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Leopoldo Ferrucci, 42 anni, autotrasportatore, padre separato. Massacra di pugni in faccia una conoscente che lo rifiuta e getta il corpo in un campo. Condannato a 15 anni e 4 mesi di reclusione, ridotti a 14 in appello

Riano (Roma), 4 Luglio 2010


Titoli & Articoli

«Mi ha respinto, ecco perché l’ho uccisa» (il Giornale – 11 luglio 2010)
«Ho perso la testa, mi sono sentito rifiutato. Allora non ci ho visto più. Le ho messo le mani addosso, l’ho riempita di pugni in faccia e poi l’ho strozzata». Ha confessato all’alba di ieri Leopoldo Ferrucci, 42 anni, interrogato per ore nella caserma di via in Selci dai carabinieri di Ostia e dal nucleo operativo dell’Arma.
L’assassino di Anna Maria Tarantino, dipendente dell’Unicredit di via del Corso, giornalista pubblicista collaboratrice de «Il Tempo», è un autotrasportatore violento, «ignorante» sottolineano gli inquirenti, «una bestia». E da «bestia» il camionista di Capena ha brutalmente messo la parola fine a una relazione mai cominciata con la donna 44enne, conosciuta tempo addietro in pieno centro. Ferrucci aveva aiutato Anna Maria a trasportare alcuni mobili dal suo appartamento a una casa vicina che la vittima voleva affittare a studenti. L’uomo, separato e con un precedente penale per furto, se n’era innamorato. Un’infatuazione non corrisposta. Domenica pomeriggio Anna, che aveva l’auto con una gomma a terra, gli chiede di accompagnarla all’Ikea per trasportare alcuni mobili da acquistare. Sono passate le 18 quando i due partono dall’Eur a bordo del Fiat Doblò di Ferrucci. Ma al mobilificio non ci arriveranno mai.
Leopoldo devia per una zona isolata sull’Appia Nuova. Tenta un approccio a cui Anna Maria si ribella. Cerca di spogliarla dei pantaloni a «pinocchietto» che la donna indossa. Lei reagisce, prova a fuggire, urla. Ma non la sente nessuno. A quel punto l’uomo, come lui stesso racconta agli inquirenti, la zittisce per sempre. La picchia, poi le mani sul collo fino alla morte. Sono le 19 di domenica. Nemmeno 24 ore dopo Anna Maria avrebbe dovuto presentare il suo primo libro autobiografico «Soffio di Vita», sulla mamma morta dopo una lunga e straziante malattia. Ma non andrà mai all’appuntamento.
Ferrucci riaccende il motore del furgone e si avvia a tutto gas verso casa. Si ferma in un fondo agricolo, zona Pian dell’Olmo, di Riano. Un’area frequentata da coppiette: spera di confondere gli investigatori, di depistarli. Lunedì pomeriggio un architetto che passeggia a cavallo fa la macabra scoperta. Intanto l’ex fidanzato di Anna Maria, preoccupato, denuncia la sua scomparsa. Ci vogliono tre giorni perché si possa dare un nome a quel cadavere. Niente documenti, spariti gioielli e altro utile al riconoscimento. Manca anche il cellulare ma i tabulati telefonici parlano chiaro: domenica Anna Maria ha chiamato e ricevuto telefonate dal camionista. Sulle prime l’uomo nega: «Ero a Capena, non mi sono mosso da lì». Poi crolla. Da chiarire se abbia anche derubato la poveretta di alcuni quadri misteriosamente scomparsi dal suo appartamento. (di Stefano Valdovich)

 

“Se mi molli ti ammazzo” (La Stampa – 12 luglio 2010)
I killer hanno profili trasversali: giovani e vecchi, analfabeti e studenti, ricchi e poveri
«Mi ha preso in giro», ha detto. «Ma non ho tentato di violentarla. E’ che ero veramente pazzo di lei. Non me ne sono neanche accorto che la uccidevo». Le donne che muoiono possono morire così, come bambole vuote, come oggetti qualunque: senza che uno neanche se ne accorga. Leopoldo Ferrucci aveva appena conosciuto quella che aveva ammazzato a pugni in faccia, Anna Maria Tarantino. Le aveva dato un mucchio di botte in macchina perché lei si rifiutava di stare con lui, e poi ancora fuori, perché cercava di scappare, la poveraccia, e lo insultava. Lui era stato così gentile, l’aveva persino aiutata a trasportare a casa i mobili dell’Ikea.
Ma questa sembra un’estate folle, e Leopoldo Ferrucci è solo un esempio
. In neanche un mese, sono già otto le donne assassinate solo per un senso folle del possesso, senza altro motivo che questo. A volte, basta rifiutare un’avance per diventare vittime ideali, come è successo ad Anna Maria. Molto più spesso è sufficiente accorgersi che l’uomo che hai accanto è quello sbagliato. Ieri, a Mestre, Fabio Riccato, di 30 anni, dopo essersi laureato in biologia con 110 e lode ha ucciso la sua fidanzatina di 16 anni, con tre colpi di pistola, una Smith & Wesson 357 Magnum, mentre lei se ne andava in giro in bici. Lei lo voleva lasciare e lui l’ha distrutta: due colpi al torace e uno alla testa. Poi se n’è tenuto uno anche per sé.
Molte volte sono donne belle, ma è come se la loro bellezza non fosse altro che il pregio di uno schiavo. Forse, dovremmo fermarci per chiederci come sia possibile tutto questo. C’è chi ha fatto appena in tempo a conoscere il suo assassino: Chiara Brandonisio aveva 34 anni, si era separata nel 2004, viveva assieme alla nonna e chattava su internet. E’ così che aveva conosciuto il suo assassino, chiacchierando al computer, dove si inventano un sacco di palle e si fanno un mucchio di sogni. Quando poi ci si conosce la verità può essere un’altra: lui l’ha massacrata a sprangate. Invece, Gaetano De Carlo, le sue vittime le conosceva bene. L’avevano piantato tutt’e due, e le ha ammazzate tutt’e due, andando a cercarle a casa, inseguendole nei loro rifugi, come in un film dell’orrore. Anche lui, dopo il massacro, si è tolto la vita. Ha lasciato un biglietto sul tavolo dell’appartamento. Naturalmente chiedeva perdono.
L’identikit dell’assassino è trasversale a tutte le categorie sociali, è giovane, è vecchio, è laureato, o analfabeta, è ricco o povero. Ha una sola cosa in comune: è sempre un uomo. Andrea Donaglio è un benestante e la sua donna aveva un negozio di alimenti biologici a Spinea, in provincia di Venezia. Si erano già lasciati da un pezzo.
Ma l’orgoglio maschile dev’essere una cicatrice che non si cancella: l’ha riempita di coltellate pochi giorni fa. Riccardo Regazzetti era un camionista di 28 anni: si è sparato un colpo alla testa dopo averne riservati tre alla sua ex fidanzata, Debora Palazzo, che aveva appena avuto il torto di confessare a sua madre e a sua sorella di volerlo lasciare. Invece, Luca Sainaghi è un carabiniere di 28 anni: dopo un mese di indagini, alla fine ha raccontato al suo capitano di essere stato lui a sparare a Simona Melchionda, e di aver poi gettato il corpo nel fiume. Era da quasi trenta giorni che lei era scomparsa, e lui partecipava alle ricerche dandosi un sacco da fare, perché erano stati fidanzati. Simona l’aveva lasciato. Ma a volte basta anche di meno. A Cerignola, Foggia, Vito Calefato ha ammazzato la sua fidanzatina polacca, Michelina Ewa Wojcicka, solo perché aveva saputo che lei aveva trovato un lavoro in un’azienda ortofrutticola di San Ferdinando di Puglia. Una cosa insopportabile: così avrebbe potuto uscire da sola e farsi nuovi amici. Ha cercato di convincerla a dire di no. Poi le ha sparato un colpo di pistola, in uno squallido garage di periferia, dove lui trattava il grande amore proprio come una schiava. Ma abbiamo davvero tutti bisogno di uno schiavo per amare qualcuno?

 

Omicidio Tarantino: pena ridotta all’assassino della giornalista (Roma Today – 19 ottobre 2010)
Lieve riduzione di pena per Leopoldo Ferrucci, l’autotrasportatore romano condannato per l’omicidio di Anna Maria Tarantino
L’impiegata di banca e giornalista Anna Maria Tarantino fu trovata strangolata nel luglio 2010 nelle campagne di Riano. Leopoldo Ferrucci, l’uomo accusato del suo omicidio fu condannato in primo grado, a conclusione del processo col rito abbreviato,  15 anni e 4 mesi di reclusione; adesso, la I Corte d’assise d’appello ha ridotto a 14 anni la pena inflitta.
La vittima fu picchiata e strangolata. Furono i carabinieri di Roma e Ostia a sottoporre a fermo di indiziato di delitto Ferrucci, l’uomo che si era invaghito della donna. Lui, inizialmente, negò l’omicidio; poi, di fronte all’evidenza delle indagini, confessò dicendo: “L’ho uccisa perché mi ha rifiutato”. Quel giorno si era offerto di accompagnarla all’Ikea; poi, uno scatto d’ira e la reazione ad offese subite. Disse di averla colpita, di averla lasciata ancora viva in un prato, ma negò lo strangolamento. Nel tempo, Ferrucci è stato sottoposto a perizie psichiatriche, la seconda delle quali nel corso del giudizio d’appello. All’esito (lo psichiatra ha stabilito che l’uomo non presenta allo stato né patologie psichiatriche né profili di pericolosità tali da giustificarne la custodia in Ospedale psichiatrico), i giudici ne hanno deciso il ritorno in carcere per la prosecuzione della misura cautelare. Accolte le raccomandazioni del perito, per il quale occorre adottare particolari cautele per rendere meno stressante l’ingresso nell’istituto penitenziario, nonché tener conto del fatto che un figlio dell’uomo è residente a Sulmona, e il rafforzarsi dei legami familiari favorirebbe lo stabilizzarsi delle sue condizioni di salute.

 


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