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Gisella Orrù, 16 anni, studentessa. Violentata più volte, uccisa con una botta in testa e uno spillone nel cuore, infine gettata in un pozzo con una corda legata al collo

Carbonia, 28 Giugno 1989

 


Titoli & Articoli

Corriere della Sera – 9 luglio 1989

 

 


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In memoria di

Gisella Orrù :A sorpresa, le rivelazioni fatte da un pentito, hanno fatto riaprire le indagini sull’omicidio (La Terra degli scomparsi – gennaio 2011)
A sorpresa, le rivelazioni fatte da un pentito, hanno fatto riaprire le indagini sull’omicidio di Gisella Orrù, “la ragazza del pozzo” come è stato chiamato il feroce delitto avvenuto nel 1989. Salvatore Pirosu e Licurgo Floris, di Carbonia (Cagliari), stanno scontando per quel delitto una condanna rispettivamente a 24 e 30 anni di carcere, ma Floris si è sempre proclamato innocente e perfino i legali di parte civile sono convinti che lui non c’entri.
Secondo Michele Schirò, legale di parte civile, “il delitto è maturato in ambienti che non sono gli quelli classici indicati dal Pirosu. Credo che si tratti, invece, proprio di personaggi esterni ad un certo mondo di criminalità”. Pirosu con la sua testimonianza piena di lacune e di imprecisioni avrebbe in sostanza voluto coprire qualcuno che lo avrebbe pagato, anche perché è stato accertato che Pirosu non poteva compiere da solo l’omicidio.
Il 7 luglio 1989 dal sifone di una condotta idrica nelle campagne di San Giovanni Suergiu, a pochi chilometri da Carbonia, in Sardegna, veniva recuperato dai vigili del fuoco il corpo di Gisella Orrù, una ragazza di sedici anni. Mancava da casa da dieci giorni, dal 28 giugno ’89, e c’era grande agitazione in tutta Carbonia per la sua scomparsa. Di solito era puntuale, anche per evitare discussioni con la nonna paterna che la ospitava, insieme alla sorella minore, dopo la separazione dei genitori. Per le prime ricerche la nonna si era rivolta a Salvatore Pirosu, vicino di casa e amico di famiglia, che il giorno della scomparsa di Gisella Orrù era rientrato a casa intorno a mezzanotte. Si scoprirà in seguito che proprio quel vicino di casa era coinvolto nella scomparsa e nella atroce fine della ragazza.
Il 29 giugno, di primo mattino, la nonna Gina aveva ricevuto una telefonata anonima nella quale una voce di donna avrebbe detto: “Gisella è con noi in vacanza. Starà fuori un mese. Stia tranquilla”. Il 13 luglio un’altra telefonata anonima fatta ai Carabinieri indicava la presenza di un cadavere nel pozzetto della condotta idrica nelle campagne di San Giovanni Suergiu. Il corpo recuperato dai vigili del fuoco era nudo, in stato di decomposizione. Il riconoscimento fu possibile il giorno dopo, grazie alla catenina e all’orologio.
Le perizie hanno accertato che la ragazza aveva subito violenza sessuale, era stata colpita alla testa e tramortita, forse con una pietra, prima di essere uccisa con un oggetto appuntito e sottile che le ha forato il cuore. Il 14 luglio, un’altra telefonata, con la solita voce di donna, ha messo gli inquirenti su una pista: Gisella Orrù, quella sera, era stata fatta salire su una Fiat 126 bianca mentre percorreva via Napoli, intorno alle 21 deserta. L’auto ha portato a Salvatore Pirosu, l’amico della famiglia Orrù, il vicino di casa che la vittima chiamava zio. Messo sotto torchio, Pirosu, nullafacente con precedenti per reati sessuali, ha ammesso di aver prelevato la ragazza da via Napoli, ma dicendo di averlo fatto perché qualcuno voleva conoscerla. Quel qualcuno sarebbe stato Licurgo Floris, un pregiudicato, con qualche precedente per furto e droga. Pirosu ha sostenuto che è stato lui ad uccidere Gisella Orrù ma Floris, appunto, si è sempre proclamato innocente. La testimonianza di Salvatore Pirosu, che ha molti punti deboli, è stata il filo conduttore di tutto il processo. Pirosu e Floris sono stati condannati per l’orrendo delitto, ma la sentenza non ha mai chiarito i molti punti oscuri della vicenda.
Secondo il racconto di Pirosu a bordo della sua Fiat 126 quella sera c’era anche Floris. Avevano seguito Gisella Orrù dopo che lei, salutati gli amici, stava percorrendo Via Napoli da sola. Lì era scattata la trappola. Floris era sceso dall’auto e aveva convinto Gisella a salire a bordo con loro. I tre avevano raggiunto l’auto di Floris, una Fiat 131 parcheggiata più avanti, in Via Asproni, non lontano dalla casa della nonna della vittima. A bordo di questa seconda auto c’erano due tossicodipendenti, Gian Paolo Pintus, poi morto di Aids, e Gianna Pau, detta Janette. Gisella Orrù, sempre secondo Pirosu, avrebbe accettato la richiesta di un incontro amoroso nel boschetto di Matzaccara, un luogo isolato, vicino al mare.
Qui la comitiva si sarebbe divisa: Salvatore Pirosu avrebbe approfittato della compagnia di Janette nella Fiat 131, mentre Floris, Pintus e la Orrù si sarebbero appartati tra la fitta vegetazione di sterpaglie. Ma dopo qualche minuto il presunto accordo sarebbe saltato. Gisella Orrù sarebbe scappata, nuda, inseguita dai due uomini, anche loro senza vestiti. Poi un urlo disperato e il silenzio. Floris e Pintus avrebbero raggiunto la Fiat 131 dove c’erano Pirosu e la Pau, trasportando il corpo senza vita della ragazza. Lo avrebbero avvolto in una stuoia che Floris usava per l’attività di meccanico. Sistemata la vittima nel bagagliaio dell’auto di Floris, i due uomini, sempre nudi e a rischio di essere intercettati, avrebbero portato il corpo verso la campagna, percorrendo 8 km per gettarlo nel sifone della condotta idrica. Una versione, questa, lunga e a tratti dettagliata, ma troppo spesso sommaria e incompleta, con molte lacune.
Pirosu non dice dove, due ore prima di essere uccisa, Gisella Orrù aveva mangiato carne e patate e dove la ragazza aveva bevuto gli alcolici le cui tracce sono state rilevate dall’autopsia. Sul corpo della ragazza non c’è traccia della sabbia di Matzaccara e per questo è improbabile che sia stata uccisa nel boschetto, come Pirosu ha affermato. Forti dubbi ci sono anche sull’arma del delitto: i due uomini l’avevano portata con sé? Pirosu non dice nulla e non sa che fine abbiano fatto i vestiti della vittima.
Una ricostruzione dei fatti è difficile in mancanza di riscontri oggettivi. Ci sono resti di abiti bruciati nel caminetto della abitazione di Pirosu, ma nessuno li ha esaminati prima che sparissero. Come sono spariti, dalla scrivania del comandante dei Carabinieri, anche i nastri registrati delle telefonate anonime, utili per cercare di identificare la voce che ha chiamato.
Forse Gisella Orrù presa in trappola da Salvatore Pirosu, il vicino di casa del quale si fidava, avrebbe reagito. L’avv. Schirò ha ipotizzato: “Pirosu ha consegnato sicuramente Gisella a qualcuno e l’ha fatto per due ordini di motivi: o perché doveva ricevere del denaro o perché non poteva farne a meno”. Ma Gisella si sarebbe ribellata e quando ha capito il destino che l’attendeva avrebbe gridato, minacciando di denunciare tutti. La sua denuncia avrebbe scoperto un verminaio e questo doveva essere impedito a tutti i costi. La ragazza sarebbe stata uccisa all’interno di una casa dove aveva mangiato e bevuto qualcosa nel preambolo di un incontro che prevedeva rapporti sessuali. L’arma, un ferro appuntito, sarebbe stata del tutto occasionale e usata con maestria. Dopo essere stata tramortita, un colpo secco e preciso che l’ha raggiunta al cuore. E’ dunque improbabile il racconto di Pirosu: da Matzaccara al luogo dove viene nascosto il cadavere ci sono 8 chilometri e si passa per strade frequentate. Improbabile anche che i suoi assassini viaggiassero sull’auto nudi. Intanto avevano il tempo per vestirsi e, in secondo luogo, avrebbero destato sospetto. Sull’auto di Licurgo Floris la scientifica non ha scoperto nessuna traccia della presenza della ragazza. Ma forse l’auto non era quella, forse era l’auto che un altro personaggio sospetto del sottobosco della prostituzione aveva rubato per quell’incombenza. Concluso il servizio quell’auto sarebbe stata data alle fiamme, come ha scritto in una lettera alla moglie di Floris un detenuto che ha ricevuto la confidenza da chi aveva commesso il furto?
Con la sentenza i giudici hanno prosciolto Gianna Pau perché un certificato medico ha dimostrato che quella sera era al Sert di Cagliari, il servizio per le tossicodipendenze. Prosciolto anche Gianpaolo Pintus, perché era a Carbonia in compagnia di altre persone. La corte di Assise di Cagliari ha condannato in primo grado Pirosu e, in appello, Licurgo Floris. Questa sentenza però non è condivisa da tutti, a cominciare dalla parte civile, per la quale l’avv. Schirò l’ha così definita: “Una pietra sopra questa vicenda, non consentendo invece che si andasse avanti verso indagini che servissero ad approfondire quali altri personaggi potevano essere coinvolti. Non credo che il livello di coinvolgimento sia di personaggi come Licurgo Floris”. Sono in molti a pensare che quella notte i personaggi coinvolti nel delitto fossero di ben altra estrazione sociale. Si parla di notabili che da tempo avevano messo gli occhi su quella bella ragazza.
Gisello Orrù, il padre della ragazza, emigrato in Veneto con la figlia Tiziana, chiede ancora giustizia. Richiesto di un commento sugli assassini della figlia, ha risposto: “Uno è dentro. L’altro non posso mettere la mano sul fuoco che c’entri. Io l’ho detto in tribunale e lo ripeto oggi: è un ruba galline, messo dentro perché era un personaggio indesiderato nella società”.
“Chi l’ha visto?” ha chiesto un incontro con Floris nel carcere di Buoncammino a Cagliari. Dopo aver ottenuto l’autorizzazione, però, il detenuto ha rifiutato l’incontro e la mattina dopo è stato trasferito all’improvviso nel carcere di Sollicciano a Firenze. La moglie crede che possa aver subito delle pressioni: “Credo che sia successo qualcosa in carcere. Penso che ci sia qualcuno che gli ha fatto delle pressioni o che l’abbiano minacciato ed è per questo che non ha voluto parlare”. Evidentemente la morte di Gisella Orrù fa ancora paura e anche “Chi l’ha visto?” è stato invitato a non occuparsi del caso con una telefonata di un tale che si è finto il padre della ragazza, diffidando la redazione dal mandare in onda il servizio.

Il pentito interrogato dal PM Alessandro Pili ha parlato di un racket della prostituzione giovanile, di personaggi influenti che si procuravano le ragazze attraverso il sottobosco malavitoso. Si parla di una villetta bianca a Matzaccara, vicino al mare, dove si organizzavano festini a luci rosse con ragazze minorenni. Nessuno ha dimenticato quella stagione di morte. Prima di Gisella Orrù, una ragazza, Liliana Graccione, si tolse la vita ingerendo un potente veleno. C’è una relazione tra i due fatti? Salvatore Porcu giornalista dell’emittente locale “Canale 40” ha ipotizzato: “C’erano personaggi che agivano un po’ come i bravacci di Don Abbondio, procuravano ragazzine per persone facoltose di larga disponibilità economica” (Serena Venditti blogspot)

Gisella Orrù, indimenticabile vittima  (La Frack Magazine – 8 luglio 2019)
Non è facile scrivere di certi argomenti. Neanche per una come me che non si spaventa davanti a nulla e che non ha mai paura di dire ciò che pensa anche se può crearmi antipatie. Non è facile parlare di un fatto che mi ha profondamente colpita e, concedetemelo, anche segnata. E non sono la sola, credetemi, come me tanti altri miei coetanei e non di Carbonia e del circondario hanno vissuto la loro vita, con un approccio diverso a ciò che invece sarebbe potuto essere.
Siamo nel 1989, Gisella Orrù è una bella ragazza che ha appena compiuto 16 anni. Bella di una bellezza sincera è genuina che solo l’adolescenza può regalarti. Gisella è una ragazza perbene, piena di sogni, solare ma riservata e molto molto restia a dare confidenza a chi non conosce.
Una sera d’estate, per la precisione il 28 giugno la bella Gisella esce di casa per uscire con gli amici, in una Carbonia che pullula di giovani che si radunano nella centrale via Gramsci e passano la serata a fare le cosiddette “vasche”. Nonostante la fine della scuola e l’arrivo dell’estate Gisella però ha degli orari da rispettare e alla 21,30 deve essere a casa altrimenti chi la sente Nonna Gina!
Gisella non rientrò mai a casa. Il suo corpo venne ritrovato il 7 luglio, nove giorni dopo, in un sifone, quello che diventerà per tutti il famoso pozzo di Punt’e Trettu!
Non voglio scrivere nulla sula caso, sono state condannate delle persone. La giustizia ha fatto il suo corso. Ma concedetemi di avere i miei dubbi. Non ho mai creduto alla colpevolezza del principale accusato, condannato a 30 anni e morto suicida in carcere nel 2007, dopo aver gridato da sempre la sua innocenza. Come non ho mai creduto alla versione data dall’unico pentito che ha sempre raccontato che Gisella, una ragazza di 16 anni, avesse partecipato volontariamente al festino a base di sesso nel quale ha poi trovato la morte dopo aver subito le violenze più atroci.
Ma voglio ricordare. Voglio che nessuno di noi mai dimentichi.
È per questo che ho voluto fortemente organizzare qualcosa che ci riunisse, che potesse far capire che a Carbonia ma non solo, sono ancora tante le persone che ricordano Gisella Orrù. E così è stato. Ieri domenica 7 luglio, a trent’anni esatti dal ritrovamento del corpo io e la mia amica Debora Loi, compagna di scuola della giovane indimenticata, guidate sempre dalla zia di Gisella, Clorinda Orrù, ci siamo radunate insieme a decine di persone nella Piazza Roma, sulle scalinate della chiesa di San Ponziano per ricordare quella tragica fine.
Presenti anche la Sindaca Paola Massidda insieme ad altri rappresentati dell’amministrazione comunale e la famiglia di Licurgo Floris, a dimostrazione del fatto che si cerca ancora una verità e che proprio non si può dimenticare una tragedia del genere. Visibilmente commossa Zia Clorinda, suo marito e la cugina Lara che portano sempre nel cuore un dolore immenso per la loro perdita.
Un piccolo gesto per non dimenticare. Io voglio ricordare. Nonostante in questi trent’anni non si sia mai colta l’occasione per ricordare Gisella, credo che proprio nessuno l’abbia mai dimenticata. E continueremo a ricordarla. Perché dopo trent’anni Gisella grida ancora giustizia, perché è morta una bambina che solo in apparenza sembrava una Donna, perché le avete tolto i sogni, gli anni, l’innocenza. Perché non si può morire così, nessuno può darsi pace per una morte così.
Perché il chiacchiericcio non può restare tale se c’è chi sa davvero!
Dopo la preghiera che Don Andrea ha recitato insieme ai presenti, Zia Clorinda ha liberato in aria dei palloncini bianchi, in memoria di quella povera ragazza, mai dimentica, che non ha potuto lasciar libere le sue ali spezzate da una follia omicida e una brutalità bestiale che ha distrutto in una tragica notte d’estate i sogni di una sventurata adolescente.

La ragazza del pozzo, 31 anni fa il terribile omicidio della 16enne Gisella Orrù (saredegna Live – 28 giugno 2020)
Nell’estate del 1989, in un pozzo delle campagne del Sulcis, fu trovato il corpo nudo della minorenne. La ragazzina era stata uccisa con un punteruolo nel cuore
Sullo sfondo dell’omicidio avvenuto nell’operosa cittadina mineraria di Carbonia, c’è un presunto giro di ricatti sessuali.
Carbonia, città mineraria nel Sulcis, in Sardegna, alla fine degli anni Ottanta contava circa 35mila abitanti, molti dei quali impiegati nell’industria del carbone. Era una cittadina tranquilla sul mare, con le sue villette a due piani, le strade dove il traffico scorreva sempre regolare, dove si suonava il clacson solo se necessario e i ragazzi uscivano la sera senza timori.
Gisella
Gisella, 16 anni, studentessa dell’Istituto Tecnico, doveva invece rispettare le ferree regole della nonna Gina alla quale era stata affidata dal padre insieme a sua sorella minore Tiziana, di un anno più giovane. Gisella era insofferente alla severità della nonna paterna e ai suoi modi asciutti; soffriva della distanza di papà Gisello, camionista, che viveva da solo in un appartamento poco lontano e dell’assenza di sua madre, che li aveva lasciati qualche anno prima lasciando la custodia delle figlie all’ex marito.
La scomparsa
Una sera di giugno del 1989, come era solita fare, Gisella si intrattenne con gli amici fino a sera in via Napoli. Alle 20 circa li salutò girando per via Asproni, diretta verso casa. Al contrario delle altre sere non appariva ansiosa di tornare, come se non temesse la punizione della nonna per eventuali sbavature sull’orario di rientro. Fu proprio nonna Gina, qualche ora più tardi ad avvertire il figlio che Gisella non era rincasata.
La telefonata
L’anziana fermò Salvatore Pirosu, un vicino di casa disoccupato che le donne trovavano sempre disponibile quando avevano bisogno di un passaggio in auto e si fece accompagnare a casa del figlio. Quella notte nessuno dormì. L’indomani a casa di Gina arrivò una strana telefonata: “Gisella è con noi, sta bene, andiamo in vacanza per un mese”. La sedicente amica non convinse nessuno: mai e poi mai una ragazza di 16 anni avrebbe potuto passare del tempo lontana da casa senza permesso. Poche ore dopo la nonna materna, Rosanna Zucca, titolare di una pasticceria a Iglesias, ricevette una telefonata dello stesso tono.
Il ritrovamento
Il 7 luglio 1989, dopo ricerche a tappeto fra i nuraghi e le gli alberi del Sulcis, è ancora una volta un’anonima voce femminile a portare i carabinieri nelle campagne di Punta Trettu. Dopo aver ispezionato rovi e cespugli, i vigili del fuoco trovano un corpo femminile, nudo, bianco, sul fondo di un pozzo. Gisella Orrù, ragazza-bambina che non aveva il permesso di tornare a casa tardi la sera era stata uccisa con uno spillone nel cuore.
Una strana catena di morte
Nella tranquilla Carbonia il pensiero va immediatamente a un altro fatto inquietante: la notte della scomparsa di Gisella, Angelo Canè, 40 anni, pastore con il vizietto del voyeurismo, era stato ucciso e gettato in mare a pochi passi da dove sarebbe stata trovata morta Gisella. Aveva visto qualcosa che non avrebbe dovuto vedere? Nelle strade della cittadina del carbone, un’altra morte sospetta viene collegata al caso di Gisella. Solo un mese prima della scomparsa della ragazzina, Liliana Graccione, 16 anni, compagna di scuola di Gisella, si era tolta la vita bevendo stricnina, un potente veleno usato per debellare topi che porta al decesso tra sofferenze indicibili. A completare il quadro, pochi giorni dopo la scoperta del corpo nel pozzo, Sabrina, 16 anni, anche lei di Carbonia, ingerisce candeggina nel tentativo di togliersi la vita.
Le indagini
Il pubblico ministero Alessandro Pili, insieme all’allora giudice istruttore Sandro Lener, indagano sui possibili collegamenti tra gli eventi. Intanto l’autopsia determina che la morte della ragazzina è avvenuta presumibilmente il giorno stesso della scomparsa. Non è possibile dire se abbia subito violenza sessuale. Gisella, però, come dice il contenuto del suo stomaco, aveva anche mangiato (carne e patate).
Ancora telefonate
È sempre la misteriosa voce femminile ad aiutare, dalla cornetta del telefono, le indagini. La donna indica una Fiat 131 color vinaccia parcheggiata nella via Ospedale come l’auto di proprietà dell’assassino e descrive una Fiat 126 bianca, sulla quale sarebbe stata vista salire Gisella. Scattano le manette per quattro persone: Salvatore Pirosu, ‘zio Tore’, il vicino di casa che la notte della scomparsa fu fermato da nonna Gina, il meccanico Licurgo Floris, Giampaolo Pintus, tossicodipendente e Gianna Pau, detta ‘Jeanette’, prostituta.
La confessione
È lo stesso Pirosu a confessare, additando Pintus e Floris come esecutori materiale del delitto. Sarebbe stato Pirosu a prelevare Gisella con un pretesto e a condurla nel boschetto prossimo alla spiaggia, in località Matzaccara, dove gli altri due uomini avrebbero tentato di avere rapporti sessuali con lei. Gisella li avrebbe respinti fuggendo via nuda, allora i due – nudi a loro volta – l’avrebbero inseguita, colpita alla testa e poi finita con una stilettata al cuore. Pirosu e Gianna, secondo la ricostruzione, non avrebbero preso parte all’omicidio, per occultare il quale gli stessi assassini avrebbero guidato nudi per 8 chilometri prima di scaraventare il corpo nel pozzo.
I dubbi
Il caso sembra risolto, ma il papà di Gisella non crede a una sola parola di quel gruppo di ‘rubagalline’ e balordi con i quali mai e poi mai sua figlia si sarebbe accompagnata. Effettivamente, sottoposta a verifica, la versione di Pirosu non quadra: quando i carabinieri lo accompagnano sulla scena del crimine da lui indicata, alla stessa ora, l’uomo si accorge che la visibilità è zero, nel buio non è possibile neanche camminare tra i rovi, altro che correre inseguendo una ragazzina. Il tratto di strada da percorrere fino al luogo dell’occultamento poi, è abitato e popolato di sera, guidare nudi con un cadavere grondante sangue nel bagagliaio è impensabile.
Sono gli stessi esami scientifici, del resto, a confermare l’inconsistenza di quella versione. Nei capelli di Gisella non viene trovata traccia di sabbia nel luogo indicato, nel suo stomaco, inoltre, erano presenti tracce di un pasto a base si carne e patate, pietanza che si consuma a tavola. Dunque qualcuno, verosimilmente Pirosu, doveva aver portato Gisella a cena in un posto che lei riteneva sicuro. Lì qualcosa è sfuggito di mano, forse Gisella si è ribellata a un tentativo di violenza e per questo è stata giustiziata con un oggetto (mai ritrovato) affilato e sottile: uno spillone, ma anche un ferro da calza. O uno spiedino da carne.
La verità processuale
Tre gradi di giudizio condannano Pirosu e Floris, che continuerà ostinatamente a proclamare la sua estraneità ai fatti, mentre viene stralciata la posizione di Pintus (che muore di AIDS poco dopo) e della Pau. Nelle aule giudiziarie il caso finisce lì, per gli avvocati di parte civile le cose sono andate diversamente da come racconta ‘zio Tore’.
Vox populi
Vox populi racconta che nella tranquilla Carbonia ci fossero personaggi in vista che organizzavano festini a base di droga e sesso nelle loro sontuose ville. Orge con scambi di coppia e giovanissime ospiti, alcune minorenni. In questo contesto una ragazza come Gisella potrebbe essere stata avvicinata da personaggi trasversali al mondo della potente imprenditoria di Carbonia e a quello della droga e della prostituzione. Un uomo come Salvatore Pirosu, per esempio, che, in quanto vicino di casa avrebbe potuto facilmente ottenere la fiducia della ragazza e portarla a una cena in una casa elegante da persone che avevano manifestato il desiderio di conoscerla. Di questa versione era praticamente certo l’avvocato di parte civile, Michele Schirò: “Non credo che il livello di coinvolgimento sia di personaggi come Licurgo Floris”. “Si parla di notabili che da tempo avevano messo gli occhi su quella bella ragazza”.
Un altro suicidio
In questo contesto si spiegherebbe anche il suicidio della povera Liliana Gracione, che pochi giorni prima di morire incontrò due adulti in casa. Disse alla mamma che dovevano venderle della biancheria, ma forse lo scopo della loro visita non era vendere pigiami e slip, ma ricattare la ragazza. Nonostante i dubbi i due soli condannati sconteranno la loro pena. Licurgo Floris muore suicida nel 2007, approfittando di un trasferimento di carcere per impiccarsi. Aveva gridato al depistaggio quando i carabinieri avevano ‘perso’ una delle prove, la bobina di ‘Revox’ contenente la telefonata che segnalava la presenza della vittima sulla ‘126′ bianca di Pirosu
Il sopravvissuto
Pirosu, che scontava ventiquattro anni, è invece uscito dal carcere in anticipo grazie all’indulto. Trasferito in una casa famiglia, a Iglesias, è scomparso pochi giorni dopo la scarcerazione. Voci di paese dicono che è stato ‘fatto scomparire’ dagli assassini di Gisella, secondo altri è semplicemente sparito con ‘l’incasso’ promesso per essersi preso la colpa di quel delitto.
L’epilogo
Oggi della storia di Gisella resta solo il vecchio pozzo completamente coperto da cespugli e una lettera:
Ho paura di finire come Gisella. Anch’io come lei sono cascata fra gente che mi tiene saldamente in pugno. Ho la possibilità di inchiodare tanta gente e perfino due degli assassini di Gisella. Sono disposta a confessare e a denunciare se anche altre ragazze faranno lo stesso. Attendo attraverso il giornale risposte e adesioni… poi qualcuno ci farà incontrare tutte. Non posso firmare. Scegliete voi un nome da darmi. Fate presto.
Il disperato appello di questa ragazza, certificato come autentico da una perizia grafologica, non ha mai portato alle adesioni e confessioni auspicate. Se a Carbonia esistette mai un giro di prostituzione minorile e se alcune ragazze ne furono vittima, come Gisella, non resta che sperare che siano loro a farsi avanti. O la misteriosa telefonista. (fonte Marco D’Angelo – Limemagazine)

 

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