Laura, 12 anni; Armandino, 7 anni; Luciana, 2 anni. Uccisi dal padre per far soffrire l’ex moglie
Cerveteri (Roma), 4 Gennaio 1994
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In memoria di
Tullio Brigida uccide i figli Laura, Armandino e Luciana per punire l’ex moglie (Scena Criminis – 26 febbraio 2020)
Tullio Brigida nasce a Civitavecchia nel 1956, lavora saltuariamente come operaio edile e nel 1983 conosce Stefania Adami, studentessa di liceo con cui stringe un rapporto caratterizzato da litigi e violenza, tanto da infliggerle 13 coltellate quando è incinta della loro prima figlia. La donna per fortuna riesce a cavarsela mentre Brigida viene condannato a 4 anni e 10 mesi di carcere. Mentre sconta la pena chiede a Stefania di sposarlo, lei accetta e vengono celebrate le nozze in carcere. Una volta pagato il suo debito con la giustizia, i due iniziano a vivere insieme. Passano gli anni, i figli sono diventati 3 ma la situazione non cambia: liti e violenza sono all’ordine del giorno. Stefania, ormai satura, torna a vivere dai suoi genitori a Isola Sacra.
Siamo nel dicembre 1993, Brigida si reca dai suoceri e preleva i figli Laura, Armandino e Luciana, che hanno rispettivamente 13, 8 e 3 anni, per portarli nella villetta che ha preso in affitto a Santa Marinella per trascorrere con loro le festività natalizie. L’uomo continua a minacciare telefonicamente la moglie, dicendole che non rivedrà più i suoi figli: non accetta, infatti, che Stefania lo abbia lasciato e non abbia alcuna intenzione di tornare insieme a lui.
Il 2 gennaio 1994 l’ultima telefonata ai bambini, che sono ospiti dei nonni paterni ad Acilia, poi una serie di eventi che saranno ampiamente discussi in fase processuale. La notte tra il 4 e il 5 gennaio Brigida resta vittima di un incidente stradale a Santa Marinella e si reca all’ospedale di Civitavecchia per farsi visitare; il 9 gennaio si fa medicare al San Camillo di Roma per una ferita d’arma da fuoco; il 18 gennaio, giorno in cui avrebbe dovuto consegnare i figli a Stefania, non si presenta all’appuntamento al quale, al posto della donna, si presentano i carabinieri.
Il 23 febbraio l’uomo mette una bomba rudimentale in casa dei suoceri, per un pelo viene evitata una strage. Intanto il Tribunale dei Minori ha affidato i figli alla madre e i bambini non si trovano. Stefania è preoccupatissima: sia Laura, affetta da epilessia, che Armandino, affetto da asma bronchiale, hanno bisogno di cure mediche. Vengono lanciati appelli in tutta Italia e allertate le forze dell’ordine.
Il 23 marzo 1994Brigida viene arrestato. Interrogato in carcere, inizia a dare una serie di versioni diverse, una delle quali coinvolgerebbe una donna mai identificata e probabilmente inventata, tale Rosaria Greco, che avrebbe portato i bambini in Australia, ma le ricerche effettuate lì non portano a niente. Nel luglio dello stesso anno Vincenzo Bilotta, amico di Brigida, durante la trasmissione televisiva Chi l’ha visto? dichiara che l’uomo avrebbe ucciso i figli per poi seppellirli in un luogo segreto.
Tullio Brigida dal carcere continua a dare versioni diverse finché non confessa: i bambini sono morti e sono sepolti a Cerveteri in via del Cerqueto. Il20 aprile 1995 i corpi vengono recuperati: l’uomo assiste impassibile, fumando di continuo. Anche Stefania è lì, impietrita dal dolore fino all’urlo disperato che ancora oggi riecheggia nei ricordi di chi c’era.
L’assassino fornisce l’ennesima versione falsa: la notte tra il 4 e il 5 gennaio di ritorno dal pronto soccorso avrebbe trovato i bambini, affidati a Rosaria Greco, morti per le esalazioni della stufa. In preda al panico, avrebbe sepolto i corpi. Le analisi effettuate sulla struttura della casa, sulla stufa (rivelatasi perfettamente funzionante e non producente gas letali) e l’autopsia dicono altro: i bambini sarebbero morti per asfissia da monossido di carbonio.
Durante il processo, celebrato nell’aula-bunker di Rebibbia, testimoniano 2 vigilantes che, la notte tra il 4 e il 5 gennaio, notarono che la rete di recinzione di una villa adiacente al luogo del ritrovamento era tagliata e che a terra c’era una grossa macchia di sangue. Lì accanto, una scarpa da bambina uguale all’unica trovata ancora al piede della piccola Luciana. La notte tra il 4 e il 5 gennaio (la stessa in cui avrebbe avuto l’incidente), dopo aver somministrato dei sonniferi ai figli, li avrebbe chiusi in auto e, collegando il tubo di scarico all’abitacolo, ne avrebbe causato la morte per asfissia.
Il 18 giugno 1996 la Corte condanna Brigida all’ergastolo, all’isolamento diurno per 3 anni, e all’interdizione legale e perpetua dai pubblici uffici. Senza alcuna attenuante, né infermità mentale. Oggi l’uomo è ancora in carcere. Il movente sarebbe stato la vendetta nei confronti di Stefania Adami, provocandole una sofferenza inimmaginabile e ovviamente nessun dolore avrebbe potuto eguagliare la morte dei suoi figli. Di questa storia, purtroppo, restano solo poche certezze: uno scopo mostruoso raggiunto e il dolore senza fine di una madre.
