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Diego, 5 anni, e Amanda, 2 anni. Uccisi a colpi di pistola dal padre Georg Gostner per gelosia verso la ex moglie

Santa Teresa di Gallura (Sassari), 3 Gennaio 1993


Titoli & Articoli

ASSASSINATI TRA I GIOCATTOLI (la Repubblica 5 gennaio 1993)
OLBIA – Dopo la strage si è ucciso sulla scogliera con un colpo di “44 Magnum” a una tempia. Il corpo senza vita di Georg Gostner, 37 anni, ricco commerciante di Bolzano, è stato trovato alle nove di ieri mattina, seminascosto in un anfratto. La morte risale a domenica sera. Poche decine di minuti prima l’ uomo, con la stessa pistola, aveva ucciso i due figlioletti, ferito gravemente un vicino di casa e uno skipper. Una tragedia, che forse ha trovato il motivo scatenante nella gelosia di Gostner per l’ ex moglie. Il nuovo dramma familiare si è consumato, in un paio d’ ore, a Santa Teresa di Gallura. Preso d’ assalto d’ estate da migliaia di turisti, in inverno questo paesino ospita tutt’ al più qualche vacanziere di passaggio. I tremila abitanti hanno passato una notte di terrore pensando che il padre assassino vagasse ancora armato per il paese, pronto a sparare all’ impazzata. Conoscevano appena quel signore alto e distinto, dalla pronuncia altoatesina, che teneva ormeggiata nel porticciolo una barca a vela di 12 metri e di tanto in tanto dalla frazione della Ficaccia andava in paese per la spesa o per qualche acquisto. Invece i vicini di casa lo conoscevano bene, da quando nel 1991 si era trasferito da Bolzano in Sardegna. Qualche giorno fa uno di loro si era lamentato perché il cane di Gostner aveva ucciso due caprette. Senza dire una parola, il giovane era rientrato in casa, aveva preso la sua pistola e aveva abbattuto il cane fulminandolo con un colpo alla testa. A Santa Teresa, Georg Gostner era arrivato con i due bambini, Diego di 5 anni e Amanda di 2. Di tanto in tanto, andava a trovarli la moglie, Rubia Carvalho, 27 anni, brasiliana. Da lei l’ uomo viveva ormai separato, ma la donna continuava a rappresentare una vera ossessione. Il commerciante, che appartiene a una famiglia benestante proprietaria in Alto Adige di una catena di grandi magazzini, aveva conosciuto la ragazza negli anni 80 a Rio. Appassionato di vela, aveva compiuto una traversata oceanica sino ad arrivare in Brasile. Dopo un breve fidanzamento, i due si erano sposati e avevano messo su casa a Bolzano. Per qualche anno, come raccontano i fratelli di Gostner, tutto era filato liscio. Poi, i primi dissapori. La giovane, accusata dal marito di continui tradimenti, era andata a vivere a Verona e in seguito, pare, in Liguria. I figli erano rimasti con il commerciante, che aveva deciso di dedicarsi interamente a loro e di trasferirsi in Sardegna. Rubia Carvalho era arrivata nell’ isola qualche settimana fa, per trascorrere le vacanze di fine anno con l’ ex marito e con i bambini. Aveva preso alloggio in un residence vicino al paese, dove domenica si trovava in compagnia dei figli. Gli inquirenti non hanno ancora chiarito che cosa con esattezza abbia scatenato la furia omicida di Georg Gostner. L’ uomo ha prima ferito a revolverate il vicino di casa Giovanni Cossu, 67 anni, e lo skipper Guido Obizzi, 42 anni. Adesso i due lottano contro la morte. Poi ha raggiunto il residence dove giocavano i figlioletti e la moglie e ha tentato di sfondare la porta. Quando c’ è riuscito, la donna era già fuggita calandosi da una finestra ma è rimasta egualmente e inspiegabilmente ferita. Sia pure in modo lieve, forse colpita da qualche scheggia di legno. L’ uomo ha allora puntato la “44 Magnum” contro i bambini, uccidendoli con un colpo di pistola alla testa. Poi, è fuggito verso la scogliera e si è sparato. I corpi dei due fratellini, morti all’ istante, sono stati trovati abbracciati tra i giocattoli che riempivano la disadorna stanza del residence. (di Pier Giorgio Pinna)

Corriere della Sera – 5 gennaio 1993


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In memoria di

Orrore in Gallura: Georg Gostner e la strage di Santa Teresa (Sardegna Notizie 24 – 8 aprile 2025)
Santa Teresa ha perso la parola. È inverno, e la Sardegna d’inverno non è cartolina, non è spiaggia, non è luce. È chiusa in se stessa, come una bestia che dorme tenendo un occhio aperto. Le strade sono semivuote, quasi tutti i negozi sbarrati, le villette a schiera del residence Gallo di Gallura chiuse da mesi. O quasi tutte. Perché in una di quelle case, qualcuno è rimasto. Qualcuno ha scelto di non partire, di restare dentro il silenzio. Cammina piano, come se avesse tempo. Ma lui il tempo non ce l’ha più. Una finestra si apre nel cuore della notte. Una porta non verrà mai più chiusa. Qualcosa sta per accadere, qualcosa di tremendamente irreparabile: è il 3 gennaio 1993 Santa Teresa diventa un teatro dell’orrore e una scogliera con vista sull’abisso.
Un amico di troppo Ore 17. Georg Gostner esce dalla sua casa nella frazione de La Ficaccia, alle spalle di Santa Teresa Gallura. E’ un uomo solo ma non disarmato. Nel suo furgoncino Renault porta con sé due pistole Smith e Wesson: una calibro 22, l’altra 44 Magnum. Non ha fretta Georg. E’ un cacciatore silenzioso, uomo di terra e fucile. A La Ficaccia c’è un altro cacciatore che gli si para davanti: il suo amico, compagno e vicino di casa: Giovanni Antonio Cossu, 67 anni. Conosce Georg Gostner da anni, hanno diviso cartucce, carne di cinghiale. Gostner arriva che è quasi sera. Incrocia Cossu, e non si sa perché, quale sia stato il motivo, e se un motivo qualsiasi in effetti ci potesse essere: in ogni caso, gli spara. Due colpi. Il primo lo prende in pieno petto. Cossu cade, pesante sul pavimento. La pozza di sangue si allarga. Cossu respira ancora e Gostner risale in macchina. Il porto lo aspetta.
Il gioco interrotto Il mare è piatto. L’aria ha sapore di sale e gasolio. Al porto, tutto sembra uguale a sempre. Ma non lo è. Ci sono delle barche, alcune ormeggiate da mesi, altre pronte a partire. E su una di quelle barche, la Rita, si gioca a carte. Una partita lenta per riempire le ore stanche del tardo pomeriggio. A bordo c’è Guido Opizzi, quarantadue anni, skipper, uomo di mare e di poche parole. Sta ridendo. O forse sbuffando. Forse si lamenta di come gli gira male il gioco. È tranquillo. Protetto dalla routine, dalla noia. Finché non sente un passo. Uno solo, Georg è lì. E’ salito a bordo come un’ombra, senza fretta, senza scuse. Non parla, nessuno capisce. Poi il gesto improvviso, secco, preciso, bestiale. Georg Gostner lo colpisce alla gola con una delle sue pistole, forse la 22 o forse la 44, poco importa. Guido Opizzi porta le mani al collo, cerca l’aria, la voce, la ragione di quel dolore esploso dal nulla. Il sangue gli cola tra le dita, le carte gli cadono dalle mani, il gioco è finito. Le grida arrivano dopo, troppo tardi, Gostner è già sparito. Ma ha colpito con ferocia, lasciando un uomo mezzo morto sulla barca. Ma non si volta. E’ già diretto verso un altro posto, un luogo dove si trova il suo cuore: la casa con i bambini. Quei piccoli corpi caldi che dormono indifesi. E lui quei figli, li ha già visti in silenzio tante volte. Ora li guarda con gli stessi occhi, ma non è più lo stesso uomo. Il mostro si è svegliato, niente può fermarlo.
Dentro casa. La casa è immersa nel silenzio. Ma dentro quel silenzio, c’è qualcosa che respira pesante.
La villetta si affaccia sul nulla. È una casa di vacanza, ma c’è chi l’abita anche d’inverno. Rubia Carvalho brasiliana di 27 anni vive li con i suoi figli, Diego 5 anni e Amanda di appena 2. Sono rientrati da poco. Rubia chiude le finestre. mette a letto i bambini. Rubia vuole fingere che tutto vada bene. Ma lei lo sente, lo sente arrivare. È una sensazione strana, viscerale. Poco dopo, la serratura gira piano, senza fretta. Georg è entrato, cammina come se fosse casa sua. Perché per lui, lo è ancora, anche dopo essere stato allontanato, anche se Rubia glielo ha urlato più volte basta. In quel salotto, il tempo si blocca. Georg è davanti a lei, Rubia lo guarda, lui ha in mano una pistola. Georg ha lo sguardo di chi non è più un uomo. Rubia capisce tutto in un secondo. Non c’è tempo per pensare. Non c’è tempo per urlare. Scappa dalla finestra, corre, e a piedi nudi si imbatte nel buio freddo di quella notte. Corre via lasciando i figli dietro di sé, perché non può fermarlo. Perché fermarlo significa morire. E mentre Rubia sparisce nella macchia, nella terra bagnata, nella disperazione, lui sale le scale. Un passo alla volta, e ogni passo è una condanna. I bambini dormono ignari. Ma il diavolo li guarda e ha già deciso. Quel diavolo ha il volto, e il cuore spento di un padre, non più uomo ma bestia. Ma prima di sentire lo sparo, bisogna conoscere chi preme il grilletto.
Come si costruisce un assassino. Non tutti i mostri ringhiano, alcuni sorridono. Georg Gostner nasce nel 1956, a Bolzano. Montagne, silenzio, ordine. Un’infanzia rigida, ordinata, fredda. Georg non ha mai avuto bisogno di lavorare, i genitori gli danno tutto. Lui nel frattempo, passa le giornate a suonare la chitarra e leggere libri di filosofia tedesca, Nietzsche su tutti, e coltiva sogni di rock e onnipotenza. Impara presto che l’amore si guadagna col comportamento, e il rispetto si conquista con il controllo. Quando conosce Rubia, brasiliana, giovane, vitale, se ne innamora. La porta in Sardegna, alla Ficaccia. Un posto isolato. Freddo. Rubia ci arriva con due figli piccoli. Uno appena nato. Diego e Amanda. Ma anche lì, la storia è la stessa: lei si occupa della casa, dei bambini, di sopravvivere. Lui suona per ore, legge, si isola.
Il piano del boia. Non è cattivo. Non ancora. È indifferente. Narciso. Ossessivo. Georg ha un modo tutto suo di amare. Un modo che stringe, che osserva, che pretende. È un amore fatto di proprietà, di confini invisibili da non oltrepassare. Poi qualcosa si spezza. Un litigio poi la distanza e infine una porta che si chiude più forte del solito.
Rubia si allontana ma Georg no, lui resta. E dentro comincia a bruciare. All’esterno, nessuno nota nulla, perché Georg continua a sorridere. Ma il suo più che un sorriso è un’ imitazione, un riflesso, un inganno. Comincia a controllare, sorvegliare, annotare ogni gesto di Rubia che diventa una prova, e ogni sua parola un’accusa. Per Georg la separazione è un dolore, un’umiliazione. Un disonore. E l’onore, per lui, non si perde, si difende con qualsiasi mezzo. Parla di giustizia Georg, di figli “portati via,” di equilibri da ristabilire. Si convince che solo lui può sistemare tutto, che sta facendo la cosa giusta. E allora inizia a costruire il piano. Con la freddezza dei giustizieri, o dei folli. Compra due pistole. Fa una lista, ogni nome non è un bersaglio. E’ una lezione. Quando entra nella casa, quella notte, non è più un uomo, Georg ha smesso di essere un padre, è un boia. E ora sta per entrare nella stanza a spegnere tutto.
Il mostro entra dalla porta. La porta si apre piano, come un coltello che taglia il silenzio. Dentro è tutto spaventosamente immobile e troppo innocente da potersi accorgere di ciò che sta per arrivare. Ci sono due letti, vicini. Diego dorme con le mani sotto il cuscino, Amanda stringe un peluche. Li separa mezzo metro, e li unisce una condanna che non sanno, non sentono, non capiscono. La luce del corridoio filtra appena, quella è la stanza dei figli, quella dove di solito i mostri, stanno sotto il letto. Ma stanotte il mostro è entrato dalla porta. Georg li guarda, li fissa in silenzio. In mano ha la pistola, si avvicina al letto di Diego, Il primo colpo è secco, crudele, preciso. Il bambino non fa in tempo a capire ad urlare. Amanda è li, forse ha sentito qualcosa o forse no, preme il grilletto e colpisce anche lei. Il sangue non scivola, si allarga e inquina le coperte. Quel sangue macchia i sogni. In pochi secondi, la stanza si svuota del respiro. Resta solo il silenzio. Un silenzio che non sarà mai più lo stesso. Georg non piange, non cade in ginocchio ma resta in piedi come una bestia che ha spento il mondo. E in quella stanza che sapeva di latte, di giochi e di sogni, restano solo due corpi piccoli, immobili, e un buio immortale.
Un cuore che corre scalzo. Il mostro ha sparato, ma là fuori c’è ancora una madre che corre. Rubia è viva, corre senza scarpe, senza giubbotto, corre perché se si ferma, muore. I suoi figli sono rimasti lì e lei non può più salvarli. Rubia può solo sopravvivere per raccontarlo. L’asfalto è gelido, i piedi battono sulla strada, si graffiano, si feriscono, il cuore le esplode nel petto, ha lasciato tutto: il cellulare, la borsa, la voce, ma ha ancora il sangue. Riesce a raggiungere una casa, bussa, urla chiede aiuto con la voce disperata di chi non ha più tempo. Sono le 22,30, una chiamata raggiunge il 118, poi il 112. I soccorsi partono, ma è già tardi, terribilmente tardi. Quando i carabinieri entrano nella villetta, la porta è ancora aperta. Qualcosa, nell’aria, puzza di morte. Salgono piano, non servono parole. Li trovano Diego e Amanda, distesi, freddi, il sangue è ormai quasi secco. Le pareti bianche sembrano urlare vendetta, orrore, ingiustizia. Nel frattempo, al porto, Guido Opizzi è vivo, è ferito gravemente, ma vivo.
Viene ricoverato, intubato, Guido Opizzi è sconvolto. Sarà lui a raccontare, nei giorni successivi, il volto del suo aggressore, Sarà lui a confermare che Georg è scomparso nel buio, con il sangue addosso. Nello stazzo della Ficaccia, Giovanni Antonio Cossu è agonizzante. Lo trovano poco dopo, respira ancora, ma anche per lui, è solo questione di tempo. E Georg? Georg non si trova. È sparito come un’ombra che ha finito il suo compito. Ma non è finita.
La vendetta si spara in bocca. La Sardegna si sveglia di colpo Il giorno dopo. E’ una Sardegna senza più colore. Il nome Georg Gostner è ovunque. I giornali scrivono, le radio trasmettono la notizia. Lo definiscono padre assassino, uxoricida mancato, pluriomicida. Ma nessuna parola basta, perché ci sono cose che le parole non riescono a contenere. Le indagini partono subito, ma la lista delle vittime è già troppo lunga. Diego, Amanda, Giovanni Antonio Cossu, morto dopo giorni di agonia. Guido Opizzi, sopravvissuto per miracolo. Rubia, viva, ma devastata. E poi, rimbomba una sola domanda, che nessuno riesce a formulare ad alta voce: perché?
E’ un paese in ginocchio Santa Teresa. Gli amici, i vicini, i carabinieri, tutti si muovono per cercare Georg. Ma Georg si è già cancellato dal mondo, con un colpo solo. Lo trovano qualche ora dopo, seduto nella sua auto, a pochi chilometri da lì. La bocca spaccata da un colpo di pistola, la testa china, Il sangue rappreso sulle mani. Si è sparato in silenzio, con la stessa calma con cui ha aperto la porta dei suoi figli. Nessuna lettera, nessun rimorso. Solo fine.
La morte non ha chiuso la porta. Ci sono tragedie che sporcano la cronaca, e poi ci sono quelle che rompono la carne della storia, che si incastrano nel tempo, e non se ne vanno più. La villetta di Santa Teresa di Gallura è ancora lì. Ogni tanto, qualcuno ci passa davanti piano. Abbassa lo sguardo, cambia strada. Perché da quella casa non è mai uscito solo il male, da quella casa è uscita la morte che non ha mai smesso di camminare. I letti sono stati rifatti, i muri ridipinti, le finestre richiuse. Ma se si resta in silenzio, se ci si avvicina abbastanza, qualcosa la si sente ancora. Un’eco, un sussurro, due voci piccole, che chiedono ancora perché. E un padre che, nel buio, ha smesso per sempre di essere un uomo. (di Michela Mancini)