrico. In seguito a tale situazione l’uomo sarebbe caduto in una grave depressione. I cadaveri sono stati trovati dal direttore del centro che, non avendoli visti, ha sfondato la porta della stanza nella quale i tre vivevano tutti insieme.
Le vittime – secondo quanto riporta l’agenzia Ansa – sono Bruna Iovesan, di 68 anni, e suo figlio, Fabio, di 39 anni. Giuliano Modolo, di 73 anni, ha usato alcune stringhe di stoffa ricavate dalle lenzuola dei letti. Con altre stringhe di lenzuola l’uomo si è poi impiccato al lavandino del bagno.
La famiglia Modolo, che risiedeva a Polcenigo (Pordenone) – stando a quanto accertato dai carabinieri – finora aveva pagato volontariamente la somma per l’affittto dell’appartamento una sola volta, utilizzando un assegno di un conto corrente postale che Giuliano Modolo aveva aperto da poco. L’assegno, però, era risultato scoperto. Sia Giuliano Modolo che i suoi familiari erano disoccupati e si trovavano – stando ad alcune testimonianze – in condizioni economiche estremamente gravi.
Il dolore dei familiari “Da anni Giuliano si era rinchiuso in un isolamento assoluto e non permetteva ad alcuno di concedergli aiuto”. A parlare è Alvise Modolo, cugino e vicino di casa dell’omicida. “La coppia – ha raccontato all’Ansa – si era conosciuta in Belgio, dove mio cugino era nato, in seguito alla decisione dei genitori di emigrare per lavorare in una fonderia. Una trentina di anni fa sono però tornati in Italia”. Il cugino “aveva una grande passione, quasi un’ossessione, per le macchine di lusso che spesso, da quanto raccontava, prendeva anche a noleggio”. Forse è stato questo tenore elevato di spese a causare il dissesto economico. “Quando la situazione economica si è fatta pesante, il suo grande orgoglio gli ha impedito di chiedere aiuto, preferendo vendere tutto e sparire”.
Uccide moglie e figlio e si toglie la vita (Messaggero Veneto – 13 gennaio 2008)
Macabro rinvenimento ieri alla “Madonna Pellegrina”, dove la famiglia di Polcenigo aveva trovato ospitalità Ridotto sul lastrico, indebitato e senza casa, ex muratore soffoca i congiunti nel sonno e la fa finita
Erano ormai le 11 e nessuno, da un giorno interno, li aveva ancora visti. Monsignor Fermo Querin, il direttore della casa “Madonna Pellegrina”, ha bussato ieri alla porta della loro camera. A lungo, insistentemente, ma non ha ottenuto risposta. Così, con l’aiuto di un trapano, è stata forzata la serratura, la porta si è aperta e ha svelato la tragedia. Sopra i due letti c’erano i corpi privi di vita di Fabio Modolo, 38 anni, e di Bruna Piovesan, 67 anni. Nella stanza da bagno la terza vittima: Giuliano Modolo, 72 anni.
LA DINAMICA. Non c’è un mistero da svelare, se non la ricerca di un “perché” che non ha alcun valore ai fini dell’indagine che ha già un colpevole. Giuliano Modolo ha atteso che moglie e figlio dormissero profondamente, probabilmente li ha sedati per evitare che si svegliassero e li ha strangolati nel sonno. Poi è entrato in bagno e si è impiccato. Questi i crudeli dettagli di un omicidio-suicidio consumatosi nel silenzio della notte, all’interno di un edificio, la Casa Madonna Pellegrina, di proprietà della Curia, che li aveva accolti nel luglio scorso in attesa che trovassero una diversa sistemazione.
L’ORA DEL DELITTO. In quale notte la tragedia è avvenuta? La scoperta è di ieri mattina, ma già dall’altro ieri nessuno aveva visto in giro i tre componenti della famiglia. Solo l’autopsia potrà chiarire i tempi del delitto e se sono stati somministrati sedativi. E’ stato sempre monsignor Fermo Querin, ieri, ad avvisare le forze dell’ordine, prima la polizia poi i carabinieri, accorsi verso le 11.30. Pochi minuti più tardi sono arrivati anche i due medici legali, Roberto Campanella e Daniele Ciresola dell’Azienda sanitaria 6, per la constatazione e dichiarazione di morte e l’accertamento delle cause.
SEDATI E UCCISI. L’ora esatta dei decessi non è ancora stata accertata, ma secondo una prima ricostruzione l’aggressione mortale potrebbe essere avvenuta nella notte, quella passata o quella precedente. Giuliano Modolo avrebbe pazientemente atteso che la moglie Bruna e il figlio Fabio si addormentassero, e allo stato non si esclude che possa avere somministrato loro dei sonniferi, per attuare un piano che aveva attentamente progettato. Ha preso un lenzuolo e, forse, si è spostato nella stanza da bagno per poter lavorare di forbici e di strappo con tranquillità, ricavandone delle strisce di stoffa. E’ quindi ritornato nella camera a tre letti in cui da oltre sei mesi abitava, e si è avvicinato al figlio Fabio, ha fatto passare la stoffa attorno al collo e con quel brandello di lenzuolo lo ha strangolato. Ha poi ripetuto gli stessi gesti con la moglie, la compagna di una vita. Infine è ritornato in bagno ha agganciato la terza ed ultima striscia di stoffa ad un appendiabiti, l’ha annodata attorno al collo stando seduto sul bordo del lavandino, e quindi si è lasciato cadere.
NESSUN RUMORE. Non un grido, non un lamento udibile dagli altri ospiti della struttura. Nessun segno di colluttazione, nulla era fuori posto. Un dramma consumatosi nel silenzio, lo stesso silenzio a cui si costringeva Giuliano Modolo, muratore, una vita da emigrante, un’esistenza di sacrifici con solo alcuni, semplici obiettivi: ritornare a Polcenigo e vivere con serenità gli ultimi anni della sua vita nella casa che, con sudore, sacrificio e lacrime, aveva costruito; garantire un futuro al figlio, l’unico figlio, gioia e dolore della sua vita.
I PERCHÉ. I sogni, le speranze, il futuro erano scomparsi. Se n’erano andati con la casa, venduta per pagare i debiti contratti dal figlio; con il denaro, che non avevano più; con l’umiliazione di un fallimento; con l’impossibilità di pagare la pure modesta retta richiesta per poter dormire alla Madonna Pellegrina (20 euro il giorno per ciascuno). La settimana scorsa il figlio aveva consegnato un assegno di 8 mila euro per saldare il debito con la Casa, un assegno respinto perché scoperto e nonostante questo gli amministratori avevano deciso di non “infierire”, proseguendo con il sostentamento e non facendo cadere in protesto il documento contabile.
«Forse non era così in discesa la loro vita», commenta un inquirente. Anzi, era un ostacolo dietro l’altro, una fatica sopra l’altra. Insopportabile per un uomo che aveva sacrificato già così tanto e che ora aveva solo gli occhi per piangere.
GESTO D’AMORE. Il presente gli era insopportabile e il futuro nemmeno immaginabile. E così ha pianificato la fine. La sua e delle persone che più gli erano care: la moglie, che per aiutarlo faceva pulizie in alcune abitazioni, e il figlio. Quel figlio di 38 anni che gli aveva dato tanto e preso ancora di più, e che – forse, nella sua mente – non sarebbe mai stato in grado di reggersi sulle proprie gambe.
Non ha lasciato biglietti d’addio, Giuliano Modolo. Nessuna spiegazione sui “perché” del gesto, del resto quale “perché” può giustificare due omicidi? Gli inquirenti, sul posto sono giunti gli uomini del Nucleo investigativo dei carabinieri con il capitano Pierluigi Grosseto, e della Compagnia di Pordenone con il capitano Andrea Manti, hanno ricostruito la dinamica dei fatti, ma occorrerà attendere il rapporto del medico legale e, forse, l’autopsia per sciogliere gli ultimi dubbi. IL MAGISTRATO. Il sostituto procuratore, Monica Carraturo, deciderà oggi se conferire l’incarico per procedere con le autopsie, o se riterrà sufficienti le conclusioni preliminari degli esperti dell’Azienda sanitaria che a lungo ieri hanno esaminato i corpi prima di consentire che venissero rimossi dalla stanza e trasferiti nella camera mortuaria dell’ospedale di Pordenone per la ricognizione esterna. Ma è probabile che solo l’autopsia e ulteriori analisi chiariscano, ad esempio, se madre e figlio fossero stati profondamente sedati con l’utilizzo di un sonnifero. L’anatomopatologo potrebbe anche ricavare elementi utili a stabilire l’ora del decesso e con quale scansione temporale il padre abbia agito sulla moglie e sul figlio.
Famiglia distrutta, oggi l’autopsia-verità (Messaggero Veneto – 14 gennaio 2008)
L’esame disposto dal pm Carraturo consentirà di accertare tempi e dinamica delle morti alla Madonna Pellegrina
Due bicchieri di plastica con residui d’acqua di rubinetto: con questi, Bruna Piovesan e il figlio Fabio Modolo avrebbero inghiottito gli psicofarmaci che li hanno portati all’incoscienza. Un’ulteriore traccia per ricostruire la dinamica del dramma della Casa della Madonna Pellegrina, ma che da sola ancora non spiega modi e tempi della loro morte. La prima cosa che viene in mente, di fronte a un dramma simile, è che la morte dell’intera famiglia Modolo renda superfluo individuare responsabilità e ruoli. Che renda quasi morboso il ricostruire sin nei più piccoli particolari gli ultimi, disperati gesti di queste tre disperate persone.
Per gli inquirenti, coordinati dal sostituto procuratore della Repubblica Monica Carraturo, è esattamente il contrario: il caso non può essere archiviato se non di fronte a una precisa ricostruzione dei fatti. Ecco allora come ogni dettaglio assume una determinata importanza, come quelli delle tre scatolette di psicofarmaci vuote, dei due bicchieri sul comodino, della lettera scritta da Bruna Piovesan anche a nome del figlio servano a capire chi davvero sia stato il regista della tragedia. Madre e figlio assieme sino alla fine? La sola madre, le cui azioni hanno poi trascinato nel vortice di morte anche il capofamiglia Giuliano Modolo? Oppure i coniugi avevano già pianificato come portare con loro, volente o nolente, quel figlio tanto amato quanto problematico? Tre ipotesi, solo una verità. Che presumibilmente – come, tra le tante cose, l’ora della morte dei tre congiunti – verrà fuori dall’esame autoptico, e soprattutto dall’esito degli esami tossicologici. Gli psicofarmaci, infatti, sembrano giocare un ruolo determinante: in quale quantità sono stati assunti da madre e figlio? Quando il marito è rincasato, Bruna Piovesan era ancora cosciente ed ha, forse, aiutato Giuliano Modolo a indurre alla morte Fabio, trovato non sul suo letto, come la madre, ma riverso sul pavimento? Risposte ormai utili solamente alla giustizia terrena. Ma indispensabili, si spera, per capire di più e meglio l’animo umano e le tragedie che può covare nel silenzio più assoluto.
Trovate due lettere vicino alle vittime (Messaggero Veneto – 14 gennaio 2008)
Erano in una busta bianca sul comodino vicino ai cadaveri. Nel cestino della stanza tre scatole di antidepressivi
Una busta bianca e due lettere all’interno gettano nuova luce sul caso delle morti di Giuliano e Fabio Modolo e di Bruna Piovesan. Una famiglia, quella di Polcenigo, travolta dai debiti e ferita nell’orgoglio, con la volontà – forse anche della moglie di Giuliano – di mettere fine a una situazione fattasi drammatica. I carabinieri hanno trovato le missive sopra il comodino della stanza al terzo piano della casa della Madonna Pellegrina, dove la famiglia oggi distrutta era ospitata dal luglio 2007, tra i letti di Bruna Piovesan, 68 anni, e del figlio Fabio, 38. Due lettere drammatiche e colme di disperazione, infilate in una busta bianca, chiusa, ma non sigillata. La prima, in ordine di tempo, sarebbe stata scritta dalla donna, che ha firmato anche per il figlio. Una decina di righe in tutto per ringraziare più volte il capofamiglia, Fabio Modolo, 72 anni, per essere stato «sempre un marito e un padre encomiabile». Per moglie e figlio, però (anche se la riconducibilità della missiva a Fabio Modolo resta dubbia), «il peso dell’esistenza è diventato insopportabile». Di qui la decisione di farla finita. «Ti preghiamo – conclude la lettera –: porta un fiore sulle nostre tombe». Nel cestino della stanza i militari dell’Arma, guidati dai capitani Andrea Manti e Pierluigi Grosseto, hanno trovato tre scatole, vuote, di antidepressivi. Sarà l’autopsia a svelare chi li ha assunti e in che dosi.
La nuova ricostruzione della dinamica della tragedia fa pensare a questo: Giuliano Modolo rientra in stanza (le chiavi erano a disposizione di tutti e tre i componenti del nucleo familiare) e trova il figlio e la moglie in fin di vita. Prende la stessa penna della moglie e un altro foglio di carta e scrive anche lui tre righe con la mano tremante: non vuole che «la tragedia della vita» coinvolga solo Bruna e Fabio: «Non posso restare solo: vi raggiungo». Infila la lettera (senza intestazione) nella busta che riappoggia sul comodino che separa i letti di moglie e figlio, strappa senza forbici il copriletto di cotone leggero, lega con le stringhe il collo di moglie e figlio facendo un doppio nodo e tira molto forte. Poi va in bagno e appende a un gancio sul muro un’altra stringa, avvolta intorno al proprio collo con la cintura dell’accappatoio, lasciandosi cadere. Sulle cause della morte dei tre, infatti, non vi sarebbero dubbi: per tutti il decesso sarebbe sopravvenuto per soffocamento. A suffragare l’ipotesi che Giuliano Modolo abbia trovato la moglie e il figlio agonizzanti e che abbia deciso di porre fine alla loro agonia e, subito dopo, di suicidarsi, sarebbero varie circostanze, tra le quali quella che l’uomo era l’unico vestito, mentre gli altri famigliari erano in pigiama. Ma per ricostruire esattamente la dinamica della triste vicenda occorrerà attendere l’esito dell’autopsia, che sarà effettuata domani, su disposizione del pubblico ministero, Monica Carraturo.
