Salvatore Savalli, 39 anni, operaio in una segheria, padre. Dopo anni di violenze su tutta la famiglia, uccide la moglie incinta a colpa di badile e poi dà fuoco al corpo, lasciandolo nei campi. Cerca di accusare l’amante, ma il DNA e i figli lo incastrano. Condannato all’ergastolo, insieme all’amante complice
Erice (Trapani), 4 Luglio 2012
Titoli & Articoli
Uccide la moglie incinta e le dà fuoco. “Voleva rifarsi una vita con l’amante” (il Fatto Quotidiano – 7 luglio 2012)
Arrestato un operaio: aveva portato a casa l’altra donna, presentandola come una ex del fratello. L’omicidio sarebbe stato premeditato: secondo l’accusa l’uomo è uscito da casa con vanga, cemento e benzina. La vittima, al nono mese, aspettava il quarto figlio
Per i magistrati della procura di Trapani, Salvatore Savalli, 39 anni, aveva premeditato il suo proposito di uccidere la moglie Maria Anastasi di 39. Forse l’intenzione era anche quella di far sparire quel corpo dopo averlo martoriato anche con il fuoco. Ma in questo l’assassino non è riuscito. Il rogo non ha fatto scomparire nulla, ha solo aggiunto scempio ad altro scempio. Omicidio crudele, commesso da un marito che avrebbe pensato di restare vedovo per farsi una nuova vita con un’altra donna, Giovanna P., che già da qualche tempo viveva con lui, con sua moglie e con i loro tre figli.
A casa Salvatore aveva raccontato che quella donna, che aveva altri due figli, era una ex del fratello e stava con loro, sempre parole sue, perché aveva bisogno di aiuto. E invece lui aveva pensato ad un ménage a trois. Quando questo non è stato più possibile, è scattata la furia omicida. Adesso Salvatore per tanti a Trapani è “il mostro”. Così lo indicano la madre e la zia della vittima. E non solo loro. La Procura di Trapani ha messo già alcuni punti fermi in questa incredibile storia.
I pm Sara Morri e Andrea Tarondo ieri, durante l’interrogatorio, si sono trovati dinanzi l’ostinato silenzio di Salvatore che invece fino a qualche ora prima aveva raccontato tante cose, insistendo che la moglie era scomparsa la sera del 5 luglio scorso mentre i due erano usciti insieme, lui ad un certo punto si era allontanato da lei e non l’aveva più ritrovata. Poi aveva raccontato che era la moglie che aveva un amante e che quella uscita serviva a un incontro chiarificatore. Ma le sue contraddizioni, i racconti imprecisi e le testimonianze che nel frattempo i carabinieri avevano raccolto, lo hanno portato in cella, fermato, con l’accusa di omicidio.
Dalle carte di indagine emerge addirittura che ai suoi figli aveva detto di raccontare bugie ai carabinieri e di dimenticare di averlo visto uscire da casa portandosi appresso vanga, benzina e cemento, gli arnesi che servivano per uccidere e per fare sparire il cadavere.
E’ una storia drammatica con tanti protagonisti. Maria, la vittima, incinta al nono mese di gravidanza. Salvatore, l’omicida, un operaio che lavora nelle segherie di marmo e che nel 1995 era stato denunciato perché scoperto a tirare sassi, anzi macigni, da un cavalcavia autostradale. Giovanna, l’amante di Salvatore che sarebbe stata costretta ad assistere al delitto di Maria e che, sconvolta, ha raccontato ai pm la scena cui ha dovuto assistere. E’ anche la storia di tre giovani, Anna Maria, Simona e Carlo, di 16, 15 e 13 anni, figli di Maria e Salvatore. E’ la storia anche di un bimbo mai nato, quello che Maria portava in grembo: avrebbe dovuto partorire tra quindici giorni.
Tutto è successo nel pomeriggio del 5 luglio, il cadavere della donna è stato scoperto l’indomani verso le 14, in una trazzera di campagna vicino alla discarica comunale. In serata è scattato il fermo del marito. Una indagine che non è ancora conclusa: i militari sono ancora impegnati a cercare l’arma del delitto, gli abiti e gli oggetti che seguendo una perfetta logica criminale l’uomo avrebbe fatto sparire prima di decidersi a chiamare i carabinieri a notte fonda del 5 luglio per raccontare che la moglie era incredibilmente svanita nel nulla. Invece il corpo di Maria stava già riverso in quella strada di campagna dove sotto il sole cocente delle 14 dell’indomani sarebbe stato trovato dai carabinieri: un cadavere annerito dal fuoco con il quale Salvatore avrebbe cercato di cancellare per sempre l’esistenza di quella donna che lui aveva già annientato con la violenza quotidiana alla quale Maria aveva sempre risposto calando la testa e, secondo quanto emerge dai sopralluoghi degli investigatori dell’Arma, ha fatto così fino all’estremo sacrificio.
Quando i carabinieri avvertiti da una telefonata anonima sono arrivati in quella stradina, distante 25 chilometri da dove sino a quel momento Maria era stata cercata, secondo le false indicazioni del marito, hanno trovato dinanzi una scena raccapricciante: quella donna riversa faccia a terra, con le braccia sotto al viso, quasi che abbia cercato di difendersi fino all’ultimo sperando forse che quella violenza finisse presto come era successo anche altre volte. Invece è morta. L’autopsia prevista per lunedì pomeriggio dovrà stabilire se fosse ancora viva mentre il marito diventando assassino la cospargeva di benzina e accendeva le fiamme. Lui è rimasto in silenzio davanti ai pm, lunedì toccherà al gip andarlo a sentire.

Omicidio Anastasi, continua il processo a Trapani per gli “amanti diabolici” (Tp24 – 2 dicembre 2013)
Continua in corte d’Assise a Trapani il processo per l’omicidio di Maria Anastasi. Nel processo sono imputati il marito, Salvatore Savalli, e l’amante Giovanna Purpura. Avrebbero ucciso la donna a picconate, nelle campagne tra Trapani ed Erice, al termine di una vivace discussione. L’amante Purpura, infatti, coabitava con Savalli e la sua famiglia, riducendo, secondo le testimonianze fin qui raccolte, la povera Maria in uno stato di schiavitù. “E’ un’amica in difficoltà economiche” gli disse il marito quando la portò in casa insieme ai suoi due figli. Ma tutti sapevano che non era vero.
Dopo l’omicidio i due hanno anche tentato di dare fuoco al cadavere della donna, che era incinta. Un omicidio di grande crudeltà, avvenuto nel 2012, e del quale si è occupata di nuovo la trasmissione di Retequattro Quarto Grado la settimana scorsa in occasione della Giornata contro la violenza sulle donne. Nell’ultima udienza, intanti, è stato ascoltato il maggiore Carlo Romano, comandante della Sezione biologia del Reparto Investigazini Scientifiche dei carabinieri. Ha riferito che sugli indumenti di Giovanna Purpura, non ci sono tracce di sangue della vittima. Ciò significa che, quando Maria Anastasi venne colpita Purpura era certamente ad una distanza tale da non essere investita dagli schizzi di sangue.
Tracce ematiche, riconducibili alla vittima, sono state trovate sulle scarpe e su un paio di bermuda indossati da Salvatore Savalli, marito di Maria Anastasi. E’ un punto a favore di Purpura, che ha sempre sostenuto di non aver partecipato, materialmente, al delitto. Lei e Savalli si accusano a vicenda. Per i Pm Sara Morri ed Andrea Tarondo, sono entrambi colpevoli. La prossima udienza è prevista per il 12 dicembre.
Purpura, originaria del Palermitano, ha sempre negato ogni coinvolgimento nel delitto e ha accusato Savalli. Ha riferito nel corso degli interrogatori che l’amante voleva liberarsi della moglie per andare a vivere solo con lei. Maria Anastasi dunque costituiva un ostacolo da eliminare. Giovanna Purpura ha riferito di avere tentato di salvare la rivale ma di non avere potuto fare nulla per fermare l’amante. Una versione che non ha convinto però gli inquirenti. Anche lei, dopo l’arresto dell’amante, è finita in manette con l’accusa di concorso in omicidio.
La morte di Maria si sarebbe potuta evitare con l’intervento preventivo delle forze dell’ordine. “Noi cercavamo di fare qualcosa – dice Loredana, la sorella – ma lei difendeva sempre Salvatore, nonostante la picchiasse in continuazione”. La figlia maggiore, Annarita, aveva provato anche a denunciare il padre, la figlia minore era svenuta a terra dopo che il padre aveva tentato di strozzarla: non le hanno creduto. Maria era innamorata del marito, “ma lui – dice l’altra sorella, Manuela – non l’ha mai amata”.
“Mia madre ha sopportato per tanti anni qualsasi angheria – ha detto Annarita a Retequattro – e non l’ha denunciato perchè lo amava troppo e aveva paura che le levassero i figli. Lo difendeva sempre…”. E lui invece? “Alzava le mani, tutti i santi giorni. Io a cinque anni mi sono fatta a venire a prendere da mio nonno e sono andata a vivere con loro, poi ho provato a ritornare a casa due anni fa. E già il giorno dopo ha cominciato a picchiarmi, a tirarmi addosso sedie, chiavi, bottiglie, tutto… e me ne sono andata di nuovo. Io sono andato a denunciarlo ai carabinieri, raccontando tutto quello che ci aveva fatto, e poi è venuta mia mamma e ha negato tutto. I carabinieri mi hanno detto: prova a ritornare a casa. Ma io sono tornata dai miei nonni, e non li ho visti per un anno”.
Omicidio Anastasi, ergastolo per Savalli e Purpura, gli amanti diabolici. La storia (Tp24 – 12 luglio 2014)
Accolte le richieste dei pm Andrea Tarondo e Sara Morri, che avevano chiesto l’ergastolo per Savalli e 27 anni di reclusione per Purpura.
E’ un torbido ménage condito da violenze fisiche e psicologiche fa da sfondo alla morte di Maria Anastasi, incinta al nono mese, uccisa con una pala e il cui cadavere è stato dato alle fiamme. L’operaio, dopo una infinita serie di contraddizioni e un approssimativo tentativo di depistaggio, durante il quale ha cercato di avvalorare la tesi che fosse la moglie ad avere un amante, è stato inchiodato dalle testimonianze dei figli e dei parenti della vittima che hanno ricostruito il clima in cui è maturato il delitto. Savalli aveva raccomandato a una delle figlie di mentire ai carabinieri «Devi dire che eri con me quando la mamma è scomparsa». La svolta decisiva però è arrivata con l’ammissione di Giovanna Purpura la donna con la quale aveva intrecciato una relazione e che pretendeva di far vivere sotto lo stesso tetto della sua famiglia.
Dalle indagini è emerso che Salvatore Savalli avrebbe usato violenza anche ai suoi figli (un maschio e due femmine, tutti ancora minorenni), colpendoli con calci e pugni al volto e all’addome senza alcun apparente motivo. In due circostanze, peraltro, avrebbe stretto le mani attorno al collo di una delle due figlie che sarebbe stata anche minacciata con un coltello.
I giudici non hanno creduto alla versione di Giovanna Purpura, che ha sempre sostenuto di aver assistito impotente all’omicidio di Maria Anastasi. “Maria -ha detto- mi prese la mano e m’imploro’ di aiutarla, ma io ero terrorizzata e non feci nulla. Lui la scaglio’ contro l’auto, la fece cadere per terra e la colpi’ piu’ volte con la zappa. Poi le diede fuoco con la benzina. Lui mi diceva ‘non ti impressionare'”. L’imputata ha accusato Savalli, che non ha mai chiamato mai per nome, sostenendo di essere all’oscuro di tutto: “Ci porto’ in campagna – ha proseguito ricostruendo i momenti prima del delitto – fece scendere me e Maria dall’auto e ci ordino’ di parlare. Maria mi chiese scusa per aver sospettato di una relazione tra me e suo marito, poi ci abbracciammo e mi disse che mi voleva bene“. Poco dopo, la brutale aggressione di Savalli. “Lui apri’ il cofano, prese la zappa – ha detto Purpura – Maria capi’ e scappo’ mentre lo implorava ‘no, Salvatore, c’e’ la bambina’. Lui le gridava di stare zitta”.
Un omicidio pianificato con lucidità. Con queste parole la donna parla dell’amante, Salvatore Savalli, nell’atto di organizzare l’assassinio della moglie. Lui le aveva già parlato di voler avvelenare la moglie e lei avrebbe tentato di convincerlo a desistere. “Non pensavo che l’avrebbe fatto veramente”, ha detto ai giudici.
Maria Anastasi era in stato di gravidanza e prossima al parto. Giovanna Purpura ha raccontato anche che dopo il primo colpo la donna è corsa verso di lei chiedendole di aiutarla. Ma lei non è intervenuta. “Ero terrorizzata”, ha detto. “Non sono intervenuta perché temevo che Salvatore potesse fare male anche a me ed ai miei bambini”.
La morte di Maria si sarebbe potuta evitare con l’intervento preventivo delle forze dell’ordine. “Noi cercavamo di fare qualcosa – dice Loredana, la sorella – ma lei difendeva sempre Salvatore, nonostante la picchiasse in continuazione”. La figlia maggiore, Annarita, aveva provato anche a denunciare il padre, la figlia minore era svenuta a terra dopo che il padre aveva tentato di strozzarla: non le hanno creduto. Maria era innamorata del marito, “ma lui – dice l’altra sorella, Manuela – non l’ha mai amata”.
Omicidio Maria Anastasi, la Cassazione conferma l’ergastolo per il marito e l’amante (Tp24 – 16 settembre 2017)
A cinque anni di distanza dall’uccisione di Maria Anastasi, avvenuta il 4 luglio del 2012 nelle campagne trapanesi, la corte di Cassazione mette fine alla vicenda condannando all’ergastolo i due imputati ed ex amanti Salvatore Savalli, marito della donna uccisa e Giovanna Purpura.
La Suprema Corte ha confermato anche i risarcimenti di 250 mila euro ciascuno alle figlie della vittima, di 350 mila euro al padre della donna, Paolo Anastasi, tutore del nipote Carlo, di 100 mila euro per la madre della vittima, Rita Angela Ricevuto, e 50 mila euro ciascuno per le sorelle della vittima.
Un rapporto difficile quello tra Savalli e la moglie, un rapporto fatto di violenze fisiche e psicologiche, che hanno fatto da sfondo alla morte di Maria Anastasi. La donna incinta al nono mese, uccisa con una pala e il cui corpo è stato dato alle fiamme. Già nel corso delle indagini però era emerso che Salvatore Savalli avrebbe usato violenza anche suoi figli (un maschio e due femmine), colpendoli con calci e pugni al volto e all’addome senza alcun apparente motivo. In due circostanze, peraltro, avrebbe stretto le mani attorno al collo di una delle due figlie che sarebbe stata anche minacciata con un coltello.
Il marito, dopo un tentativo di depistaggio, durante il quale ha cercato di avvalorare la tesi che fosse la moglie ad avere un amante, è stato inchiodato dalle testimonianze dei figli e dei parenti della vittima che hanno confermato il clima violento in cui è maturato il delitto. Savalli aveva raccomandato a una delle figlie di mentire ai carabinieri «Devi dire che eri con me quando la mamma è scomparsa».
La svolta decisiva è arrivata con l’ammissione di Giovanna Purpura, la donna con la quale aveva intrecciato una relazione e che viveva sotto lo stesso tetto della sua famiglia. E anche nel corso del processo quest’ultima ha affermato di aver assistito all’omicidio senza intervenire. Maria Anastasi sarebbe stata uccisa perché diventata una presenza ingombrante e scomoda per la relazione dei due amanti. Dopo averla colpita ripetutamente con una pala, i due tentarono di bruciare il corpo per eliminare ogni prova. Savalli, per cercare di sviare le indagini è andato dai carabinieri a denunciare la scomparsa della moglie. Ma poi cadde in una serie di contraddizioni negli interrogatori ed alcune testimonianze hanno consentito agli inquirenti di ricostruire la terribile vicenda.
Così sono stati ricostruiti i fatti relativamente al giorno dell’omicidio: Savalli, la moglie e l’amante sarebbero usciti di casa tutti insieme, allontanandosi in auto. Arrivati in aperta campagna, i due amanti hanno ucciso Maria Anastasi. E dopo, Savalli e Purpura si sono accusati a vicenda dell’omicidio. La Cassazione con la condanna all’ergastolo ha confermato la sentenza della Corte di Assise di Trapani che il 10 luglio 2014 ritenendoli entrambi responsabili dell’omicidio li aveva condannati al carcere a vita. La stessa sentenza all’ergastolo per i due ex amanti era stata emessail 5 febbraio del 2016 dalla Corte d’Assise d’Appello di Palermo.