Roberto Guaia, 40 anni, manovale, padre separato. Massacra a coltellate due figli per odio verso la ex moglie. Condannato a 30 anni in primo grado, ridotti a 20 in appello. In carcere pesta il compagno di cella che non vuole subire i suoi abusi sessuali. Considerato socialmente pericoloso, è in libertà vigilata
Busto Arstizio (Varese), 8 Aprile 2004
Titoli & Articoli
Alla moglie: “Mi sono vendicato” (La Repubblica – 8 aprile 2004)
I ragazzi, 14 e 17 anni, vivevano in Germania con la madre. Erano in vacanza dal padre. La polizia: “Uno spettacolo orribile”
Varese, uccide i figli a coltellate, Ha telefonato anche al terzo figlio: “Vengo a uccidere anche te”. Poi ha cambiato idea ed è andato a costituirsi
Ha ucciso i due figli più giovani, poi ha telefonato al maggiore per dirgli che voleva fargli fare la stessa fine, poi ha cambiato idea e ha chiamato la polizia perchè andasse a prenderlo in chiesa. Nel frattempo ha telefonato la moglie separata, in Germania, per annunciarle la sua vendetta. In una conferenza stampa il pm Tiziano Masini, che conduce l’inchiesta, e il vicequestore Luigi Mauriello, hanno ricostruito le fasi del duplice omicidio di cui si è reso responsabile Roberto Guaia.
Questa mattina, poco dopo le 7, i due ragazzi che erano in vacanza dal padre da venerdì scorso, sarebbero stati svegliati dall’uomo perchè insieme dovevano andare a fare la spesa al mercatino settimanale che si tiene poco distante dalla loro abitazione. La prima a prepararsi è stata Ilaria che poi è uscita ad acquistare le sigarette.
In casa sono rimasti Danny e il padre: Roberto Guaia, per motivi che non sono stati ancora accertati, improvvisamente con un coltello, preso nei cassetti della cucina, si è scagliato contro il ragazzino che si stava preparando in bagno. Danny ha cercato di difendersi mentre veniva colpito più volte, ha raggiunto persino il balcone di casa sui cui vetri sono rimaste le impronte di sangue. Ma il padre l’ha raggiunto e lo ha colpito con un’ultima coltellata alla gola.
Proprio in queste ultime fasi è rientrata la sorella che ha sentito urlare il fratellino. Ha attraversato di corsa il piccolo appartamento ma prima di raggiungere il balcone si è trovata di fronte il padre che ha cominciato a colpire pure lei. Anche la giovane ha tentato di difendersi ma pure lei alla fine è stata uccisa con una coltellata alla gola.
Terminato “il macello”, come l’ha definito una delle persone che ha visto la scena del delitto, l’uomo ha preso i corpi dei due figli e li ha sistemati sul letto matrimoniale dove dormivano in questi giorni (lui pare si fosse sistemato su un divano-letto). E’ quindi uscito e ha telefonato al figlio maggiore Manuel al cellulare dicendogli: “ho ucciso i tuoi fratelli, ora vengo ad ammazzare pure te”.
A questo punto la ricostruzione diventa più confusa. Pare che, giunto a metà strada, l’uomo abbia cambiato idea, gettato il coltello dall’auto e sia tornato indietro dirigendosi in una chiesa vicina. Durante il tragitto ha fatto altre due telefonate: la prima alla moglie per annunciarle che aveva ammazzato i figli, la seconda alla polizia per comunicare la stessa cosa spiegando che si sarebbe costituito dopo essersi andato a confessare nella basilica di San Giovanni.
Nel frattempo alla polizia e ai carabinieri sono arrivate le telefonate concitate e spaventate sia della mamma dei due ragazzi dalla Germania che del fratello Manuel. Così in pochi minuti, in via Monti, sono arrivate diverse pattuglie e lo stesso ragazzo che è stato uno dei primi ad entrare nell’ abitazione trovandosi di fronte uno spettacolo definito dagli stessi ispettori di polizia “orribile”.
Un’altra pattuglia è andata a prelevare Roberto Guaia nella chiesa dove aveva detto di essere. E dove è stato trovato seduto su una panca.
La storia di una famiglia rovinata dalle macchinette (La Provincia Pavese – 9 aprile 2004)
«Questa è una famiglia rovinata dalle macchinette». In siciliano stretto, i parenti di Roberto Guaia, il manovale che ha ucciso per vendetta due dei suoi tre figli, non fanno che ripeterlo. Fuori dalla casa della mattanza, si fanno i conti con la violenza che lascia senza parole. Roberto Guaia, manovale, ha sperperato un capitale in soldi e ore davanti ai videopoker.
E’ per questo che la moglie, Rita Pia Tommasello, 36 anni, l’aveva mollato, due anni fa. Se ne era andata in Germania, vicino Francoforte, con i figli per cercare di dare loro una vita migliore. Gli amici del bar delle Ferrovie Nord, dove Guaia passava le giornate se lo ricordano bene. «Giocava forte – dicono -, era sempre arrabbiato». Ma non è il gioco che lo ha rovinato, sostengono. «I figli li ha uccisi perché odiava la moglie». Alla compagna della sua vita Roberto non è riuscito a perdonare quell’affronto.
Era un tipo strano. Due anni fa, ricordano sempre al bar di via Monti, siccome il capo cantiere non lo pagava, Roberto Guaia aveva minacciato di cospargersi di benzina e di farla finita dal tetto di una villetta. Altre volte, aveva minacciato di uccidere i figli, per farla pagare alla moglie.
Lui e la moglie avevano affrontato insieme molte difficoltà. Erano partiti da Gela, in provincia di Agrigento, nel 1998. Giovanissimo operaio, aveva respirato la fatica del Petrolchimico; ora cercava in Lombardia la serenità e la tranquillità economica che non ha mai trovato. Di quei primi anni al Nord, tutti, a Busto Arsizio (Varese), hanno un buon ricordo. La famiglia Guaia era una famiglia felice. «Prima – racconta il lacrime un’amica di Danny – in quella casa erano davvero tutti contenti. Lui pareva più un fratello maggiore che un padre, e coi figli era molto disponibile. Anche lei, la mamma, era sempre pronta a darci consigli: bastava citofonarle e subito ti apriva la porta».
Quando Rita, la donna sposata nell’86, lo lascia, il mondo gli crolla addosso. Non era stata una separazione vera, solo si era allontanata con i figli più piccoli. Chi la conosce sa che non sarebbe tornata indietro. Roberto, di quella separazione, darà la colpa anche ai parenti della moglie. Sembra che fosse stata soprattutto la madre di Rita a sostenere la figlia nella decisione di andarsene di casa. «Non dava molta confidenza – racconta una delle vicine -. Non era il tipo da venire qui a chiedere una cortesia. Negli ultimi tempi lavorava meno del solito, lo si vedeva spesso girare da queste parti, non solo la mattina presto o la sera». Della moglie non ha mai detto nulla, nemmeno agli amici. Faceva come se non fosse mai andata via. Solo il figlio maggiore era rimasto con lui, a Busto. Ma viveva di fatto a casa dello zio. Ora che i ragazzi erano tornati, Guaia sembrava felice. Non li vedeva da quasi due anni. Danny e Ilaria avevano incontrato gli amici di un tempo, avevano fatto visita ai parenti. Emanuele, 19 anni, dopo aver visto i fratelli massacrati dal padre, a coltellate, è riuscito solo a dire: «Bastardo, assassino, non voglio più vederlo né vivo né morto».
Pena ridotta per Roberto Guaia (Varese News – 2 marzo 2006)
L’uomo, che due anni fa massacrò a coltellate due dei suoi tre figli, ha patteggiato in appello vent’anni, contro i trenta comminatigli in primo grado
Vent’anni di carcere per l’assassinio dei propri figli, Danny, di 14 anni, ed Ilaria di 17. È quanto dovrà scontare Roberto Guaia, l’uomo che l’8 aprile di due anni fa massacrò a coltellate i suoi due figli, in vacanza per la Pasqua nella sua casa di via Monti a Busto Arsizio – era divorziato, e la moglie viveva in Germania con i due ragazzi. La Corte d’Appello di Milano, presieduta dal giudice Sergio Vaglio, ha concesso il patteggiamento chiesto per Guaia dal legale Sergio Bernocchi – e concordato col pm Salvatore Sinagra – riducendo così la pena dai 30 anni di carcere inflitti in primo grado a 20. A Guaia i periti psichiatrici hanno riconosciuto la parziale infermità mentale. Un delitto orrendo, quello commesso dal muratore gelese, motivato dall’odio verso l’ex moglie Rita Pia Tommasello, che l’aveva lasciato non sopportandone più la violenza e la mania per il videopoker.
Una scena atroce si era presentata ai poliziotti accorsi in via Monti, nell’appartamento dalle pareti macchiate di sangue: i due ragazzi, trucidati la mattina presto mentre giocavano alla Playstation, avevano lottato disperatamente, ma l’uomo, fuori di sè, non aveva avuto misericordia. A mesi di distanza l’allora dirigente del commissariato bustese Luigi Mauriello la considerava ancora la scena più sconvolgente mai vista – e aveva venticinque anni di carriera alle spalle. Il terzo figlio di Guaia, il 19enne Emanuele, si salvò solo perchè era in casa di uno zio. Dopo averlo invano cercato per chiudere i conti con la moglie, Guaia si rifugiò nella basilica di San Giovanni, dove si lasciò ammanettare dalla polizia senza opporre resistenza.
Link
In memoria di
“Botte per aver rifiutato gli abusi”, Clericò pestato in cella dal compagno (Il Giorno – 23 novembre 2017)
In ospedale il 65enne accusato dell’omicidio della promoter Marilena Re
Stavano per cenare, martedì sera, quando un compagno di cella lo ha aggredito, colpendolo al volto con un piatto di ferro e provocandogli un vistoso ematoma. Per questo motivo è stato trasportato in ospedale dal carcere di Busto Arsizio, in provincia di Varese, Vito Clericò, il pensionato di 65 anni arrestato con l’accusa di aver ucciso e occultato il cadavere di Marilena Rosa Re, 68enne di Castellanza. Dopo le visite è stato riaccompagnato in cella, per poi essere nuovamente accompagnato in ospedale per accertamenti specialistici, ieri mattina. «Ad aggredire il nostro assistito è stato Roberto Guaia, suo compagno di cella. Abbiamo chiesto che Clericó venisse visitato nuovamente da uno specialista per scongiurare lesioni permanenti», ha dichiarato l’avvocato Franco Rovetto, che insieme alla collega Daniela D’Emilio assiste Clericó. «Ha vistose ferite all’occhio destro e all’orecchio, che gli sarebbero state provocate da un piatto di ferro, in uso ai detenuti per i pasti – ha spiegato l’avvocato Daniela D’Emilio -. Secondo quanto ci ha riferito stamattina, il suo compagno di cella avrebbe tentato di abusare di lui più volte negli ultimi giorni e ieri sera mentre servivano la cena si sarebbe vendicato del rifiuto». Clericò è tornato in ospedale ieri mattina, scortato dalla Polizia Penitenziaria. Silenzioso, dimagrito, è stato accompagnato da un oculista. I legali hanno presentato denuncia nei confronti di Roberto Guaia, in carcere per aver massacrato a coltellate i figli, nel 2004. L’amministrazione carceraria ha provveduto a spostare l’aggressore in un’altra cella. «Clericò è stato inviato in pronto soccorso per accertamenti, anche se pare abbia riportato lievi lesioni, e Guaia è stato già ricollocato», ha spiegato il direttore della casa circondariale di Busto Arsizio, Orazio Sorrentini. «Clericò non ci ha comunicato di aver subito avances da parte dell’altro detenuto». Ma gli avvocati hanno reso noto che lo stesso Clericò aveva scritto una lettera nella quale spiega di essere vittima di presunte pressioni da parte del suo aggressore già da tempo.
I grandi gialli: “Rita, devi ascoltarmi: ho ucciso i nostri figli” (La Stampa – 14 novembre 2022)
Roberto non si arrendeva al fallimento del matrimonio. Ammazzò, poi telefonò alla ex moglie
Quella mattina di giovedì santo Roberto mandò di prima mattina la secondogenita, Ilaria di 17 anni, fuori casa con una scusa. Si erano svegliati tutti alle 7 per poi andare al mercatino insieme. Chiese alla ragazza, cortesemente, di fare una piccola commissione, andando a comprare le sigarette. Sapeva bene che era troppo pericoloso portare avanti il suo folle piano criminale, avendo entrambi i figli nell’abitazione di via Monti a Busto Arsizio, centro tra Milano e Varese.
Uscita Ilaria, nell’appartamento a piano terreno rimase da solo con Deni, 14 anni. Andò in cucina, aprì il primo cassetto, estrasse un lungo coltello e cercò di raggiungere il ragazzo che era in bagno per ucciderlo. Deni fu colto all’improvviso e preso dal panico cercò disperatamente una via di fuga. D’istinto provò ad aprire la finestra che si affacciava sul cortile interno ma fu tutto inutile: i fendenti del padre non lasciarono scampo con l’ultimo dritto alla gola. Sul vetro ancora le macchie di sangue. Roberto Guaia, il mite muratore come qualcuno lo conosceva, il ludopatico dipendente dai videopoker, l’uomo dei ricatti alla moglie, si muoveva in casa con sicurezza, determinazione. E poi c’era Ilaria che si apriva alla vita ma che da quella casa – una volta rientrata- mai sarebbe più uscita. Era arrivata solo da qualche giorno, contenta di trascorrere le vacanze pasquali in Italia, forse persino gioiosa di rivedere il padre. Di fatto nemmeno lei ebbe il tempo né di comprendere, né di evitare quel dannato coltello.
Sembrava dormissero Una freddezza senza incertezze, esitazioni, rimpianti. Era tutto finito. Guaia ora sperava solo di riuscire a uccidere anche l’ultimo dei tre i figli che aveva avuto da Rita, la moglie che si era rifugiata in Germania e che da tempo voleva divorziare. Sarà proprio quest’ultima, da oltre le Alpi ad avvisare i carabinieri, sgomenta, dopo aver ricevuto una telefonata dal coniuge che le annunciava di aver ammazzato i due figli. E infatti lui tornò sui suoi passi; doveva prendere il corpicino di Deni e quello di Ilaria insanguinati, portare entrambi nella camera matrimoniale e stenderli sul letto. Li mise uno vicino all’altro in un silenzio pneumatico. Si abbracciavano quei due ragazzi, si tenevano dopo esser stati colpiti dal padre. Sembrava che dormissero vicini com’era accaduto tante volte in passato. Ma adesso era tutto diverso. La famiglia disintegrata, due vite spezzate. Il padre pensa che siano morti in realtà sono ancora vivi. Moriranno dopo, dissanguati. Lui non nascose nulla. Lasciò cadaveri, tracce e impronte. Non gli importava più nulla. Prese il cellulare, compose il numero di quella donna che gli aveva dato la felicità per ammazzare anche lei con la peggiore notizia che potesse mai udire: «Rita ascoltami, ho ucciso Deni e Ilaria, ora cerco Emanuele». E riagganciò. Ritornò in cucina per lavare il coltello e poi in camera a cambiarsi camicia e pantaloni.
La scena del crimine I carabinieri arrivarono subito, provarono a entrare ma la porta era sbarrata. Non rispondeva nessuno. Notarono una finestra socchiusa, spinsero e videro una scena raccapricciante. Sangue per terra, sui mobili e sulle pareti, ovunque. Roberto se n’era andato in piazza. Aveva chiamato Emanuele, il primogenito, per chiedergli un incontro e poi si era fermato alla prima panchina libera per pensare, capire e quindi infilarsi nella chiesa di san Giovanni. Voleva confessarsi.
«L’ho visto dietro una colonna, in piedi, aveva uno sguardo talmente strano che ho pensato fosse un drogato – racconterà il custode -. Si è allontanato un paio di volte per telefonare, penso volesse confessarsi, ma i sacerdoti erano impegnati, poi sono arrivati i poliziotti a portarlo via». Infatti, chiamò gli agenti dicendo che li avrebbe aspettati li e così fece. Davanti agli inquirenti confessò ogni momento di quella mattinata di orrore: «Improvvisamente ho avuto uno scoppio di pianto perché ho cominciato a pensare che il 16 aprile sarebbero dovuti rientrare in Germania. Allora ho preso un coltello da cucina, ho raggiunto mio figlio in bagno e l’ho scannato. Non so cosa stessi facendo. L’ho fatto e basta… Nel frattempo è rientrata Ilaria e l’ho colpita con venti, trenta pugnalate subito dopo l’ingresso. Prima che la colpissi, mi ha visto con il coltello e si è messa a gridare. Intanto mio figlio Deni è scappato attraverso la finestra sul balcone, non riusciva a parlare e si teneva la gola. Mia figlia si è accasciata davanti alla porta ed è morta subito, mio figlio è caduto sul pavimento del balcone. Li ho recuperati entrambi e li ho trascinati sul letto dove li avete trovati. Li ho fatti abbracciare perché si volevano bene».
Sopraffazioni in serie In primo grado Guaia venne condannato a trent’anni, riconoscendo la seminfermità di mente: «disturbo grave del carattere – è la sintesi dell’anamnesi medica – con una grossa quota di narcisismo, unito a una deficienza intellettiva»; la pena nel 2006 scese a venti in appello. Giunge così al capolinea una vita travagliata come quella di mille altri, di persone che nascono nella miseria, che si sposano per poi scoprire il fallimento del proprio matrimonio ma non sterminano la propria famiglia. Guaia sì ma aveva fatto anche altro, trasformando in incubo la vita della propria compagna. Il duplice omicidio è l’epilogo di una serie infinita di sopraffazioni. Il muratore assassino non si rassegnava che la storia d’amore fosse finita. Non accettava di essere lasciato, lui che veniva da un’infanzia segnata dalla perdita della madre in giovane età e poi per anni rimbalzato da un parente all’altro senza riuscire a finire nemmeno la scuola elementare nella provincia di Gela. Indiscutibilmente, Rita aveva riportato il sole nella sua vita, una svolta inattesa che gli aveva dato gioia e soprattutto speranza. Si erano conosciuti in Sicilia quando lei aveva solo 14 anni. Roberto era appena stato congedato in anticipo dal servizio militare perché gli avevano riscontrato un esaurimento nervoso. E così lì nelle giornate afose lungo le strade deserte di fine pomeriggio aveva incontrato per la prima volta questa ragazza che sarebbe diventata il perno della sua esistenza.
La fine del sogno Difficile descrivere il rapporto, asserire di poter solo parlare d’amore vista l’età della futura moglie. Ma di certo sembrano felici, nel 1986 si sposano, vivono insieme, lei mette al mondo tre figli mentre lui non riesce né a nascondere i propri problemi, né ad affrontarli e superarli. Rita fa sempre più fatica con questo uomo. Anzi, è proprio disperata ma non se la sente di chiudere questa storia. Per lui, per i figli, per quel sogno che sembra infrangersi. Roberto rende tutto pesante, la fa sentire drammaticamente insostituibile: «Senza di te non vivo. Se te ne vai mi uccido». La giovane mamma fatica sempre più ad accettare, a sopportare il fardello di un marito passivo, egocentrico ed egoista. Più di una volta e in ogni modo prova a troncare i rapporti ma sembra tutto inutile. Lui mette in atto azioni sempre più eclatanti: una volta lo si ritrova sul tetto di casa pronto a darsi fuoco agitando una tanica di benzina, poi si infila in un’auto, isolato in un bosco per uccidersi inalando il gas di scarico. Eppure, ogni tentativo fallisce. Riprova. Torna ancora a parcheggiare l’auto in una strada isolata per morire asfissiato dai gas di scarico ma poi non ce la fa e si salva. Come quando non riesce ad annodare la corda con la quale vuole impiccarsi a casa.
Da parte sua Rita è sempre più impressionata. Cerca di essere accondiscendente per evitare il peggio ma ormai è al limite e anche oltre. Quando i viveri iniziano a scarseggiare, capisce che i figli non meritano tutto questo. Decide che è il momento di andarsene, raggiungere la propria madre in Germania e chiedere il divorzio. Da quel momento alla giornata di ordinaria follia il passo è breve.
La crema Dopo la condanna Guaia sparisce dai radar dei giornali per tornare a far parlare di sé quando il 21 novembre del 2017 in carcere aggredisce Vito Clericò, ergastolano condannato per aver ammazzato e decapitato nell’estate dello stesso anno una conoscente, Marilena Re, di professione promoter. Guaia se la prende con quest’altro assassino perché teme di perdere il controllo su una situazione assai particolare. Infatti, dopo aver tolto la vita ai figli ed esser finito in prigione, l’uomo avrebbe mostrato un certo interesse sessuale per questo suo compagno di detenzione. In particolare, da quanto raccontato dallo stesso Clericò al proprio difensore, un giorno Guaia gli chiese di spalmargli una crema in una parte intima. Clericò diede l’assenso per aiutarlo ma a un certo punto la situazione cambiò: «Lui si è girato e in un attimo mi ha sganciato i pantaloni… Gli ho detto “Che stai facendo? Lasciami stare”». L’episodio spinge Clericò a scrivere sempre al proprio legale per lamentarsi di quanto accaduto, ma Guaia nota il compagno vergare la lettera, sbircia il contenuto e si allarma. Teme che possano esserci azioni legali, ripercussioni. E così perde lucidità, aggredendo Clericò a colpi di calci e pugni su tutto il corpo. Stavolta non uccide. (di Gianluigi Nuzzi)
19 ANNI DOPO. Busto, uccise i figli: «È ancora pericoloso» (La Prealpina – 2 aprile 2023)
Roberto Guaia resta in libertà vigilata
Era il giovedì santo di Pasqua 2004: Roberto Guaia, muratore gelese lasciato lasciato dalla moglie che si era trasferita in Germania, sgozzò i loro due figli appena arrivati a Busto per trascorrere una settimana di ferie con il papà. Lo fece per un malsano istinto di vendetta, fu l’ipotesi investigativa iniziale. Scavando in profondità emerse la seminfermità mentale e il processo si concluse con vent’anni di reclusione e, una volta scontati, altri tre anni nella comunità psichiatrica di Castiglione delle Stiviere.
Oggi Guaia è in libertà vigilata in una struttura del Varesotto. Nei giorni scorsi, assistito dall’avvocato Samuele Genoni, si è presentato davanti al magistrato di sorveglianza di Varese Giulia Vassalli per la verifica annuale della pericolosità sociale: i pareri depositati in udienza erano favorevoli alla revoca della misura di sicurezza, ma venerdì il giudice ha sciolto la riserva e l’ha prorogata per un altro anno. Il sessantunenne a quanto pare incorre ancora nel rischio di commettere nuovi reati, nonostante il percorso rieducativo e terapeutico compiuto.
La decisione potrebbe aver tenuto conto dell’episodio accaduto in carcere a Busto il 21 novembre 2017: Guaia, che condivideva la cella con Vito Clericò (accusato dell’omicidio di Marilena Re e morto suicida nel penitenziario di via per Cassano nel 2021), gli fece avances sessuali dapprima solo verbali, poi decisamente fisiche. Da qualche giorno continuava a insistere affinché l’ex magazziniere gli spalmasse una crema sulle parti intime, gli si avvicinava allungando le mani, sarebbe arrivato pure a slacciargli i jeans. Clericò informò l’avvocato Daniela D’Emilio attraverso una lettera dettagliata sulla quale Guaia riuscì a buttare l’occhio (in tre metri quadrati di cella la privacy è un’utopia). Il gelese perse completamente il lume della ragione: saltò addosso con violenza alla buonanima picchiandolo pure con un piatto di ferro. Finì a processo assistito dall’avvocato Fabiola Colombo, il giudice Rossella Ferrazzi lo condannò a sei mesi per lesioni aggravate dall’uso di arma impropria. Non fu certo una grande prova di resipiscenza per un uomo che tredici anni prima – era l’8 aprile del 2004 – scannò i figli Ilaria, diciassette anni, e Deni, di appena quattordici.
Chi entrò nel piccolo appartamento di via Monti dopo la mattanza ha ancora impressa negli occhi l’immagine dei due ragazzini ricomposti nel letto abbracciati, «non si possono guardare, li ha squartati, non raccogliere, non è rimasto nemmeno un occhio», disse sgomento il fratello maggiore, Manuel, uscendo dalla porta. Roberto Guaia voleva uccidere pure lui, ma il ventenne non era in casa quella mattina e non ci tornò nonostante il padre glielo avesse chiesto telefonandogli di proposito. Subito dopo chiamò la moglie in Germania. «Te li ho ammazzati, così saprai cosa significa soffrire».
Con Manuel e la ex moglie il muratore non ha più avuto alcun contatto. Accanto gli sono rimasti solo alcuni parenti che hanno saputo guardare oltre l’orrore, comprendendo la portata delle patologie da cui il gelese era affetto fin dalla naja, quando venne riformato a causa dei disturbi psichici. (di Sarah Crespi)

