Quando tutti sanno ma nessuno denuncia
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- 28 Ottobre 2025
.Pamela Genini è stata uccisa, a soli 29 anni, il 14 ottobre con trenta coltellate dal suo ex compagno. A soli dieci giorni di distanza, non possiamo neanche scrivere che è stata l’ultima di una lunga serie di donne uccise, perché pochi giorni fa si è consumato un altro femminicidio.
L’omicidio di Pamela ha riempito le pagine dei giornali, i siti internet e i profili social, come già era successo per tantissimi altri casi negli ultimi anni. Sono partite due inchieste, la prima è relativa all’omicidio della giovane, la seconda, invece, punta a capire perché la procedura prevista per i casi di violenza di genere (cd. codice rosso) non ha funzionato.
Questo non è un caso isolato ma il risultato di una mentalità che nasce da lontano e che è difficile da sradicare. L’indignazione però non basta più perché quello di Pamela Genini è veramente un omicidio che si poteva evitare. A prescindere da ogni procedura esistente o in procinto di essere approvata, è ormai imprescindibile capire quali strumenti ci fornisce la legge per impedire altri episodi come questo.
Cos’è la violenza di genere?
Prima di tutto è necessario capire che nell’espressione violenza di genere (o, meglio, contro le donne) rientrano tanti comportamenti diversi tra loro, tutti accomunati dall’idea di sopraffazione di un genere (quello maschile) sull’altro.
Rientrano nella violenza di genere tutti gli atti che provocano un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica alle donne e che hanno come origine proprio il genere. Sono incluse anche le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà (così l’art. 1, Convenzione ONU sull’eliminazione della violenza contro le donne del 1993 ).
Rientra quindi in tale definizione ogni forma di violenza psicologica, fisica e sessuale contro una donna. Ne sono un esempio gli atti persecutori (stalking – art. 612bis c.p.), lo stupro (art. 609bis c.p.), il femminicidio (punito ora come omicidio volontario). Stiamo parlando di reati puniti in Italia così come in gran parte del resto del mondo.
Il minimo comune denominatore di tutte queste forme di violenza è l’idea che sia possibile “possedere” una persona come se fosse una cosa di proprietà.
Leggi l’articolo di Jamyra Calafiore