Georg Gostner, 37 anni, commerciante, padre. Spara a due conoscenti (uno muore, l’altro si salva). Poi va a casa e uccide i due figli di 5 e 2 anni, infine si suicida
Santa Teresa di Gallura (Sassari), 3 Gennaio 1993
Titoli & Articoli
Corriere della Sera – 4 gennaio 1993
Corriere della Sera – 5 gennaio 1993
Corriere della Sera – 6 gennaio 1993
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In memoria di
Vita, pensieri e autodistruzione di un femminicida: il racconto della moglie scampata alla morte mentre lui uccideva i figli (la Nuova Sardegna – 24 novembre 2023)
Trent’anni fa la strage di Santa Teresa. Quattro vittime, compreso l’assassino che alla fine si sparò alla testa. La donna si salvò per miracolo: «Mi aveva minacciato, ma non credevo che potesse davvero uccidere qualcuno»
La sera di domenica 3 gennaio 1993, a Santa Teresa Gallura, tramontana agghiacciante, quasi nessuno in giro, il 37enne bolzanino Georg Gostner esce dalla sua casa nella frazione della Ficaccia portandosi dietro due pistole Smith & Wesson, una calibro 22 e una 44 Magnum. È deciso ad ammazzare la moglie separata, e non solo. Questa è la storia di un femminicidio mancato e di una strage compiuta. Quattro vittime: i due piccoli figli della coppia, un anziano teresino e l’assassino stesso, suicida. Perché riparlarne trent’anni dopo? Perché la moglie scampata alla morte entrò per l’ultima volta nella casa in cui i bambini erano stati uccisi e raccontò al cronista della Nuova Sardegna come può nascere un femminicidio. Come si comporta e che cosa può pensare un femminicida. Il suo racconto resta impressionante, straziante e attuale. Lo leggerete più avanti. Ma prima il riepilogo della strage.
Santa Teresa, 3 gennaio 1993
Uscito di casa alle 17, Georg Gostner raggiunge sul suo furgoncino Renault lo stazzo della Ficaccia e spara due volte al compagno di tante battute di caccia, Giovanni Antonio Cossu, 67 anni, che morirà qualche giorno dopo in ospedale. Poi il bolzanino si dirige verso il porto di Santa Teresa. Non sale sulla sua bellissima barca a vela (è di famiglia ricca) ma su quella ormeggiata accanto, dove uno skipper di 42 anni, suo conoscente, sta giocando a carte con cinque amici: spara e lo ferisce alla gola, non mortalmente.
Gostner si sposta al residence Gallo di Gallura, lungo la scogliera tra il porto e la torre. Qui in un appartamento c’è la moglie Rubia Carvalho, brasiliana, 27 anni, dalla quale è separato. Con lei i figli Diego (5 anni) e Amanda (2 anni). Gostner spara alla porta, fa irruzione in casa. Rubia riesce a fuggire da una finestra, lui abbatte i bambini che muoiono abbracciati. Tutto questo in meno di un’ora. L’ultima tappa di Georg Gostner è sulla scogliera: punta la pistola alla tempia destra e si ammazza.
Prima di ripartire per il Brasile, la moglie andrà ancora una volta, insieme agli investigatori, nella casa in cui i figli sono morti. E si lascerà andare a un lungo racconto davanti al cronista. Eccolo.
Dalla Nuova Sardegna del 6 gennaio 1993 «No, non ce la faccio a entrare, non voglio vedere il sangue dei miei bambini. Mettete le mie cose in una valigia e portatele fuori. Ho già superato troppe prove, i miei figli li ho già salutati. Ad Amanda ho cantato quella ninna nanna brasiliana che le faceva subito chiudere gli occhi, a Diego ho detto che è partito per un viaggio sull’astronave che gli avevo regalato per Natale. Ma ci rivedremo presto. «Maresciallo, lei lo sa che la mia vita è finita, vero? Si ricordi di prendere quella mano di carta attaccata alla porta, è la manina del mio bambino. A Capodanno gliel’avevo appoggiata su un foglio, ci avevo passato attorno un pennarello e avevo ritagliato il disegno. Ma guarda, sotto avevo scritto “Diego 83”, che sbadata, siamo nel ‘93, non ci saranno altri anni per mio figlio.
«Perché faceva quel tempaccio domenica, perché c’erano quel vento, quel gelo? Avrei voluto portare i bambini a passeggio e invece siamo rimasti in casa a guardare la tv. Se fossimo usciti e non ci avesse trovato… «Io lo sapevo che quella sera prima o poi sarebbe venuto a casa, me lo aveva detto. Adesso era lui che passava a trovare Diego e Amanda. Un mese fa, appena sono arrivata a Santa Teresa e ho preso quest’appartamento, lui mi ha chiamato e mi ha chiesto: “Vuoi tenere i bambini? Li affido a te”. Da quando c’eravamo separati aveva sempre voluto i figli tutti per sé, gelosissimo, possessivo. Combattevo, andavo in tribunale, ci sarò stata dieci volte, ma la famiglia di Georg aveva ingaggiato il miglior avvocato di Bolzano e il giudice dava sempre ragione a loro.
«Ma quel giorno Georg mi ha detto che i bambini potevo prenderli io. Non capivo. “Perché hai deciso così? – gli ho chiesto – Guarda che io posso venire alla Ficaccia a farti da serva, se vuoi, a me basta essere vicina ai bambini, perché hai cambiato idea in questo modo?”. Io so che Georg non ha mai saputo bene quel che voleva, era un uomo eccezionale, bellissimo, era bravissimo in tutto quello che faceva, parlava cinque lingue, sapeva andare in barca a vela per gli oceani, suonava la chitarra meravigliosamente, ma ha conosciuto un vero scopo nella vita quando io l’ho lasciato e si è trovato da solo con i figli.«Dal momento della separazione per lui ci sono stati Diego e Amanda, e basta. Stava sempre con loro, esaudiva tutti i loro desideri, li coccolava, li adorava. Ma prima nella sua vita contavano solo la chitarra e la vela, e per un breve periodo, dopo che ci siamo conosciuti, ci sono stata io.
«A me sembrava di essere Cenerentola: ero in spiaggia a Porto Alegre ed è arrivato lui con la sua barca, ed era bello e simpatico, suonava la chitarra e cantava, era amico di tutti. Io avevo vent’anni ed ero povera, avevo appena finito di studiare, una scuola tipo il vostro liceo scientifico, e Georg mi ha portata via, ero così felice che a volte mi veniva da piangere. Era magnifico stare insieme sulla barca, è lì che abbiamo fatto i nostri figli. Però prima veniva la vela e poi c’era il resto. Una settimana dopo che è nato Diego, lui è partito per un viaggio di cinquanta giorni, mi ha lasciato sola con la sua famiglia. Non è facile essere brasiliana, e figlia di gente semplice, ed entrare in una ricca famiglia di Bolzano.
«Vivevamo in casa della madre, il padre era morto. Georg mi raccontava che neanche quando lo aveva visto nella bara aveva trovato la forza di baciarlo: “Lo sai che in tutta la vita non ho mai ricevuto un bacio da mio padre?”. Ma mentre andava e tornava e io crescevo nostro figlio, e anche quando aspettavo Amanda, davo una mano a sistemare la nostra vera casa, quella in cui saremmo andati ad abitare. Era venuta fuori una cosa meravigliosa, un castello. È nata la bambina e pochi giorni dopo Georg mi ha detto: “Andiamo a vivere a Santa Teresa”. Mi ha portato alla Ficaccia in dicembre, in quella casa sulla collina, isolata, fredda, e io gli dicevo: “Ma come faccio qui a crescere Diego e Amanda?”. «Adesso piangevo per la disperazione, ho pianto molto nella mia vita, e più d’infelicità che di gioia, è una disgrazia la mia vita. Anche a Bolzano ero triste, Georg non voleva mai uscire con me, quando non era in viaggio stava chiuso in casa a suonare la chitarra, otto ore al giorno. Diceva: “Sono un grande chitarrista rock, potrei diventare una stella, ma a cosa mi servirebbe? Io non ho bisogno di lavorare”. Lui non aveva mai avuto problemi, era ricco, i suoi genitori gli avevano sempre dato tutto quello che voleva. E anche alla Ficaccia la stessa storia, io mi davo da fare con i figli e sistemavo la casa e lui suonava la chitarra e leggeva libri, tanti libri di filosofia, andava pazzo per Nietzsche, gli piacevano questi libri tedeschi, tristi, noiosi.
«Finché un giorno non è venuto a Santa Teresa un ragazzo che mi aveva conosciuto due anni prima e s’era innamorato perdutamente di me. “Vattene da questo posto, rifatti una vita”, mi ha detto, e l’ho seguito. Ma poi ho capito che non potevo stare senza i miei figli. Ho lasciato quel ragazzo, sono tornata da Georg, chiedevo di vedere i bambini, ma sapevo che la sua famiglia non mi avrebbe mai perdonato per quello che avevo fatto. Dicevano che ero una puttana, che mai il giudice avrebbe dato ragione a me. E anche quando potevo vedere i bambini Georg me li nascondeva, e non mi mandava gli assegni per vivere, per questo andavo a lavorare nei bar, non perché sono una puttana.
«L’ho visto Georg stamattina (nella camera mortuaria – ndr) e gliel’ho detto, sei stato l’unico amore della mia vita, il nostro amore era troppo forte per questo mondo. Li vedi i nostri bambini? Sono qui accanto a te. Ora sono angeli e ci proteggeranno, io li raggiungerò presto, non ho il coraggio di ammazzarmi, ma non ho nemmeno la forza per vivere.
«Perché l’ha fatto? Non lo so, non lo so, non lo so. Quando litigavamo per i bambini qualche volta Georg mi aveva minacciato di morte, ma io non credevo che lui potesse davvero ammazzare qualcuno. «Non so perché li ha uccisi, non so perché un mese fa ha deciso di darmeli. Era geloso di Diego e Amanda com’era stato geloso di me a Bolzano. Per due anni i figli sono stati tutta la sua vita e un giorno è venuto e mi ha detto: “Tienili”. Ma era sempre da noi. Eravamo tutti insieme a Natale e a Capodanno. Però forse Georg aveva deciso che era il momento di tornare alla chitarra e alla vela.
«Qualche sera fa è venuto al residence, si è seduto sul bordo della piscina e mi ha raccontato di aver conosciuto questo ragazzo (il velista al quale avrebbe sparato – ndr) che faceva le traversate nell’oceano. Mi ha detto che erano diventati amici, ma che per lo skipper le regate erano un lavoro, mentre lui nell’oceano ci andava per divertimento. Era così, era convinto di essere la perfezione assoluta in tutte le cose che faceva, ma le faceva perché gli piacevano, non per guadagnarci qualcosa.
«Poi ha cominciato a parlare della musica. Ha detto che la musica era la cosa più importante della sua vita. Che voleva tentare la fortuna a Milano, andare nelle case discografiche. Ho pensato che stava tornando quello di prima. Ho pensato che mi aveva lasciato i bambini perché voleva prendere la barca, starsene in giro per il mondo e suonare la chitarra. Come quando l’avevo conosciuto e Georg era stato il mio principe azzurro e io la sua Cenerentola.
«Domenica lui è venuto qua e ha cancellato le nostre vite. Era bella questa casa, ci stavo bene, l’importante per me erano i bambini, ma Georg aveva promesso che me ne avrebbe trovata una più grande. Non voglio entrare, maresciallo, riempia lei la valigia per me. Guardate, questi sono i libri di Diego: prendeteli voi, dateli a un bambino che possa leggerli, a me non servono più, sono solo un ricordo che fa male. C’è il sangue dei miei figli là per terra, perché nessuno lo ha pulito?”.
Orrore in Gallura: Georg Gostner e la strage di Santa Teresa (Sardegna Notizie 24 – 8 aprile 2025)
Santa Teresa ha perso la parola. È inverno, e la Sardegna d’inverno non è cartolina, non è spiaggia, non è luce. È chiusa in se stessa, come una bestia che dorme tenendo un occhio aperto. Le strade sono semivuote, quasi tutti i negozi sbarrati, le villette a schiera del residence Gallo di Gallura chiuse da mesi. O quasi tutte. Perché in una di quelle case, qualcuno è rimasto. Qualcuno ha scelto di non partire, di restare dentro il silenzio. Cammina piano, come se avesse tempo. Ma lui il tempo non ce l’ha più. Una finestra si apre nel cuore della notte. Una porta non verrà mai più chiusa. Qualcosa sta per accadere, qualcosa di tremendamente irreparabile: è il 3 gennaio 1993 Santa Teresa diventa un teatro dell’orrore e una scogliera con vista sull’abisso.
Un amico di troppo Ore 17. Georg Gostner esce dalla sua casa nella frazione de La Ficaccia, alle spalle di Santa Teresa Gallura. E’ un uomo solo ma non disarmato. Nel suo furgoncino Renault porta con sé due pistole Smith e Wesson: una calibro 22, l’altra 44 Magnum. Non ha fretta Georg. E’ un cacciatore silenzioso, uomo di terra e fucile. A La Ficaccia c’è un altro cacciatore che gli si para davanti: il suo amico, compagno e vicino di casa: Giovanni Antonio Cossu, 67 anni. Conosce Georg Gostner da anni, hanno diviso cartucce, carne di cinghiale. Gostner arriva che è quasi sera. Incrocia Cossu, e non si sa perché, quale sia stato il motivo, e se un motivo qualsiasi in effetti ci potesse essere: in ogni caso, gli spara. Due colpi. Il primo lo prende in pieno petto. Cossu cade, pesante sul pavimento. La pozza di sangue si allarga. Cossu respira ancora e Gostner risale in macchina. Il porto lo aspetta.
Il gioco interrotto Il mare è piatto. L’aria ha sapore di sale e gasolio. Al porto, tutto sembra uguale a sempre. Ma non lo è. Ci sono delle barche, alcune ormeggiate da mesi, altre pronte a partire. E su una di quelle barche, la Rita, si gioca a carte. Una partita lenta per riempire le ore stanche del tardo pomeriggio. A bordo c’è Guido Opizzi, quarantadue anni, skipper, uomo di mare e di poche parole. Sta ridendo. O forse sbuffando. Forse si lamenta di come gli gira male il gioco. È tranquillo. Protetto dalla routine, dalla noia. Finché non sente un passo. Uno solo, Georg è lì. E’ salito a bordo come un’ombra, senza fretta, senza scuse. Non parla, nessuno capisce. Poi il gesto improvviso, secco, preciso, bestiale. Georg Gostner lo colpisce alla gola con una delle sue pistole, forse la 22 o forse la 44, poco importa. Guido Opizzi porta le mani al collo, cerca l’aria, la voce, la ragione di quel dolore esploso dal nulla. Il sangue gli cola tra le dita, le carte gli cadono dalle mani, il gioco è finito. Le grida arrivano dopo, troppo tardi, Gostner è già sparito. Ma ha colpito con ferocia, lasciando un uomo mezzo morto sulla barca. Ma non si volta. E’ già diretto verso un altro posto, un luogo dove si trova il suo cuore: la casa con i bambini. Quei piccoli corpi caldi che dormono indifesi. E lui quei figli, li ha già visti in silenzio tante volte. Ora li guarda con gli stessi occhi, ma non è più lo stesso uomo. Il mostro si è svegliato, niente può fermarlo.
Dentro casa. La casa è immersa nel silenzio. Ma dentro quel silenzio, c’è qualcosa che respira pesante. La villetta si affaccia sul nulla. È una casa di vacanza, ma c’è chi l’abita anche d’inverno. Rubia Carvalho brasiliana di 27 anni vive li con i suoi figli, Diego 5 anni e Amanda di appena 2. Sono rientrati da poco. Rubia chiude le finestre. mette a letto i bambini. Rubia vuole fingere che tutto vada bene. Ma lei lo sente, lo sente arrivare. È una sensazione strana, viscerale. Poco dopo, la serratura gira piano, senza fretta. Georg è entrato, cammina come se fosse casa sua. Perché per lui, lo è ancora, anche dopo essere stato allontanato, anche se Rubia glielo ha urlato più volte basta. In quel salotto, il tempo si blocca. Georg è davanti a lei, Rubia lo guarda, lui ha in mano una pistola. Georg ha lo sguardo di chi non è più un uomo. Rubia capisce tutto in un secondo. Non c’è tempo per pensare. Non c’è tempo per urlare. Scappa dalla finestra, corre, e a piedi nudi si imbatte nel buio freddo di quella notte. Corre via lasciando i figli dietro di sé, perché non può fermarlo. Perché fermarlo significa morire. E mentre Rubia sparisce nella macchia, nella terra bagnata, nella disperazione, lui sale le scale. Un passo alla volta, e ogni passo è una condanna. I bambini dormono ignari. Ma il diavolo li guarda e ha già deciso. Quel diavolo ha il volto, e il cuore spento di un padre, non più uomo ma bestia. Ma prima di sentire lo sparo, bisogna conoscere chi preme il grilletto.
Come si costruisce un assassino. Non tutti i mostri ringhiano, alcuni sorridono. Georg Gostner nasce nel 1956, a Bolzano. Montagne, silenzio, ordine. Un’infanzia rigida, ordinata, fredda. Georg non ha mai avuto bisogno di lavorare, i genitori gli danno tutto. Lui nel frattempo, passa le giornate a suonare la chitarra e leggere libri di filosofia tedesca, Nietzsche su tutti, e coltiva sogni di rock e onnipotenza. Impara presto che l’amore si guadagna col comportamento, e il rispetto si conquista con il controllo. Quando conosce Rubia, brasiliana, giovane, vitale, se ne innamora. La porta in Sardegna, alla Ficaccia. Un posto isolato. Freddo. Rubia ci arriva con due figli piccoli. Uno appena nato. Diego e Amanda. Ma anche lì, la storia è la stessa: lei si occupa della casa, dei bambini, di sopravvivere. Lui suona per ore, legge, si isola.
Il piano del boia. Non è cattivo. Non ancora. È indifferente. Narciso. Ossessivo. Georg ha un modo tutto suo di amare. Un modo che stringe, che osserva, che pretende. È un amore fatto di proprietà, di confini invisibili da non oltrepassare. Poi qualcosa si spezza. Un litigio poi la distanza e infine una porta che si chiude più forte del solito.
Rubia si allontana ma Georg no, lui resta. E dentro comincia a bruciare. All’esterno, nessuno nota nulla, perché Georg continua a sorridere. Ma il suo più che un sorriso è un’ imitazione, un riflesso, un inganno. Comincia a controllare, sorvegliare, annotare ogni gesto di Rubia che diventa una prova, e ogni sua parola un’accusa. Per Georg la separazione è un dolore, un’umiliazione. Un disonore. E l’onore, per lui, non si perde, si difende con qualsiasi mezzo. Parla di giustizia Georg, di figli “portati via,” di equilibri da ristabilire. Si convince che solo lui può sistemare tutto, che sta facendo la cosa giusta. E allora inizia a costruire il piano. Con la freddezza dei giustizieri, o dei folli. Compra due pistole. Fa una lista, ogni nome non è un bersaglio. E’ una lezione. Quando entra nella casa, quella notte, non è più un uomo, Georg ha smesso di essere un padre, è un boia. E ora sta per entrare nella stanza a spegnere tutto.
Il mostro entra dalla porta. La porta si apre piano, come un coltello che taglia il silenzio. Dentro è tutto spaventosamente immobile e troppo innocente da potersi accorgere di ciò che sta per arrivare. Ci sono due letti, vicini. Diego dorme con le mani sotto il cuscino, Amanda stringe un peluche. Li separa mezzo metro, e li unisce una condanna che non sanno, non sentono, non capiscono. La luce del corridoio filtra appena, quella è la stanza dei figli, quella dove di solito i mostri, stanno sotto il letto. Ma stanotte il mostro è entrato dalla porta. Georg li guarda, li fissa in silenzio. In mano ha la pistola, si avvicina al letto di Diego, Il primo colpo è secco, crudele, preciso. Il bambino non fa in tempo a capire ad urlare. Amanda è li, forse ha sentito qualcosa o forse no, preme il grilletto e colpisce anche lei. Il sangue non scivola, si allarga e inquina le coperte. Quel sangue macchia i sogni. In pochi secondi, la stanza si svuota del respiro. Resta solo il silenzio. Un silenzio che non sarà mai più lo stesso. Georg non piange, non cade in ginocchio ma resta in piedi come una bestia che ha spento il mondo. E in quella stanza che sapeva di latte, di giochi e di sogni, restano solo due corpi piccoli, immobili, e un buio immortale.
Un cuore che corre scalzo. Il mostro ha sparato, ma là fuori c’è ancora una madre che corre. Rubia è viva, corre senza scarpe, senza giubbotto, corre perché se si ferma, muore. I suoi figli sono rimasti lì e lei non può più salvarli. Rubia può solo sopravvivere per raccontarlo. L’asfalto è gelido, i piedi battono sulla strada, si graffiano, si feriscono, il cuore le esplode nel petto, ha lasciato tutto: il cellulare, la borsa, la voce, ma ha ancora il sangue. Riesce a raggiungere una casa, bussa, urla chiede aiuto con la voce disperata di chi non ha più tempo. Sono le 22,30, una chiamata raggiunge il 118, poi il 112. I soccorsi partono, ma è già tardi, terribilmente tardi. Quando i carabinieri entrano nella villetta, la porta è ancora aperta. Qualcosa, nell’aria, puzza di morte. Salgono piano, non servono parole. Li trovano Diego e Amanda, distesi, freddi, il sangue è ormai quasi secco. Le pareti bianche sembrano urlare vendetta, orrore, ingiustizia. Nel frattempo, al porto, Guido Opizzi è vivo, è ferito gravemente, ma vivo.
Viene ricoverato, intubato, Guido Opizzi è sconvolto. Sarà lui a raccontare, nei giorni successivi, il volto del suo aggressore, Sarà lui a confermare che Georg è scomparso nel buio, con il sangue addosso. Nello stazzo della Ficaccia, Giovanni Antonio Cossu è agonizzante. Lo trovano poco dopo, respira ancora, ma anche per lui, è solo questione di tempo. E Georg? Georg non si trova. È sparito come un’ombra che ha finito il suo compito. Ma non è finita.
La vendetta si spara in bocca. La Sardegna si sveglia di colpo Il giorno dopo. E’ una Sardegna senza più colore. Il nome Georg Gostner è ovunque. I giornali scrivono, le radio trasmettono la notizia. Lo definiscono padre assassino, uxoricida mancato, pluriomicida. Ma nessuna parola basta, perché ci sono cose che le parole non riescono a contenere. Le indagini partono subito, ma la lista delle vittime è già troppo lunga. Diego, Amanda, Giovanni Antonio Cossu, morto dopo giorni di agonia. Guido Opizzi, sopravvissuto per miracolo. Rubia, viva, ma devastata. E poi, rimbomba una sola domanda, che nessuno riesce a formulare ad alta voce: perché?
E’ un paese in ginocchio Santa Teresa. Gli amici, i vicini, i carabinieri, tutti si muovono per cercare Georg. Ma Georg si è già cancellato dal mondo, con un colpo solo. Lo trovano qualche ora dopo, seduto nella sua auto, a pochi chilometri da lì. La bocca spaccata da un colpo di pistola, la testa china, Il sangue rappreso sulle mani. Si è sparato in silenzio, con la stessa calma con cui ha aperto la porta dei suoi figli. Nessuna lettera, nessun rimorso. Solo fine.
La morte non ha chiuso la porta. Ci sono tragedie che sporcano la cronaca, e poi ci sono quelle che rompono la carne della storia, che si incastrano nel tempo, e non se ne vanno più. La villetta di Santa Teresa di Gallura è ancora lì. Ogni tanto, qualcuno ci passa davanti piano. Abbassa lo sguardo, cambia strada. Perché da quella casa non è mai uscito solo il male, da quella casa è uscita la morte che non ha mai smesso di camminare. I letti sono stati rifatti, i muri ridipinti, le finestre richiuse. Ma se si resta in silenzio, se ci si avvicina abbastanza, qualcosa la si sente ancora. Un’eco, un sussurro, due voci piccole, che chiedono ancora perché. E un padre che, nel buio, ha smesso per sempre di essere un uomo. (di Michela Mancini)






