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Alessia, 33 anni, cameriera. Uccisa dal padre Tiziano Gallo con un colpo di pistola alla testa

San Giorgio delle Pertiche (Padova), 9 Aprile 2015

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Preoccupata da un recente intervento (il Mattino di Padova – 11 aprile 2015)
Al Kofler di via Bronzetti tutti parlano di una ragazza efficiente nel lavoro, ma molto chiusa e riservata
«Mi sembra impossibile o forse non ci voglio ancora credere», singhiozza Elena Tontoroiu, collega e amica di Alessia Gallo, che lavora nel centro Kofler di piazza dei Signori. «Ho parlato con lei l’ultima volta mercoledì mattina, era venuta qua a prendere le salviette di carta, come faceva ogni settimana, e siccome era piccola di statura la aiutavo a prenderle dallo scaffale», racconta l’amica. «Avevamo chiacchierato come facevamo sempre, mi aveva detto che era un po’ preoccupata perché in seguito alle due piccole operazioni alle ovaie a cui si era sottoposta nell’ultimo periodo, aveva il ciclo mestruale che non terminava. Come una specie di emorragia, mi diceva», continua triste Elena Tontoroiu. «Io le ho consigliato di riposarsi e soprattutto di tornare dal medico a farsi vedere e lei mi ha detto che ci sarebbe sicuramente andata. Poi ci siamo salutate con un sorriso, e ci siamo date appuntamento alla settimana dopo. E ora non riesco a credere che invece non la rivedrò mai più».
All’indomani della notizia della drammatica morte della trentatreenne, la consapevolezza dell’immane tragedia si fa sempre più dolorosa anche tra i colleghi di via Carini. Al Centro Kofler, dove la giovane lavorava ormai da sei anni, i dipendenti sentono un vuoto che dicono già sarà incolmabile. «Oggi è anche peggio di ieri, perché iniziamo a realizzare quello che è successo», sussurra Paola Roca, amica e collega di Alessia, che insieme al resto del personale ieri ha collocato all’interno del locale un mazzo di fiori e una foto con un pensiero, in ricordo di Alessia. «Sicuramente sarà diverso lavorare ogni sera senza di lei, faceva parte del gruppo dei dipendenti storici ed era anche una delle più brave nel nostro lavoro. È tutto così assurdo».
Incredulità anche poco lontano dal Centro Kofler, al pub St. John’s di piazzale San Giovanni, dove Alessia spesso concludeva le sue serate al termine del lavoro. «Veniva qua almeno una volta alla settimana», racconta Mirco Morello, il titolare del locale «Siamo rimasti tutti sconvolti nell’apprendere la notizia». La giovane era stata pochi giorni prima al pub. «Era venuta da sola, come faceva la maggior parte delle volte. Si sedeva al banco, beveva qualcosa e rimaneva fino alle chiusura. Chiacchierava con me e con gli altri colleghi, le piaceva venire qua. Poi riprendeva la sua automobile e tornava a casa». Alessia non ha mai parlato della sua situazione famigliare al titolare del St. John’s. «Non ha mai fatto riferimento al rapporto con il padre, parlava soprattutto del suo lavoro, di qualche piccolo screzio che si creava con gli altri dipendenti, di qualche insoddisfazione, ma mai nulla di grave», spiega Mirco Morello, che infine fa un ritratto della ragazza: «Era una brava persona, un po’ solitaria ma in gamba. Si dedicava moltissimo al suo lavoro, tanto che faceva pochissime ferie all’anno. Le bastavano anche solo 15 giorni. Partiva quasi sempre da sola e faceva viaggi organizzati. L’ultima volta era partita circa un mese fa».

“Alessia Gallo uccisa perché era lesbica”, un amico accusa il padre (Blitz Quotidiano – 11 aprile 2015)
Mezzo foglio strappato da un block-notes con poche parole scritte a mano: “Bruciateci e metteteci insieme ad Annamaria”. Sono le ultime volontà, lasciate appoggiate sul tavolo della cucina, di Tiziano Gallo, il 63enne che ha ucciso la figlia Alessia, di 33 anni, e poi si è tolto la vita nella loro casa di San Giorgio delle Pertiche. L’avrebbe uccisa perché era diversa, troppo diversa da come lui la voleva. Il padre avrebbe sparato in testa alla sua unica figlia perché non riusciva ad accettare che amasse una donna. “Alessia Gallo è morta perché era lesbica. Dopo quel che è successo non si può ignorare questo conflitto familiare che esisteva e per Alessia era un problema serio. L’ha confidato a me”.
È il retroscena che emerge con la testimonianza di Mirko Zoccarato, anch’egli originario di San Giorgio delle Pertiche, gay dichiarato dal 2009.
Come riporta il Mattino di Padova, ci sarebbe una storia di omofobia e odio nei confronti di ciò che è diverso, dietro le quinte di questo dramma familiare. L’odio di un uomo che non riusciva a concepire l’amore omosessuale, il sentimento di un vedovo che sognava di ricostruire una famiglia con la figlia, avere un genero, magari dei nipotini.
«Ma Alessia era diversa» racconta Mirko. «È stata lei ad avvicinarmi in un bar del paese. Evidentemente conosceva la mia storia, perché lì a San Giorgio tutti sanno quanto ho dovuto lottare per dichiarare apertamente i miei sentimenti. Ricordo ancora come si è liberata di tutto ciò che aveva dentro. Mi ha detto che aveva un rapporto “speciale” con un’amica. Ho colto la sua sofferenza, ho percepito tutto il disagio che stava vivendo. In quell’occasione mi ha parlato del rapporto difficile con il padre». Questolato oscuro di Alessia Gallo ora esce con tutta la sua forza.
Adesso che tutti stanno cercando di dare un senso alla tragedia, con parenti e compaesani che si interrogano, i carabinieri che indagano, il parroco che non si capacita, sono proprio gli amici a conoscere il malessere che covava tra le mura domestiche. Sono le persone con cui si confidava dopo il lavoro a interpretare il significato per lei della parola “amore”.
«Aveva tentato di portare a casa questa amica ma lui, il papà, non la voleva neanche vedere. Non la voleva in casa. Non accettava il modo di essere della figlia e lei soffriva. Io le ho dato l’unico consiglio che si può dare in una situazione simile: le ho detto che se ne sarebbe dovuta andare di casa. Un lavoro sicuro ce l’aveva. Poteva benissimo andare ad abitare altrove. Se non l’ha mai fatto, evidentemente, era perché voleva stare vicino al padre. Dopo la morte della madre, lui era tutta la sua famiglia».
Mirko Zoccarato sa bene di cosa parla. Lui ha provato sulla sua pelle il sentimento di odio che le persone possono manifestare quando ti considerano “diverso”. «A San Giorgio delle Pertiche c’è un clima pesante nei confronti degli omosessuali. Io ho scelto di andarmene per questo motivo. Ora vivo a Montichiari ma quando torno a casa a trovare i miei genitori percepisco ancora gli sguardi di disprezzo. Alcuni compaesani mi offendono persino quando sono a passeggio con mia madre». (di Filippo Limoncelli)


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