Vittoria Bertoli, 78 anni. Uccisa a colpi di fucile dal marito
Socchieve (Udine), 26 Febbraio 2015
Titoli & Articoli
Dramma della disperazione in Friuli. Anziano uccide la moglie e si suicida (Sì24 – 26 febbraio 2015)
Uccide la moglie con un colpo di fucile da caccia e poi si suicida. È accaduto questa mattina intorno alle 7.45 a Feltrone, una frazione di Socchieve, in provincia di Udine. Secondo le prime informazioni, l’anziana era malata di Alzheimer. Ad allertare il 118 e i carabinieri è stata la badante, che ha trovato i cadaveri.
Secondo una prima ricostruzione della vicenda, l’uomo, Pietro Rabassi, avrebbe impugnato il fucile da caccia regolarmente detenuto e avrebbe sparato da pochi passi alla moglie, Vittoria Bertoli. Poi si è tolto la vita. All’origine del gesto potrebbero essere le malattie di cui gli anziani coniugi soffrivano da tempo: una era quasi sempre a letto, l’altro sulla sedia a rotelle.
“Scusatemi se faccio questo, ma dopo tanti anni che stavamo insieme non voglio lasciarla, voglio portarla con me e mettere fine a queste sofferenze”, ha lasciato scritto l’uomo.
Sul posto ci sono i carabinieri della Compagnia di Tolmezzo (Udine) e il 118 i cui sanitari altro non hanno potuto fare che constare il decesso dell’uomo e della donna.

Spara alla moglie e poi si uccide: “Basta sofferenze, la porto via con me” (Messaggero Veneto – 26 febbraio 2015)
Lui è Pietro Rabassi, classe 1932, e lei Vittoria Bertoli, cinque anni più giovane. Il fatto è accaduto a Dilignidis, frazione di Socchieve. Li ha trovati la badante poco prima delle 8. Entrambi avevano gravi problemi di salute
L’appuntamento in ospedale era fissato per oggi. Ma Pietro Rabassi sapeva già che stava perdendo la sua battaglia con il male scoperto meno di un anno fa. Da alcuni mesi non passava più le giornate camminando nei boschi come aveva sempre amato fare. Osservava gli spostamenti di cervi e caprioli col cannocchiale dalla sua terrazza, ma da tempo non sparava più. Il fisico, provato dal primo ciclo di chemioterapia, non glielo permetteva. Pietro, cacciatore e maestro intagliatore, sapeva che non gli restava molto da vivere. E l’idea di lasciare la sua Vittoria era insopportabile.
Già in passato la malattia aveva provato a dividerli. La moglie soffriva di Alzheimer, da otto anni era costretta a muoversi con una carrozzina. Ma Pietro e Vittoria, 82 e 77 anni, erano rimasti insieme, uniti ancora più di prima. Pur facendo i conti con molte difficoltà, il loro legame si era, se possibile, addirittura rafforzato.
Finché morte non ci separi. Probabilmente è stato questo l’ultimo pensiero di Pietro che ha preso il suo fucile da caccia e ha sparato all’amata Vittoria. La badante che viveva con loro da otto anni per aiutare la donna si è precipitata in camera. Lei era distesa sul letto ormai senza vita. Lui era seduto sulla sedia a rotelle della moglie, l’arma ancora in pugno: «Esci di qui», le ha detto. Poi ha rivolto il fucile contro di sé e ha premuto il grilletto per la seconda volta. L’ultima.
Svetlana Zubchenko, ucraina di 62 anni, è corsa fuori per andare a chiamare la moglie del figlio della coppia che abita nell’appartamento al primo piano della stessa abitazione. La donna ha subito chiamato il 118 e le forze dell’ordine. Ma Pietro e Vittoria se n’erano già andati. Insieme come avrebbero desiderato. Inutile la corsa dell’elicottero e dell’ambulanza. I sanitari del 118 non hanno potuto fare altro che constatare il decesso dei coniugi.
Prima di farla finita però Pietro ha voluto spiegare il perché del suo gesto con un biglietto rivolto ai figli Giuseppe e Sandra. «Scusatemi se faccio questo, ma dopo tanti anni che stavamo insieme non voglio lasciarla, voglio portarla con me e mettere fine a queste sofferenze». Poche righe per spiegare il perché di un atto che nessuno, tra parenti e amici, aveva anche solo immaginato.
Il figlio Giuseppe Rabassi, detto Roberto, agente della polizia municipale di Socchieve, era uscito di casa per andare al lavoro poco prima delle sette. Quando il padre ha sparato il secondo colpo non erano ancora le otto. Ricevuta la chiamata della moglie, Giuseppe è subito rientrato a casa, a Dilignidis, frazione di Socchieve.
Insieme al 118 sono arrivati anche i carabinieri della compagnia di Tolmezzo coordinati dal capitano Stefano Bortone, anche lui sul posto. Dell’accaduto è stato informato il magistrato di turno, Claudia Finocchiaro e poco dopo è arrivato anche il medico legale, Lorenzo Desinan che esaminando i corpi ha potuto confermare la ricostruzione ipotizzata anche dagli inquirenti. Due colpi sparati a bruciapelo, entrambi mortali.
Il pubblico ministero deciderà se disporre o meno l’autopsia sui corpi dei coniugi. L’arma del delitto, un winchester calibro 20 a pallini utilizzato solitamente per la caccia agli uccelli è stato sequestrato dai militari. Il fucile era regolarmente detenuto da Pietro Rabassi che fino a pochi mesi fa andava spesso a caccia, una delle sue più grandi passioni. La stanza da letto dei coniugi Rabassi è stata analizzata anche dalla squadra rilievi del comando provinciale dei carabinieri. Tutti i riscontri al momento confermano la ricostruzione della tragedia.
Una tragedia che ha scosso tutta la comunità. Maddalena Rabassi, un’anziana cugina che abita a poche centinaia di metri dalla casa della coppia, ricorda come Pietro parlasse sempre della moglie: «L’ho visto soltanto ieri, passava di qui nel pomeriggio quasi tutti i giorni. Mi diceva: ah la mia Vittoria, guai se morisse prima di me. Non aveva paura di restare solo, lo preoccupava che lei potesse soffrire. Sono sempre stati insieme quei due. Quando mi hanno detto che cos’era successo non volevo crederci. Nessuno poteva immaginarsi un gesto così».
Anche la badante Svetlana Zubchenko è rimasta sconvolta. Continuava a scorrere le tante foto dei coniugi che aveva nel telefonino insieme ai parenti: «È stato terribile, ho sentito lo sparo, sono andata in camera e poi ho chiesto aiuto. Vivevo con loro da otto anni, erano due persone fantastiche, lei era ammalata, lui invece stava bene anche se da qualche mese stava peggiorando. Avevano un legame profondo e per me erano come una famiglia, adesso non so cosa farò».
«Abbiamo passato 45 anni di vita insieme. Non voglio andarmene (il Gazzettino – 27 febbraio 2015)
«Abbiamo passato 45 anni di vita insieme. Non voglio andarmene senza di lei. La porto con me». È notte quando, nel silenzio della sua casa di Dilignidis, una frazione di Socchieve che sembra un romantico quadro di Otto D’Angelo, Pietro Rabassi, falegname 82enne in pensione, scrive di suo pugno queste poche righe su un pezzo di carta. Lascia il biglietto in cucina. Poi aspetta che il figlio, Giuseppe, agente di polizia municipale nel piccolo comune carnico, vada al lavoro. Giuseppe, che tutti chiamano Roberto, esce dalla grande casa di famiglia di via Alessandro Volta alle 7 meno 10. In quel momento Socchieve dorme, cinta come in un sogno dall’abbraccio delle montagne ancora innevate.
È in questa mattina silente di fine inverno che in casa Rabassi si sente uno sparo: è come un lampo che squarcia il cielo sereno, quello di una famiglia unita, benvoluta e amata da tutti. Gente che ha sempre lavorato sodo, che si è sacrificata, che è sempre rimasta unita non solo nei momenti di gioia ma anche in quelli di dolore. A udire quel rumore, attorno alle 8, è la badante, una donna di 62 anni di origini ucraine che da 2007 segue con affetto e grande dedizione la moglie di Pietro, Vittoria Bertoli, 77 anni, malata da molto tempo di una grave forma di demenza senile. Lei si chiama Svetlana Zubchenko; vive in Friuli da parecchio, ma da 8 anni si è stabilita a casa Rabassi. Dorme nella stanza accanto a quella dei due coniugi, che assiste con devozione.
Così, ieri mattina, sente subito quel colpo: «Credevo fosse caduto qualcosa e mi sono precipitata a vedere cos’era successo» dice, con gli occhi colmi di lacrime, davanti a quella che è diventata di fatto la sua casa in Friuli. Entra nella camera della coppia e capisce: Vittoria, stesa a letto, è stata colpita a morte dal fuoco del fucile da caccia del marito, per stessa mano dell’amato coniuge. Tenta di fare qualcosa, Svetlana, ma non ce la fa: Pietro la caccia e poi, in un momento di disperazione, rivolge l’arma verso sè stesso e fa fuoco un’altra volta, mettendo fine anche alla sua vita. Una tragedia inaspettata, che in famiglia lascia attoniti, smarriti, increduli, così come si sentono anche tutti gli abitanti di quel borgo, 52 anime in tutto.
La badante chiama il figlio Giuseppe e il 118. I sanitari non possono che constatare il decesso dei due anziani le cui salme, ottenuto il nulla osta della pm di turno Claudia Finocchiaro, saranno composte nell’obitorio dell’ospedale di Tolmezzo, a disposizione dell’Autorità giudiziaria. Per i carabinieri della Stazione di Ampezzo e della Compagnia di Tolmezzo, comandata dal capitano Stefano Bortone, unitamente al Norm e al luogotenente Domenico Colonna, coadiuvati dal reparto della scientifica e dal Nucleo investigativo di Udine, la dinamica e le cause della tragica vicenda son fin troppo chiare: lei, malata da 10 anni, allettata; lui sempre al suo fianco, con un amore che il tempo non ha mai scalfito; poi la scoperta di Pietro di non avere più molto tempo da vivere, a causa della recente insorgenza di un grave tumore. E la scelta, drammatica, di andarsene insieme, a poche settimane dall’inizio della primavera.
Dopo il dramma, il giorno dell’addio (Il Gazzettino – 28 febbraio 2015)
Saranno celebrati domani, alle 14.30, nella chiesa parrocchiale di Socchieve, i funerali dei coniugi Pietro Rabassi e Vittoria Bertoli, lui 82 anni e lei 77, morti giovedì attorno alle 8 in un tragico omicidio-suicidio per mano di lui, che ha imbracciato un fucile da caccia calibro 20 e ha fatto fuoco sulla moglie per poi dirigere l’arma verso di sé e farla finita.
Un gesto dettato dalla disperazione, dalla paura di continuare a soffrire e, peggio, di andarsene stroncato dal cancro lasciando sola la donna con cui aveva trascorso tutta l’esistenza e che da anni era affetta da una grave forma di demenza senile. Una tragedia che si fa fatica a chiamare delitto e che ha sconvolto tutta la comunità del paese carnico dove, ieri, parenti e amici dei congiunti hanno dimostrato la loro vicinanza.
Le due salme, composte nell’obitorio dell’ospedale di Tolmezzo, non sono state sottoposte ad autopsia ma solo a un esame esterno: ovvie, del resto, le cause della morte, che escludono il concorso di terzi e che sono state avvalorate da un biglietto scritto da Pietro: «Dopo 45 anni di vita insieme non la lascio sola, la porto con me. Basta sofferenze».
Un uomo tutto casa e lavoro, Pietro, sempre intento a sistemare la casa di famiglia, in quell’angolo di paradiso che è la piccola frazione di Dilignidis, da cui si gode una spettacolare vista sulle montagne ancora innevate. Ieri la Procura della Repubblica di Udine ha rilasciato il nulla osta per la sepoltura e ha chiuso le indagini, eseguite sul posto dai carabinieri della Compagnia di Tolmezzo e dal Nucleo investigativo. I figli Sandra e Giuseppe detto Roberto, insieme ai loro zii Dino, Iride e Annunziata, hanno potuto così organizzare la cerimonia delle esequie. L’ultimo saluto ai coniugi Rabassi si terrà nella Pieve di Castoia e a officiare il rito cristiano sarò monsignor Pietro Piller, parroco di Socchieve e di Ampezzo che conosceva molto bene la coppia e che ha invitato fin da subito i fedeli a non giudicare ma solo a pregare e a stare accanto ai parenti in lutto. Questa sera sarà recitato il rosario.
Oggi l’ultimo saluto a Pietro e Vittoria (Messaggero Veneto – 1 marzo 2015)
Saranno celebrati oggi alle 14.30 i funerali di Pietro Rabassi, 82 anni, e della moglia Vittoria Bertoli, 77. La cerimonia si svolgerà alla Pieve di Castoia. Le salme saranno esposte nella chiesa che sovrasta l’intero abitato di Socchieve a partire dalle 13. Al termine del rito funebre le due salme saranno cremate e le ceneri verranno conservate una accanto all’altra, in un unico loculo. Pietro e Vittoria insomma continueranno a stare sempre insieme come desideravano.
Tanto che Pietro, che lottava con un tumore, quando ha capito che c’era la possibilità di lasciare sola la moglie, da diversi anni costretti su una carrozzina a causa dell’Alzheimer, ha preferito sparare alla donna che amava per poi togliersi la vita con la stessa arma. «Scusate per quello che faccio – ha scritto ai figli in un biglietto -, ma dopo tanti anni insieme non voglio lasciarla, voglio portarla via con me e mettere fine a queste sofferenze». Il paese si è mobilitato. La Pro loco “Col gentile” dedicherà alla coppia il prossimo evento in programma e anche i cacciatori della riserva di Socchieve, di cui Pietro era il socio più anziano intendono ricordarlo. La famiglia ha invitato a non acquistare fiori ma a fare una donazione alle associazioni che si battono per vincere l’Alzheimer.


