Rossana Jane Wade, 19 anni, studentessa e cameriera. Violentata, strangolata e gettata in un casello ferroviario abbandonato dal fidanzato
Fiorenzuola d'Arda (Piacenza), 2 Marzo 1991
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In memoria di
A Parlare è Letizia Marcantonio, mamma di Rossana Jane Wade, uccisa a diciannove anni dal fidanzato. Era il 2 marzo del 1991.
Come ti sei sentita quando l’avvocato della difesa in tribunale ha detto: “ Dovete tenere conto della sua giovane eta”?
È come se mi avessero dato una coltellata alla schiena, mi sono alzata e sono uscita dall’aula gridando. Come si fa a dire una cosa del genere. Mia figlia era più giovane di lui e non c’è più a causa sua…
Ne hanno tenuto conto?
Non subito, ma in appello a Firenze il 15 luglio del 1994 gli hanno scontato otto anni per questo. Oggi è libero, perché tra la “giovane età” e gli sconti automatici che prevedono 45 giorni ogni sei mesi, la sua pena è passata da ventiquattro anni ai dodici effettivamente scontati. Anni nei quali ha potuto studiare e laurearsi in ingegneria. Per dare gli esami usciva scortato da due agenti a spese dei cittadini, e quindi anche mie. Non ho potuto pagare gli studi a mia figlia morta ammazzata, ho dovuto pagarli al suo assassino. Davvero lo devo accettare?
Avete mai ricevuto rimborsi per le spese sostenute?
Mai! Abbiamo avuto bisogno di una psicologa che abbiamo pagato cara, come abbiamo pagato cari gli avvocati. Due di loro poi li ho denunciati perché si sono approfittati della nostra debolezza. Non erano patrocinanti in cassazione e non ce lo avevano detto danneggiandoci. Ho intentato anche il processo civile, ma ancora oggi siamo in alto mare.
Lui ha una diffida di avvicinamento a voi familiari, giusto?
Sì, perché io non volevo che incontrasse mia figlia e lui mi aveva minacciata di morte. Non può entrare in tutta la Val D’Arda, ma non basta Barbara. Lui è milanese, vorrei che tornasse a Milano. Che se ne andasse da Piacenza. Che fosse distante chilometri da me. E’ la sola cosa che ancora chiedo. Per la legge ora è un uomo libero, non per me. Lui mia figlia l’ha condannata per sempre, l’ha condannata a morte. Il solo pensiero di poterlo incontrare mi fa troppo male …
La sua famiglia si è mai fatta viva?
Suo padre ha avuto il coraggio di incontrarmi dentro il tribunale di Bologna, e io l’ho apprezzato molto. Mi ha portato le cose di Rossana, piegate con cura. Il figlio diceva che era un burbero, invece per me è stato un uomo. È venuto e mi ha detto: “L’ho pensata molto mentre sistemavo le cose di sua figlia. Avrei dovuto incontrarla prima”. Mi ha dato ragione …
Com’ è stata uccisa Rossana ?
L’ha strangolata e poi l’ha gettata come un oggetto rotto in un casello ferroviario abbandonato. Pensava che il giorno dopo non ci sarebbe stato nessuno, così sarebbe partito per l’America e chi si è visto si è visto. Invece un’escavatorista ha scoperto il corpo. Sono risaliti immediatamente a lui. Quando sono andati a casa sua ci hanno messo un quarto d’ora lui e la madre per aprire. Dovevano nascondere le prove, si è anche lavato le scarpe. Come hai saputo che era stata uccisa?
Tornata a casa da un giro al supermercato un vicino mi ha detto: “Guarda che sono saliti vigili e carabinieri, ti cercavano”. Allora mi sono recata dai carabinieri. Ho chiesto informazioni ma nessuno mi diceva nulla. “Aspetti il procuratore”. Il procuratore? Pensavo che mia figlia avesse rubato qualcosa, che avesse avuto un incidente. Poi un maresciallo ha cominciato a farmi domande, a scrivere al computer. Io chiedevo di mia figlia e lui: “Non sta tanto bene, ma finiamo le domande, poi glielo diciamo”. Poi mi chiede se ho la chiave di casa di mio marito, eravamo separati. Sono andata a prenderla e ancora non sapevo niente. Vado lì, ci sono i giornalisti, c’è il procuratore. Aprono, perquisiscono la casa, allora io ho giunto le mani e ho gridato “ Santo Dio ditemi cosa è successo!” “Signora ma ancora deve capirlo?” “Cosa c’è da capire, ditemelo voi io non voglio capire!”. All’altra mia figlia che abitava a Salso Maggiore al telefono hanno detto: “Vieni qua che tua sorella è morta”. Così, freddi. Non si può, non si può dimenticare … Noi siamo lasciati soli anche davanti a questo. Invece dovrebbe affiancarci immediatamente un bravo psichiatra, perché fa troppo male e da solo non ce la fai. Quando l’ho vista sul tavolo dell’obitorio sono svenuta, mi hanno fatto firmare il foglio del riconoscimento da incosciente, non c’era nessuno con me a guidarmi, a spiegarmi quali diritti avevo.
Ora piange Letizia.
Io voglio che la gente sappia che cosa vuol dire perdere una persona in questo modo e come siamo trattati dopo. Deve saperlo perché altrimenti si sentono solo le voci degli assassini che a parlare hanno tutto l’interesse. Noi ci dobbiamo denudare per farlo, nella nostra intimità, ma se non lo facciamo tutto questo non cambierà mai. Non si deve dimenticare cosa ha sofferto lei e cosa soffriamo noi, perché tutto questo non si cancella. È stampato indelebilmente e fa male, sempre. Non è morta solo mia figlia, ma tutta la nostra famiglia. La nostra pena è certa e tutto questo la rende ancora più dura. Chi ne è responsabile si è rifatto una vita, una famiglia, ha comprato casa e si è laureato proprio grazie al carcere. A noi ha regalato la distruzione e una vita come non la volevamo. L’ergastolo lo devono fare loro non noi, e devono anche pagare tutte le spese che abbiamo affrontato. Non lo dovevo pagare io il loculo per mia figlia, era lei che doveva pagarlo a me quando era ora…
Letizia ha la voce rotta dal pianto.
Rossana doveva continuare a vivere, non chiedeva altro. Vivere, diventare poliziotta…
La giustizia sembra sorda e cieca a tutto questo male. Una persona che è stata uccisa innocente deve essere risarcita fino in fondo e la risarcisci solo se la pena è certa e adeguata al reato. Non può essere inferiore ai trent’anni, che sono una vita e devono essere scontati fino all’ultimo. Si chiama giustizia! Io voglio anche il risarcimento danni, perché voglio tirargli via tutto quello che posso per fare una fondazione a nome di mia figlia che non deve essere dimenticata e perché possa continuare a esistere facendo del bene agli altri. Lo merita. (di Barbara Benedettelli)
In ricordo di Rossana Wade (Esci allo scoperto – 17 dicembre 2009)
Rossana Jane Wade, madre italiana e padre inglese, 19 anni e mezzo e un viso bello e dolce, fu uccisa nel 1991 dal fidanzato Alex Maggiolini. Forse Rossana aveva scoperto qualcosa sul suo conto e ad Alex non era piaciuto tanto che l’ha strangolata e poi seppellita in un casello ferroviario abbandonato nel piacentino. Questa sfortunata ragazza aveva un sogno nel cassetto: voleva fare la poliziotta.
Alex Maggiolini per l’omicidio e l’occultamento del cadavere di Rossana, ha scontato appena 12 anni di carcere. E’ uscito nel 2003 e vive in un paese vicino a quello in cui vive la famiglia della ragazza uccisa. Una beffa per chi ha perso prematuramente una figlia e per tutti quelli che la ricordano con amore. Letizia Marcantonio da anni si batte per avere una giustizia giusta per sua figlia e per tutte quelle che come Rossana hanno perso la vita. Una giustizia che oggi viene purtroppo spesso negata.
Corriere della Sera – 8 giugno 2016
«Restituiamo a Rossana la dignità che qualcuno le ha tolto» (il Piacenza – 25 novembre 2017)
L’Amministrazione comunale di Alseno ha ricordato Rossana Jane Wade (uccisa dal fidanzato nel 1991) con l’intitolazione di un’area verde. C’erano famigliari, amici, persone che l’hanno conosciuta e che le hanno voluto bene
«Aveva scoperto qualcosa che lui voleva che non si sapesse. Lei che volve fare la poliziotta, lui che era entrato in un brutto giro di droga a Milano. E’ per questo che mia figlia venne uccisa quel 2 marzo del 1991». Così Letizia Marcantonio ricorda la figlia Rossana Jane Wade – assassinata e gettata in un casello ferroviario abbandonato nella zona di Fiorenzuola dal fidanzato Alex Maggiolini – nel giorno in cui l’Amministrazione comunale di Alseno ha voluto dedicarle l’area verde di via Dante Alighieri, vicino alle scuole medie, nel corso di una cerimonia che si è svolta nella giornata contro la violenza sulle donne.
Così come non è stata una decisione casuale l’area da dedicare a Rossana Wade: «Abbiamo pensato ai giardini posti di fianco alle scuole medie perché il messaggio di non violenza deve essere trasmesso di giorno in giorno alle nuove generazioni». Del brutale assassinio di Rossana Jane Wade ne ha scritto anche il giornalista Ermanno Mariani, nel libro “Oscuri delitti” (Filios Editore). Mariani, che all’epoca si occupava già di cronaca nera per il quotidiano locale, segui la vicenda giorno per giorno e le dedicò il capitolo “Il numero del diavolo”, all’interno del suo libro.
«Non restituiremo Rossana alla famiglia, quella di oggi non è una festa: vogliamo restituire a Rossana una dignità che qualcuno le ha tolto» – ha detto il sindaco di Alseno Davide Zucchi, di fronte agli amici e ai parenti di Rossana. C’erano la mamma Letizia e i fratelli Adriano e Sonia, i sindaci di Fiorenzuola e Castellarquato, i consiglieri regionali Matteo Rancan e Tommaso Foti con il segretario provinciale della Lega Nord Pietro Pisani, i parroci di Alseno e Baselica Duce don Mimmo Pascariello e don Giovanni Capra.
«Occorre sollecitare la politica – ha proseguito Zucchi – affinché intervenga sempre con più risorse da destinare alla magistratura il che si tradurrebbe in più persone in ausilio alle donne che chiedono aiuto. Quello del 1991 fu un efferato omicidio che ha segnato per sempre la famiglia e la comunità. Io ero un ragazzo di 14 anni e la vicenda veniva trattata dai telegiornali nazionali. Non ero riuscito a trovare una spiegazione a questo assassinio e ancora oggi non si può spiegare un omicidio o una violenza di questo tipo».
Poi le parole di Sonia, sorella di Rossana Wade, interrotta più volte dagli applausi e dalla commozione che inevitabilmente non è riuscita a trattenere: «Ventisei anni sono passati da quel giorno e si apre un po’ il ricordo di allora. Siamo contenti che Rossana verrà ricordata per sempre dalle persone che le hanno voluto bene. Spero che questo non si limiti ad essere un ricordo ma qualcosa di più ampio. Spero che le donne che vivono violenze riescano a trovare un modo per uscirne fuori. Non è facile ma neanche tanto difficile. Ci sono donne che sono morte, altre che ce l’hanno fatta perché non hanno mai tollerato uno schiaffo e hanno avuto il coraggio di parlare. Sono donne da prendere d’esempio. Non dovete credere a chi vi regala un mazzo di fiori o un anello dopo una lite o per scusarsi dei propri errori: sono trappole e non dovete cascarci. Credo di aver trasmesso alle mie figlie – ha concluso – il significato di amor proprio: vuol dire imparare ad amare se stessi per mettersi al riparo da situazioni di questo genere». Sostenuta dal figlio Adriano, la madre di Rossana, Letizia ha aggiunto: «Amore non è mettere le mani addosso, amore con la “a” maiuscola significa rispetto perché chi ti ama non ti picchia».




