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Alberto Stasi, 24 anni, laureando. Accusato dell’omicidio della fidanzata, uccisa a colpi di martello, viene assolto in primo e secondo grado, ma la Cassazione lo condanna a 16 anni di reclusione. Dal 2025 è in libertà vigilata

Garlasco (Pavia), 13 Agosto 2007


Titoli & Articoli

La Repubblica – 1 settembre 2007

 

 

Corriere della Sera – 17 novembre 2007

Stasi,foto hard di bimbi nel suo pc (TgCom24 – 21 dicembre 2007)
Garlasco, pm: “Sono movente delitto”
Si aggrava la posizione di Alberto Stasi, il fidanzato di Chiara Poggi, massacrata nella sua villa a Garlasco il 13 agosto. Gli inquirenti ritengono di aver trovato il movente del delitto: nel pc del bocconiano sono stati trovati filmini e foto di bimbi nudi e per questo Stasi è  indagato per detenzione e divulgazione di materiale pedopornografico. La procura ipotizza che Chiara lo abbia scoperto: da qui l’omicidio.
Alberto Stasi, 24 anni, è stato interrogato per poco più di un’ora alla presenza dei suoi legali, il professor Angelo Giarda e l’avvocato Giuseppe Colli. Secondo l’accusa, il fidanzato di Chiara Poggi avrebbe divulgato su Internet alcuni filmati che ritraevano minorenni nudi o in atti sessuali; l’altro reato invece si riferisce alla esclusiva detenzione di immagini e filmati pedopornografici sul suo pc.Nella memoria del suo computer erano archiviati migliaia di file, molti dei quali con contenuti pornografici, immagini di donne , ma anche di uomini. Non solo: tra le conversazioni in chat ne sono state trovate alcune in cui si raccontavano esperienze di omossessualità.. E poi c’è anche la divulgazione. Gli specialisti dell’Arma hanno trovate un filmato e lcune immagini di contenuto pedopornografico. Davanti al magistrato il giovane si è avvalso della facoltà di non rispondere.
Questa nuova svolta nelle indagini potrebbe essere determinante. Gli inquirenti ritengono infatti che Chiara avesse scoperto il “segreto” di Alberto, gliene abbia parlato minacciandolo, magari, anche di rivelarlo a tutti: per questo Statsi l’avrebbe uccisa.  Per questo per gli investigatori non si è trattato di un delitto d’impeto. Le indagini si stanno orientando verso la premeditazione.

Ris: crolla l’alibi di Alberto. Il suo pc non usato per 2 ore (Corriere della Sera – 13 dicembre 2007)
I carabinieri hanno ricostruito l’omicidio
Adesso è ufficiale, scritto nero su bianco sulla relazione che i Ris di Parma hanno consegnato ieri mattina al pubblico ministero Rosa Muscio: Alberto Stasi, il solo indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, a Garlasco, non lavorò alla tesi di laurea la mattina del delitto. Lui ripete da quando è stato inquisito che quel giorno, il 13 agosto, passò la mattinata davanti al pc. La relazione che il colonnello Luciano Garofano ha portato di persona in procura dice invece che il 13 agosto il portatile di Alberto è rimasto acceso tre minuti (dalle 9.36 alle 9.39) per essere spento e poi riacceso dalle 10.15 fino alle 12.30. La prima breve accensione risulterebbe sfruttata per guardare una fotografia osé, la seconda (le due ore e 15 minuti) sarebbe stata invece inutilizzata. Un buco, insomma, durante il quale sembra non sia stata registrata nessuna interazione uomo-macchina. «Non posso commentare una relazione che non ho ancora visto ma certo la ricostruzione che ci ha fatto Alberto dice cose precise, diverse — commenta a caldo uno dei legali di Stasi, il professor Angelo Giarda —. Prenderemo atto delle loro conclusioni e faremo le nostre». Più critico, invece, Giulio Colli, un altro degli avvocati di Alberto: «Su quel computer sono state fatte operazioni improprie» esordisce, alludendo al fatto che gli inquirenti avrebbero scrutato nella memoria del pc «senza le garanzie dovute alla difesa. Avrebbero dovuto metterci mano con un atto irripetibile, facendo partecipare anche noi, invece…».
Invece la richiesta di incidente probatorio (per far partecipare all’analisi anche i periti dell’indagato) è stata rifiutata dal gip e il contenuto e l’utilizzo del portatile sono stati esaminati come «atto del pubblico ministero», quindi senza la presenza della difesa. In procura si irritano al solo pensiero che qualcuno possa ipotizzare manomissioni, negligenze o leggerezze nell’esaminare un reperto così importante. «Nella relazione è tutto documentato molto bene — replicano —. È riportato in dettaglio ogni attività, ogni passaggio, anche dopo il 14 agosto, quando Stasi ce lo ha consegnato». I Ris ieri mattina hanno provato anche a ricostruire i momenti della furia omicida nella villetta di Garlasco. Chiara è stata colpita in tre punti della casa: in cucina, in soggiorno e vicino alle scale della cantina. Lo testimoniano le tracce ematiche, biologiche e le impronte. E proprio sulle impronte di scarpe la difesa di Alberto contesta: «Non possono essere di Stasi. Le nostre più recenti misurazioni dicono che sono di una scarpa numero 39 al massimo, non del 42 e mezzo di Alberto». (di Giusi Fasano)

Un’amica della ragazza uccisa
All’amica del cuore Chiara aveva confidato l’esistenza di problemi tra lei e Alberto: non sopportava più una specie di ossessione del fidanzato per la pornografia. «Se lui non cambia, glielo dico a suo padre», le aveva rivelato. «Sì, è vero – conferma adesso la madre dell’amica – Chiara aveva detto quella frase a mia figlia. Lei aveva capito che si riferiva alla foto porno, non immaginava che potesse esserci anche del materiale pedofilo. Di questo Chiara non le ha parlato. Forse non ne avuto il tempo: eravamo in montagna ad agosto, quando è stata uccisa». «Se Chiara avesse visto che Alberto aveva immagini pedo-pornografiche di sicuro non l’avrebbe perdonato, non avrebbe lasciato passare una cosa così», è stata invece la reazione di Rita Preda, la madre della vittima, quando il suo avvocato Gian Luigi Tizzoni l’ha informata degli ultimi sviluppi.
Quelle 15 foto e quei 10 video, trovati sul computer e sulla chiavetta Usb di Alberto, erano stati cancellati. Prima di consegnare spontaneamente ai carabinieri il portatile e l’accessorio, poche ore dopo il delitto, quando non era ancora indagato, lo studente aveva eliminato quei file «compromettenti», con immagini e filmati di bambini nudi, ripresi mentre compiono atti sessuali. Non sapeva, evidentemente, che la cancellazione di un documento da un supporto informatico, se non effettuata con procedure particolari, è «logica» e non «fisica». E che uno specialista è in grado di andare a leggere le tracce dei dischi e recuperare i file eliminati, come hanno fatto i tecnici del Ris. Almeno uno risulta essere stato aperto a luglio. In quel periodo Alberto era a Londra, dove Chiara l’aveva raggiunto per un week-end. Da giovedì la difesa si è chiusa nel silenzio.
L’unica reazione, ieri, è stata affidata ad un’agenzia dall’avvocato Fabio Giarda, figlio e collaboratore del professor Angelo, uno dei legali di Alberto: «La perizia sul computer è stata effettuata non rispettando il diritto della difesa e, poiché si tratta di un accertamento irripetibile, è nulla». Ma il gip aveva respinto un’istanza di incidente probatorio proprio sostenendo che l’analisi di un computer è un atto ripetibile.

Alberto si laurea. «La dedico a Chiara» (la Provincia Pavese – 28 marzo 2008)
Ieri mattina alla Bocconi di Milano. Nella tesi il suo alibi per l’omicidio
Con la tesi che è anche il suo alibi, si è laureato davvero. Giacca scura e cravatta a righe blu, tranquillo e sicuro di sé, l’ha discussa in una sede staccata della Bocconi, alle 8.30 del mattino. Alberto Stasi, 25 anni a luglio – accusato di aver ucciso la fidanzata Chiara Poggi – da ieri ha un titolo specialistico in Economia e legislazione per l’impresa. La votazione è 110, per un lavoro su “Profili tecnici e normativa nella tassazione delle imprese di assicurazione”. La tesi e l’alibi. Sulla tesi di laurea si basa principalmente l’alibi di Alberto: ci stava lavorando nella sua villa di via Carducci a Garlasco – dice – anche la mattina del 13 agosto 2007, quando Chiara è stata uccisa a villa Poggi, in via Pascoli. La Procura non gli crede: secondo i Ris, il computer quella mattina è stato usato solo per tre minuti, dalle 9.36 alle 9.39. Ieri mattina il padre Nicola, la madre Elisabetta e il loro unico figlio sono partiti da Garlasco alle sei e mezza del mattino, sulla Golf nera di Alberto guidata dal papà.
Alla sede staccata della Bocconi in via Isonzo – mentre la folla di laureandi animava il graduation day nel “velodromo” di piazza Sraffa – sono entrati (col permesso di parcheggiare in cortile) verso le 8.15. Un ’altra auto che trasportava parenti, degli amici aspettavano in zona. Alberto si è laureato in solitudine, lontano dai suoi compagni di corso. Il suo nome non compariva sui tabelloni. La famiglia ha chiesto e ottenuto un trattamento speciale, per tentare di depistare i cronisti. Ma tecnicamente la seduta era pubblica, e nello stesso giorno degli altri studenti. Vista l’ora, Alberto è stato il primo nuovo dottore della sessione primaverile 2007, terminando gli studi comunque “in corso” e un ottimo voto. Ha indossato la toga nera con risvolto verde sulla giacca, davanti a una commissione di cinque docenti in un’aula di solito usata per riunioni, Ha esposto il suo lavoro con calma e determinazione. Poi ha atteso la votazione. Infine baci, abbracci, sorrisi: mezz’ora dopo, il neo dottore è risalito sulla Golf. La stessa auto usata quando il 13 agosto è andato in via Pascoli, trovando il cadavere di Chiara. Stavolta però guidava il padre, con accanto la moglie. Dietro la mamma Alberto, al suo fianco una zia. La dedica a Chiara. Subito dopo l’omicidio, il legale di Alberto parlava di una dedica della tesi a Chiara Poggi.
Ieri questo dettaglio non veniva confermato dai legali poi subentrati: gli avvocati Angelo Giarda, Giuseppe e Giulio Colli. Alberto doveva consegnare la tesi il 17 agosto, per laurearsi in ottobre: a cinque anni esatti dal suo ingresso in Bocconi, dopo il diploma (con 94/100) allo scientifico di Mortara. Agli studi tiene moltissimo, dicono gli amici: a scrivere la tesi l’aveva aiutato la 26enne Chiara, laureata nel dicembre 2005 in Economia e gestione delle imprese all’Università di Pavia, con 110 e lode. Anche la sera prima dell’omicidio – ha raccontato lo stesso Alberto ai carabinieri – i due ragazzi hanno cenato insieme a casa di lei. Poi lui ha lavorato alla tesi sul computer portatile. Lo stesso che dice di aver usato la mattina dopo, mentre lei veniva assassinata spaccandole la testa con un “corpo contundente”, mai ritrovato. La morte di Chiara ha fatto slittare la laurea di Alberto alla sessione primaverile. Il suo computer infatti è stato sequestrato dopo il delitto: anche il cd con la copia della tesi è stato per un periodo requisito. Poi il lavoro è stato completato, consegnandolo un mese fa. «Mio figlio si è laureato, è un giorno speciale». Nel viaggio di ritorno verso Garlasco, Nicola Stasi ha parlato al telefono con i legali del figlio. Ieri è stato comunque un giorno felice per la famiglia. Anche se all’orizzonte c’è sempre l’accusa di omicidio volontario “aggravato dalla crudeltà sulla vittima” per la morte di Chiara. E un’altra accusa per detenzione e divulgazione di materiale pedoporno: foto e video che secondo i Ris Alberto avrebbe cancellato, ma recuperate sull’hard-disk. Immagini mai scaricate, secondo la difesa. Tornando a ieri: secondo gli avvocati, per la laurea di Alberto c’è stato un primo festeggiamento in famiglia, nella villa di via Carducci. Ma anche qui, non si esclude un tentativo di “depistaggio”. Poi ci sarà forse una serata con gli amici più stretti. (di Anna Mangiarotti)

Il Ris smonta la difesa «L’ha trascinata da solo e lei era ancora viva» (Corriere della Sera – 4 novembre 2008)
L’ha trascinata sul pavimento, lei era ancora viva. Ha reagito, ha stretto i pugni, mentre l’assassino la portava verso le scale. Così, in un dossier consegnato alla Procura pochi giorni fa, i carabinieri del Ris di Parma ricostruiscono il delitto di Chiara Poggi. Con una certezza: l’assassino era solo, contro di lui ci sono prove sufficienti per mandarlo davanti alla Corte d’assise: dalle scarpe, alle tracce di sangue sui muri, sulle porte, sulla bici. In dodici pagine, il colonnello Luciano Garofano smonta la difesa di Stasi e conferma i «gravi indizi» raccolti in quattordici mesi di indagini dal pubblico ministero di Vigevano Rosa Muscio. Non solo. La relazione del Ris attacca i consulenti tecnici di Stasi, primo fra tutti il professor Francesco Maria Avato: «La ricostruzione dei consulenti può disorientare la serena valutazione del pm prima e del giudice poi».
La presenza di due persone È stato il colpo di scena della relazione di Avato: in due sul luogo del delitto e l’ipotesi che il cadavere sia stato spostato (dal salotto alle scale della cantina dov’è stato trovato) da «una persona che sosteneva gli arti inferiori e l’altra che provvedeva a sollevare il tronco». Le strisce di sangue per terra, deduceva Avato, sarebbero il segno lasciato dal dorso delle mani di Chiara, ormai senza vita. Impossibile, ribattono i Ris. Per più di un motivo. La morfologia delle due strie di sangue mostra che Chiara è stata trascinata, non sollevata, «verosimilmente attraverso la presa dagli arti inferiori». E quei segni sono lasciati dai polpastrelli di lei mentre strisciano sul pavimento: «Non possono che essere generate con la parte inferiore delle mani imbrattate di sangue».
Il dettaglio finora sconosciuto sta nel passaggio successivo: «la morfologia delle due tracce — scrive il colonnello Garofano — raffigura senza tema di smentita l’immagine di due mani che si contraggono». E ancora: «È una contrazione quasi all’unisono di entrambe le mani, indicativa di una reattività della vittima». Era Chiara che stringeva le mani insanguinate nel suo ultimo sussulto. Chiara che respirava ancora quando è stata buttata giù dalle scale.
Le impronte delle scarpe Il punto forse più discusso di tutta l’inchiesta. Poteva Alberto passare per il salotto e il corridoio cosparsi di tante macchie di sangue senza sporcarsi le scarpe che ha consegnato poi ai carabinieri? I suoi consulenti dicono che il motivo è semplice: le scarpe erano idrorepellenti. Il Ris definisce questo argomento come «un disperato tentativo » di difesa. E annuncia tre esperimenti «condotti con scarpe nuove e quindi ancora più idrofughe di quelle indossate dallo Stasi»: un carabiniere ha calpestato sangue su una scena del delitto simile a quella di Garlasco, ci ha poi camminato per tutto il giorno e alla fine le sue scarpe «hanno dimostrato di catturare e trattenere materiale ematico anche a seguito di fugaci contatti col pavimento ». E poi ci sono le impronte (una molto netta) di una calzatura nel sangue di Chiara. Per il pm la misura è compatibile con il piede di Alberto, la difesa è convinta che appartenga a un piede più piccolo. Ma al di là di questo il Ris mette in luce che quelle impronte «sono tutte riferibili a un’unica tipologia di suola». Un modo per ribadire che in casa c’era una e non due persone.
Il sangue Fu il dettaglio che convinse il pubblico ministero a chiedere il fermo di Alberto (scarcerato dal gip dopo quattro giorni): una traccia microscopica di sangue sul pedale della sua bicicletta dal quale fu estratto il dna di Chiara e che per i Ris è «ragionevolmente attribuibile al sangue della vittima». I consulenti della difesa hanno sempre sostenuto che invece quella macchia non è sangue ma materiale biologico di Chiara legato alla «manipolazione» dell’oggetto. Sudore, suggerivano le loro parole. Il Ris si dilunga su considerazioni iper-tecniche per concludere che quella del sangue «è l’unica ipotesi scientificamente sostenibile». E scrive: pur volendo considerare la manipolazione «non si spiega» come mai non è stato ottenuto il profilo genetico «dai prelievi sulle altre parti della bicicletta: il manubrio, la canna, la sella ma soprattutto le manopole ».
Le tracce vicino alla porta I consulenti tecnici di Alberto definiscono alcune macchie di sangue «come da gocciolatura»: sono quelle sullo stipite e sul muro accanto alla porta che si apre sulle scale della cantina, dov’era il cadavere. I Ris disegnano tutt’un altro scenario: nessuna gocciolatura, piuttosto «goccioline che si sono staccate da un oggetto insanguinato fornito di manico, cioè l’arma del delitto» che colpiva Chiara. Quell’arma non è mai stata trovata.

Il padre di Alberto Stasi: «L’incubo ritorna» (la Provincia Pavese – 20 aprile 2013)
L’amarezza di Nicola Stasi dopo l’annullamento dell’assoluzione del figlio «Non lo auguro a nessuno, eravamo convinti che lo avrebbero scagionato»
Via Tramia, officina Stasi ventiquattro ore dopo il verdetto della Cassazione. Nicola Stasi è tornato al lavoro. Camicia a quadrettini bianchi e rossi, gli stessi occhi azzurri di Alberto – sul cui conto non vuole sentire nessuna domanda -, il padre dell’unico accusato dell’omicidio di via Pascoli ha accettato di parlare. Questa volta ha ceduto allo sfogo di un padre che fino a ieri l’altro sperava nell’inizio di una vita nuova. Alberto, ormai 29enne, dovrà invece affrontare un nuovo processo d’Appello, con l’accusa di essere l’assassino di Chiara Poggi, la fidanzata. Così hanno deciso i giudici di terzo grado giovedì mattina. Dell’Alberto di oggi restano solo le immagini scattate appena poche ore fa all’uscita della Cassazione a Roma, lo sguardo di sempre che sembra schermare ogni emozione. Dopo di che il nulla. Attorno all’ex bocconiano, il muro di protezione della famiglia e degli amici stretti, adesso non lascia trapelare un solo dettaglio.Dov’è adesso Alberto? Come sta affrontando questo momento? Nicola Stasi non ha fatto nomi di presunti colpevoli, né si è sbilanciato su eventuali piste a suo parere trascurate. Una cosa però l’ha detta: dopo l’assoluzione in Appello si sarebbe dovuto cercare altrove.
Per i giudici della Cassazione serve un nuovo processo. «C’è poco da dire. Non si può spiegare come stiamo in questo momento, bisognerebbe vivere quello che stiamo vivendo noi. La verità? E’ un incubo. Ci siamo di nuovo dentro. Non lo auguro a nessuno. I prossimi saranno tre, quattro anni massacranti. Saranno contenti i Poggi».
Cosa vuole dire? «Saranno contenti loro visto che si sono convinti così tanto che Alberto sia il colpevole. Secondo me gli hanno fatto il lavaggio del cervello. Non mi vengono altre parole».
Non ha pensato, dopo la riapertura del giallo di Perugia, che anche per il delitto di Garlasco potesse avvenire altrettanto? «Mai. La decisione della Cassazione ci ha colti impreparati, se è questo che volete sapere. Eravamo convinti che vedere Alberto scagionato in due gradi di giudizio bastasse a mettere la parola fine a tutti i dubbi su di lui.
Però ci sono tanti elementi ancora poco chiari: in paese anche chi è convinto che l’omicida non sia Alberto dice che rifare l’appello servirà a scagionarlo del tutto. «Sa cosa vuole dire riaffrontare un processo? E di cosa andranno a parlare? Torneremo sulla bicicletta? Sulle scarpe? Ancora?»
Ha un’idea di chi ha ucciso Chiara e del motivo per cui dopo l’assoluzione in Appello gli inquirenti non abbiano cercato altrove? «Non chiedetelo a me, non dico niente. Di sicuro, finché non si guarda altrove il presunto assassino può solo avere il nome di un innocente. Ed è quello di mio figlio.
Dopo la sentenza lo avrà sentito. Cosa vi siete detti? «Ho già ripetuto che di questo non parlo».
Abita ancora a Milano? «Faccia la brava, per favore».
I genitori di Alberto proteggono la poca vita privata rimasta ad un ragazzo precipitato da sei anni nell’abisso di una tragedia ancora lontana dalla conclusione. Alberto, dopo la laurea a pieni voti alla Bocconi, ha cominciato a lavorare nello studio di un commercialista di Milano. Nel capoluogo di regione ha spostato il baricentro della sua vita, lontano dalla cerchia della provincia. La famiglia lo ha sempre sostenuto e protetto nelle sue scelte. Nicola Stasi ha accompagnato il figlio a Roma per assistere alla prima udienza in Cassazione il 5 aprile. Non c’era, invece, all’udienza di mercoledì., poi conclusa con l’annuncio che la sentenza sarebbe stata letta il giorno dopo. Il giorno del nuovo incubo. (di Simona Bombonato)

I periti: «Chiara Poggi uccisa con un martello» (la Provincia Pavese – 27 settembre 2014)
Delitto di Garlasco, ricostruita la camminata di Stasi e la scena del crimine L’assassino avrebbe agito in breve tempo e non in decine di minuti
Chiara Poggi è stata uccisa in pochi minuti, non in alcune decine, e con un martello da carpentiere. Alcuni passaggi della perizia depositata ieri, discussi in serata nella trasmissione “Quarto grado”, potrebbero introdurre novità nella ricostruzione del delitto di Garlasco. La relazione dei periti, oltre a ripercorrere la camminata di Alberto Stasi nella villetta dell’omicidio, ricostruisce la scena del crimine. Chiara, secondo la nuova analisi delle tracce di sangue, sarebbe stata colpita al capo già nella prima fase del delitto, all’ingresso (lo dimostrerebbero i capelli trovati a terra) da un’arma con superficie piccola e spigolare, verosimilmente un martello da carpentiere a coda di rondine o un martello comune. La prima macchia di sangue, alla base delle scale del salotto si sarebbe formata in un tempo «molto breve», al massimo tre minuti. Non è occorso molto tempo, per la fuoriuscita di quel sangue, come detto invece nel primo processo. «E’ quello che abbiamo sempre sostenuto e dimostrato con il nostro video», afferma l’avvocato di parte civile, Gianluigi Tizzoni.
Ma la perizia dice anche altro. Le chiazze di sangue che macchiavano il pavimento e i gradini non potevano non lasciare segni sulle suole di Alberto. Anche se le macchie fossero state secche qualcosa avrebbe dovuto rimanere sotto le scarpe. La possibilità di non calpestarle in teoria c’era, ma una su 10 milioni. In 160 pagine il professore torinese Roberto Testi e i bolognesi Gabriele Bitelli e Luca Vittuari hanno risposto al quesito dei giudici di Milano, davanti alla quale è in corso il processo d’appello bis a Stasi, accusato dell’omicidio della fidanzata.
Fu Alberto, il 13 agosto 2007, a scoprire il corpo senza vita della 26enne, in fondo alle scale che portano alla cantina. Ma quando si recò dai carabinieri aveva ai piedi scarpe da ginnastica Lacoste su cui non erano rimaste tracce di sangue. La domanda che ha attraversato i tre processi finora celebrati (due finiti con l’assoluzione prima che la Cassazione chiedesse un nuovo giudizio d’appello) è se Stasi avesse potuto percorrere il pavimento, arrivare alla porta che conduce in cantina, scendere due gradini senza che sulle sue suole rimanessero tracce di sangue. La questione era già stata esaminata in una perizia nel processo di primo grado. Ma quella depositata ieri abbasserebbe le possibilità di non intercettare le macchie di sangue sul pavimento. E questo perchè l’esperimento sul percorso effettuato dal giovane è stato esteso, come chiesto dall’accusa e dalla parte civile, ai due gradini e alla zona davanti alle scale. Cinque anni fa i periti, pur senza prendere in considerazione i due gradini imbrattati di sangue, aveva stabilito che su 78mila simulazioni Stasi aveva solo una possibilità di non calpestare sangue sulla scena del delitto. Le indiscrezioni sulla nuova perizia parlano di una possibilità su 10 milioni. E, sempre secondo quanto trapelato, sarebbe stato quasi impossibile non sporcarsi le scarpe anche calpestando macchie di sangue già secche.
In tutte le prove sulla camminata le suole delle scarpe di Stasi, sostengono i periti, «hanno captato particelle ematiche» e sono risultate «costantemente» positive al Luminol, anche dopo aver calpestato macchie di sangue «secche». In pratica, il modello Lacoste indossato da Stasi avrebbe dovuto trattenere e poi rilasciare gocce secche. Ma nessun frammento è rimasto su quel paio di scarpe, nè vi sarebbero tracce di sangue rilasciate da quel tipo di calzatura in casa Poggi e sul tappetino dell’auto guidata da Stasi per andare dai carabinieri. (di Lorella Gualco)

Garlasco, il pg della Cassazione: «Annullare la condanna di Stasi» (Corriere della Sera – 11 dicembre 2015)
La pubblica accusa: «Qui non possiamo stabilire se l’imputato è colpevole o innocente, ma se la sentenza è fatta bene o male. A mio parere è sicuramente da annullare»
La pubblica accusa chiede di annullare la condanna di Stasi per l’omicidio di Garlasco. Questo lo sviluppo inatteso dell’udienza di venerdì della quinta sezione penale della Cassazione, nel processo per l’omicidio di Chiara Poggi, uccisa nella sua casa a Garlasco il 13 agosto 2007. La richiesta del sostituto pg della Cassazione Oscar Cedrangolo è stata quella dell’annullamento con rinvio, in accoglimento del ricorso dell’imputato, che chiedeva l’assoluzione, e del ricorso del pg di Milano, che chiedeva al contrario il riconoscimento dell’aggravante di crudeltà e quindi un aumento di pena. Il procuratore generale Cedrangolo ha sottolineato «la debolezza dell’impianto accusatorio», che ha portato alla condanna a 16 anni di Alberto Stasi per l’omicidio della sua fidanzata Chiara Poggi. Stasi era stato assolto sia in primo grado sia in appello, con rito abbreviato fino a che la Cassazione nell’aprile 2013 non ha disposto l’annullamento e un nuovo processo che rivalutasse le prove.
«In caso di condanna Alberto si costituirà», ha detto l’avvocato Fabio Giarda del collegio difensivo di Stasi. Il giovane bocconiano – diversamente dalle altre occasioni – non si è presentato in aula, e neppure i genitori di Chiara. «Un po’ agitato, ma fiducioso che in Cassazione emerga la verità», le parole di Alberto. Concetto identico per Rita Poggi, mamma della vittima, che da tempo non crede più all’innocenza dell’imputato. I giudici si sono ritirati in camera di consiglio intorno alle 20: poco dopo le 22 l’annuncio del rinvio della sentenza a oggi.
«Sentenza fatta male, da annullare» «In questa sede non si giudicano gli imputati ma le sentenze. Io non sono in grado di stabilire se Alberto Stasi è colpevole o innocente. E nemmeno voi» ha detto il pg rivolgendosi al collegio, «ma insieme possiamo stabilire se la sentenza è fatta bene o fatta male. A me pare che la sentenza sia da annullare, perché ha travisato le risultanze processuali». Il pg ha sottolineato che a suo avviso «potrebbero esserci i presupposti di un annullamento senza rinvio, che faccia rivivere la sentenza di primo grado» e quindi l’assoluzione di Alberto. Ma il procuratore ha sottolineato come la prima sentenza della Cassazione dell’aprile 2013 abbia voluto «ascoltare il grido di dolore» dei genitori di Chiara Poggi nel chiedere di trovare l’assassino della figlia: «Ho apprezzato lo scrupolo della Cassazione, quando dopo le due assoluzioni ha chiesto un nuovo giudizio. E chiedo lo stesso scrupolo oggi, perché non ho la presunzione di ritenere insussistenti le possibilità di ulteriori contributi o precisazioni. Sarà la Corte a stabilire se vi siano o meno ulteriori margini». Il pg ha quindi suggerito che si dispongano «nuove acquisizioni o differenti apprezzamenti» ma ha poi precisato che «l’annullamento deve essere disposto sia in accoglimento del ricorso del pg, sia di quello dell’imputato. Perché se Alberto è innocente deve essere assolto, ma se è colpevole allora va inflitta una pena adeguata all’atrocità del delitto».
Il movente. Il pg, di fatto, ha «demolito» punto per punto non solo la sentenza di condanna dell’appello bis di Milano, ma anche i motivi di ricorso della procura di Milano. «Stasi è arrivato in giudizio come presunto colpevole», ha dichiarato. «Il movente non c’è ma si costruisce ad arte», ha aggiunto. «La sentenza di rinvio dà atto che il movente non è stato individuato, ma poi si industria a costruirne uno legato alla vicenda delle immagini pornografiche», con il timore che Chiara potesse distruggere «l’immagine di ragazzo perbene e studente modello di Alberto» ma «la logica ci viene in soccorso e impone di escludere l’insostenibile ipotesi secondo la quale per evitare che la sua fidanzata rendesse nota la passione per la pornografia decidesse di ucciderla costituendosi come alibi proprio quel pc pieno di immagini pornografiche consegnato la mattina dopo ai carabinieri».
Le critiche. Toccando il nodo centrale delle impronte delle scarpe, il pg ha notato che «la scena del delitto è stata calpestata da 24 persone. Per questo gli accertamenti fatti risultano inaffidabili per il massiccio inquinamento del luogo». Si chiede ancora il pg: «Che fine hanno fatto le impronte in uscita? Stasi non può essere andato via volando, anche perché la sentenza dice che le scarpe di Stasi sono copiosamente imbrattate di sangue».
Spettacolarizzazione.
L’omicidio di Garlasco, così come altri, è stato oggetto di «una perniciosa forma di spettacolarizzazione» attraverso «quei processi televisivi che inquinano la capacità di giudizio degli spettatori, tra i quali, forse nessuno ci pensa, rientrano anche i giudici, togati e popolari, di queste vicende». Lo ha sottolineato il sostituto pg della Cassazione, Oscar Cedrangolo, nel processo ad Alberto Stasi per l’omicidio della sua fidanzata Chiara Poggi a Garlasco.
L’avvocato dei Poggi: «Verità già emersa». La frase sul «grido di dolore» del pg Cedrangolo non è piaciuta all’avvocato Francesco Compagna, che assieme a Gian Luigi Tizzoni rappresenta la famiglia di Chiara Poggi, convinta della colpevolezza di Stasi. «Non siamo qua a rappresentare nessun grido di dolore ma la convinzione granitica che la verità sia emersa», ha dichiarato. «È vero – ha aggiunto l’avvocato Compagna – come dice il procuratore che scontiamo il peso di un processo mediatico. L’errore in cui si rischia di incorrere è farci un’idea esaminando gli atti maniera pregiudiziale».
L’arringa del difensore. «Bisogna dare una verità alla famiglia Poggi ma non seguendo l’interrogativo retorico ed aberrante “se non lui chi?”». Lo ha evidenziato l’avvocato Angelo Giarda, difensore di Alberto Stasi, nel corso della sua arringa. Il legale di Stasi evidenzia una anomalia di questo processo: «A differenza di tante altre vicende, nessun giudice della Repubblica italiana ha mai evidenziato gravi indizi di colpevolezza nei confronti di Stasi. Non sappiamo poi il perché la Procura di Milano, pur chiedendo trent’anni per Stasi, non abbia mai chiesto nei suoi confronti un provvedimento cautelare. Forse perché su Alberto ci sono dei dubbi? La presunzione di innocenza è fondamentale, in questo caso invece si sta ragionando su una presunzione di colpevolezza, ma così non si darà mai una verità alla famiglia Poggi». Il legale di Alberto Stasi dice che «Alberto avrebbe voluto venire in udienza ma non se l’è sentita di lasciare da sola la madre». Nella sua arringa il legale ha denunciato che la ricostruzione di come sarebbe avvenuto l’omicidio secondo la tesi dei giudici della Corte d’Assise d’Appello di Milano che hanno condannato Stasi a 16 anni «sembra più un soggetto da film horror che una ricostruzione ragionevole».
Le ipotesi all’esame dei giudici. La quinta sezione dovrà decidere, dopo aver ribaltato due assoluzioni, se confermare o meno la condanna a 16 anni inflitta ad Alberto Stasi, unico imputato per la morte della fidanzata Chiara Poggi, avvenuta nell’agosto del 2007. Tre le possibili soluzioni. Confermare la sentenza con cui, il 17 dicembre dello scorso anno, l’appello bis di Milano ha condannato Stasi a 16 anni. Accogliere il ricorso della procura generale di Milano e aggravare la pena. Oppure, ed è questa la richiesta del pg, annullare la sentenza milanese e scagionare definitivamente l’ex bocconiano. Nei primi due casi si apriranno per Stasi le porte del carcere. Non ricorrono le parti civili, ossia i familiari di Chiara.
L’iter processuale. Il 28 marzo 2009, a sorpresa, gli avvocati di Stasi chiesero che il proprio assistito fosse processato con il rito abbreviato. Nel processo, iniziato il 9 aprile, l’accusa chiese 30 anni per Stasi; la difesa invece l’assoluzione. Il 17 dicembre 2009 la sentenza: Stasi venne assolto per insufficienza di prove. Il 30 aprile 2010 il ricorso in appello dei sostituti procuratori Rosa Muscio e Claudio Michelucci, con quello dell’avvocato di parte civile Gian Luigi Tizzoni. Tre sostanziali novità negli atti d’appello: la richiesta di un esame approfondito su un capello castano chiaro lungo 1,2 centimetri trovato nella mano sinistra della vittima; un riesame del martello sequestrato in casa Stasi; l’ampliamento della forbice per l’orario della morte. Il 7 dicembre 2011 anche la corte d’appello di Milano ha assolto il ragazzo. Non ha convinto il collegio presieduto da Anna Conforti la ricostruzione del delitto proposta dal sostituto procuratore Laura Barbaini. Il 18 aprile 2013 la prima sezione penale della Cassazione ha annullato l’assoluzione inducendo la disposizione di un nuovo, ulteriore, processo d’appello. Il 17 dicembre 2014 Stasi è stato condannato a 16 anni di reclusione dai giudici della prima Corte d’Assise d’Appello di Milano, davanti ai quali si è celebrato l’appello bis.

Corriere della Sera – 29 marzo 2017


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In memoria di

Alberto Stasi, i primi giorni di semilibertà: «Farò un salto alla Pinacoteca di Brera, appena potrò» (Vanity Fair – 29 aprile 2025)
Recluso a Bollate dal 2015, l’ex fidanzato di Chiara Poggi, accusato del suo omicidio, ha iniziato un percorso di reinserimento
Sono passati diciotto anni dopo quel 13 agosto 2007, il giorno in cui Chiara Poggi fu trovata senza vita a Garlasco. La Cassazione stabilì la colpevolezza di Alberto Stasi, allora fidanzato con la studentessa, condannandolo a sedici anni di carcere per il suo omicidio. Ora, però, per il 41enne inizia una nuova fase: recluso a Bollate dal 2015, ieri ha vissuto il suo primo giorno di semilibertà.
All’esterno del carcere, lo attendevano pochi amici, pronti a proporgli un aperitivo a Milano per celebrare, in modo discreto, questa nuova fase della sua vita. Ma lui ha declinato. «Meglio evitare»,
ha raccontato a Repubblica, «tanto lo sapete che non sono un tipo da movida. E poi, qualche giorno fa, mi ha fermato per strada un ragazzino. Mi fa: “Bella zio, lo sapevo che non c’entravi niente. Possiamo fare un selfie?”. Ora, capisco tutto, capisco la notorietà, ma meglio evitare. E per fortuna che tanti ragazzi di adesso non sanno cos’è successo diciott’anni fa e non conoscono il mio volto».
Il regime di semilibertà concesso dal Tribunale di Sorveglianza gli consente di uscire la mattina dal carcere di Bollate, dove ha vissuto finora, e rientrare in serata, seguendo orari precisi. Può muoversi liberamente nella provincia di Milano, guidare (gli sono stati restituiti i documenti, tra cui la patente), frequentare bar, negozi, cinema, pranzare fuori dal luogo di lavoro. Non ha l’obbligo di frequentare comunità o svolgere attività di volontariato, ma deve comunque comunicare e concordare con i magistrati qualsiasi attività diversa da quelle abituali. Nel frattempo, Alberto Stasi continua ad andare a lavorare. E anche lì, racconta, ha trovato comprensione e riserbo: «I colleghi sono sempre stati discreti in questi anni. Sanno chi sono e cosa ho passato ma non vanno sull’argomento. Mi hanno fatto le congratulazioni quando è arrivata la notizia della semilibertà concessa dal Tribunale, quello sì». Ma Garlasco, per lui, è un capitolo chiuso. Quel paese della Lomellina, dove tutto è cominciato e dove ancora vive sua madre, è diventato per lui un luogo da evitare. «Non posso tornarci, nonostante mia madre viva ancora lì. La incontro dai parenti, l’ho fatto quando ho avuto i permessi. E poi, dico la verità, non ho nemmeno tutto questo interesse a tornarci. Un po’ per quello che è successo, un po’ perché la mia vita e i miei interessi sono ormai tra Milano e l’hinterland, dove cercherò casa quando potrò».
Stasi non parla mai di Chiara. E non nomina nemmeno Andrea Sempio, il nuovo indagato, coinvolto ora in una pista investigativa alternativa che non ha mai avuto seguito. «Ne parleremo un’altra volta: ora devo rientrare e farmi da mangiare sul mio fornelletto». Più che progetti ambiziosi, nel suo futuro ci sono piccoli desideri. «Farò un salto alla Pinacoteca di Brera, appena potrò. Oppure farò un giro tra i padiglioni della Fiera di Rho, quando ci sarà un evento interessante, visto che passo di lì a prendere la metro ogni mattina. E poi potrei riprendere la racchetta in mano, saranno due anni che non faccio sport». Il passo successivo nel percorso giudiziario sarà l’affidamento in prova ai servizi sociali, ma Stasi non sembra avere fretta. Sembra cercare, più che altro, il silenzio. (di Monica Coviello)

Garlasco, l’sms di Paola Cappa: “Mi sa che abbiamo incastrato Stasi” (AdnKronos – 15 maggio 2025)
“Mi sa che abbiamo incastrato Stasi”. È uno dei 280 messaggi che – secondo quanto riferisce il settimanale Giallo – sarebbero agli atti della nuova indagine della Procura di Pavia sull’omicidio di Chiara Poggi, uccisa a Garlasco il 13 agosto 2007 e per il quale l’allora fidanzato Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva a 16 anni di carcere. Si tratta di messaggi “inviati anni fa da Paola Cappa a un suo amico di Milano”. La cugina della vittima non è mai stata indagata. Intanto la sorella di Paola, Stefania Cappa, torna a essere tra i nomi più chiacchierati della nuova indagine, ma a quasi 18 anni di distanza contro di lei non c’è un solo elemento d’accusa. Nei quattro verbali resi ai carabinieri la giovane, oggi avvocata specializzata in diritto sportivo, spiega ogni dettaglio di quel 13 agosto 2007, il suo rapporto con la vittima, l’amicizia con Alberto Stasi e la famosa foto lasciata insieme alla sorella Paola (la stampa le ribattezza le ‘gemelle K’) davanti alla villetta di via Pascoli a Garlasco.
Oggi, dopo che le rivelazioni di un altro testimone sembrano indirizzarsi senza forza sulla pista familiare, le sue parole – verificate dagli inquirenti – mettono a tacere possibili calunnie e forse l’odio social. Nei verbali, a partire dal giorno del delitto, Stefania Cappa ricostruisce il rapporto quasi quotidiano, nell’ultimo mese, con la cugina ventiseienne, l’ultimo incontro il venerdì 10 agosto e la promessa presa al telefono di vedersi il pomeriggio del 13 agosto 2007. Un incontro che non ci sarà. Quel lunedì mattina “dalle ore 7 alle 9.20 ho studiato diritto penale e dalle ore 9.30 alle ore 10.15 sono stata a telefono con la mia amica: ho ripreso a studiare sino alle successive 11.30, ho pranzato e sono andata in piscina (alle 12-12.15) sino alle 15 con il mio amico”. Una vita normale – mentre la sorella è immobilizzata a letto per un intervento alla gamba – interrotta dalla notizia che Chiara Poggi è morta. Tra i dettagli raccontati la vacanza in Inghilterra, dove Chiara raggiunge Alberto, e la confidenza della cugina che “Alberto guardava cose pornografiche”. Una conoscenza, quella tra Stefania Cappa e Alberto Stasi che risale ai “tempi del liceo” ma che resta solo superficiale: “non ci sono mai state circostanze di incontri comuni neanche in occasioni formali come quella della sua laurea. In tutto ho incontrato Stasi poche volte, anche in compagnia di Chiara è accaduto di rado”.
Il 7 febbraio 2008 Stefania Cappa viene risentita dai carabinieri di Vigevano e ricorda quando il 17 agosto 2007 – quattro giorni dopo l’omicidio della cugina – è rimasta in una stanza insieme a Stasi in attesa di essere ascoltata. Un incontro immortalato con tanto di video e abbraccio tra i due. “In quel contesto gli ho chiesto se sapeva se Chiara avesse degli spasimanti che Chiara avesse respinto e lui mi ha risposto: ‘assolutamente no'” riferisce la cugina della vittima.  “Sempre mentre eravamo in attesa io gli ho anche chiesto di raccontarmi cosa fosse successo la mattina del 13 agosto. Lui mi ha fatto il racconto che poi ho letto ha reso anche nei verbali agli inquirenti. Io ricordo di avergli chiesto ‘perché hai fatto una cosa così?’ riferendomi al fatto che nei corsi del 118 la prima cosa che ci insegnano è l’autotutela e quindi per me era una imprudenza scavalcare il muretto ed entrare in casa, avendo trovato il cancello chiuso e non ricevendo risposta da Chiara” aggiunge. “Comunque mi sembrava strano che avendo avuto l’impeto di entrare non si fosse poi avvicinato a Chiara. Lui non mi ha risposto, dicendo che era sotto shock, poi si è messo a piangere e ha aggiunto che aveva paura che nessuno studio di commercialista l’avrebbe più preso a lavorare”. 

Chiara Poggi, il pigiama intriso di sangue (poi distrutto) e quelle impronte mai analizzate: la verità su Garlasco era lì? (Il Giorno – 12 luglio 2025)
L’indumento si impregnò perché la vittima venne rovesciata sulle scale: la svista più grave nei primi rilievi. Il patologo Franco Posa: la scienza consentiva la ricerca di profili genetici e impronte. “Risultati oggi dalle foto? Improbabile”
La maglietta del pigiama rosa estivo con la scritta “Joy fruits” che Chiara Poggi ha ancora addosso quando, la mattina del 13 agosto 2007, apre al suo assassino la porta della villetta di Garlasco. L’indumento della vittima a più diretto contatto con il killer. Arriva al Ris intrisa di sangue. Viene ispezionata con la Crimescope e la conclusione è che “non sono emerse luminescenze significative”.
Non viene effettuato alcun prelievo alla ricerca di tracce genetiche. La sentenza dell’Appello bis a Milano, da cui esce la condanna di Alberto Stasi, scrive che le fotografie scattate dai carabinieri di Pavia “evidenziano le quattro tracce dei quattro polpastrelli insanguinati dell’assassino, all’altezza della spalla sinistra, cui corrisponde nella parte anteriore della stessa maglia, un frammento di impronta palmare insanguinata”. Le impronte non vengono analizzate perché, annota la sentenza, “la maglia arrivava al medico legale completamente intrisa di sangue”. Il cadavere è stato rivoltato in maniera malaccorta e il materiale ematico abbia impregnato il tessuto. Nel 2022 la maglietta e gli altri indumenti indossati da Chiara nel suo ultimo scorcio di vita vengono distrutti. Un’evidente compromissione.
C’è un’altra condizione insuperabile: un’impronta non è in grado di “stamparsi” con assoluta fedeltà sulla trama non uniforme di un tessuto. Ma a parte questi dati oggettivi, il pigiama di Chiara, all’epoca, avrebbe potuto “parlare”? È la prima domanda per Franco Posa, criminologo clinico e patologo forense, docente universitario, consulente di varie Procure nazionali e specialista che attualmente assiste la famiglia di Simonetta Cesaroniper il delitto di via Poma, a Roma.
Dottor Posa, si sarebbe potuto esaminare più a fondo l’indumento? “La risposta è sì. Il corpo della vittima è stato, per così dire, manipolato dall’assassino, che si è chinato su di esso, l’ha sollevato di peso, si presume dalle ascelle, l’ha scaraventato lungo la scala della cantina. Da qualche parte della maglietta la biologia c’era. Anche in presenza di compromissioni come l’abbondante assorbimento di sangue, sarebbe stato comunque possibile tentare un prelievo selettivo alla ricerca di profili genetici dell’aggressore o degli aggressori. Le impronte insanguinate, come quelle rilevate sul pigiama della vittima, sono punti di contatto diretto tra il corpo della vittima e quello dell’aggressore che possono contenere cellule epiteliali o secrezioni cutanee, utili per un’analisi del Dna. Oltre a questo si sarebbero potuti effettuare dei prelievi nelle parti dell’indumento interessate dalla probabile dinamica omicidiaria che si diceva: sollevamento del corpo, lancio sulla scala”.
Quali metodologie si sarebbero potute applicare? “Già nel 2007-2008 erano disponibili metodologie per trattare tracce miste o parzialmente degradate, con protocolli che includevano estrazione organica (fenolo/cloroformio) o metodi più rapidi con kit a colonne in silice. Studi più recenti confermano che anche in tessuti impregnati di fluidi biologici è possibile rilevare il cosiddetto ‘touch Dna’, Dna da tocco”.
Le fotografie delle impronte, oggi, potrebbero risultare utili? “Una fotografia, soprattutto se effettuata a distanza non conforme, senza un’adeguata scala metrica, illuminazione uniforme e angolo perpendicolare, generalmente non è sufficiente a garantire una comparazione biometrica valida. Questo vale soprattutto per superfici irregolari come i tessuti, che tendono a distorcere o assorbire i dettagli di creste e solchi di una mano. Creste e solchi, ma soprattutto le cosiddette “minuzie“, sono fondamentali per poter identificare un soggetto con oggettività e ragionevole certezza scientifica. Si può partire da una fotografia per una valutazione preliminare, ma questo è generalmente possibile solo se l’immagine è ad altissima risoluzione, ravvicinata, e se la superficie su cui l’impronta è stata impressa risulta stabile, liscia, omogenea. Su una maglietta intrisa di sangue, tutto questo è altamente improbabile”.