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Licurgo Floris, 37 anni, sposato e padre. Accusato in concorso con altri di aver violentato e ucciso una minorenne, viene condannato a 30 anni di reclusione. Suicida in carcere

Carbonia, 28 Giugno 1989


Titoli & Articoli

Corriere della Sera – 18 luglio 1989

 

Corriere della Sera – 21 luglio 1989

 

 

 


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In memoria di

Due colpevoli e un mistero mai risolto. Così Gisella finì in trappola (Corriere della Sera – 6 luglio 2023)
Aveva 16 anni, sparì in una calda giornata di giugno: la trovarono pochi giorni dopo in un pozzo, l’avevano violentata e uccisa. Il sospetto del padre: era caduta in una trappola di pedofili assassini
Nell’imbarazzo della scelta, in quella galleria degli orrori che fu la fine di Gisella basterebbe rievocare le voci che paragonarono la sua tragedia al caso Wilma Montesi, la ragazza trovata morta nel ‘53 in spiaggia a Torvaianica. Un delitto senza colpevoli che travolse l’Italia democristiana degli anni 50. Questa terribile storia maturata nel giugno di trentaquattro anni fa ha come sfondo Carbonia, fino a quei giorni conosciuta nel resto d’Italia perlopiù per la sua fondazione, fortemente voluta nel Ventennio, e per le lotte sindacali dei minatori nel primo Dopoguerra.
Una famiglia normale. Gisello Orrù aveva due figlie, la più grande l’aveva chiamata come lui. Gisella. In casa ci stava poco: girava la Sardegna per consegnare prodotti di un’azienda dolciaria. Cresciute prive di mamma per la precoce separazione dei genitori, le sorelle vivevano da nonna Luigina in un appartamento accanto alla casa paterna. Pochi giorni prima di sparire, Gisella aveva finito di gran carriera il primo anno di ragioneria: promozione a pieni voti e, davanti a sé, tre mesi di vacanze con quel poco che si poteva permettere, i giri in paese con gli amici di sempre, il ritrovo in piazza Roma per una passeggiata e un gelato. E il rientro a casa, mai dopo le dieci di sera.
Un diario misterioso. Col senno di poi, dal suo diario vennero estratti alcuni testi, come la singolare compilazione della prima pagina che avrebbero forse potuto contribuire e svelare il mistero della sua fine. Indirizzo: “Pompe funebri”. Carta d’identità: “Non identificata”. Passaporto: “Per l’oltretomba”. Assicurazione: “E chi la assicura, una come me?” Gruppo sanguigno: “Acqua colorata”. Poteva trattarsi di ironia adolescenziale, così come il sintomo di un disagio. Ma la personalità e il mondo di Gisella, morta ancor prima di sbocciare, vennero in buona parte trascurati, travolti dalla crudezza della cronaca. Quel mercoledì, 28 giugno 1989, era andata come gli altri giorni. Solo che, a casa, la ragazza non era mai tornata. Il padre, la nonna e la sorella, sgomenti, si erano messi a cercare ovunque Gisella: chi rintracciando parenti e amici, chi chiedendo ai vicini di casa. Il padre portò una fotografia della figlia ai carabinieri, in quelle stesse ore una ragazza telefonò a casa della nonna: sicuramente la conosceva perché il numero dell’anziana donna era registrato nell’elenco telefonico sotto un altro nominativo: «Signora Luigina, la chiamo per sua nipote. Non si preoccupi, Gisella è con noi, staremo un mese in vacanza». Non era credibile e, difatti, non ci credette nessuno.
Per mero scrupolo, il papà passò in rassegna aree di sosta e campeggi di tutta la zona, spingendosi fino all’estremo sud dell’isola. Non trovò nulla. Gisella era scomparsa. E nonostante fosse sparita in circostanze macroscopicamente sospette, come sottolineò l’avvocato di parte civile Marongiu in Corte d’Assise, le forze dell’ordine sottostimarono quella denuncia; come si fosse trattato di un allontanamento volontario, per il quale non valesse la pena neanche tenere traccia di tutte le segnalazioni. Difatti, alcune registrazioni di telefonate giunte al comando non vennero conservate, e non si poté tentare di identificare la persona che aveva chiamato. Come il 13 luglio, quando in stazione arrivò la chiamata di una donna: «Telefono per Gisella. La sera che è sparita l’ho vista in via Napoli,verso le nove e mezza. È salita su una Fiat 126 bianca su cui c’erano due uomini, che se la sono portata via».
Agli inquirenti venne in mente che, nel quartiere, l’anziana nonna Luigina si serviva di un solerte vicino di casa, il signor Pirosu, per sbrigare faccende quotidiane: la spesa, un passaggio in Posta, qualche favore assortito. Gisella lo chiamava “zio Tore”, tanta era la confidenza tra loro. Pochi giorni dopo, la svolta: alcuni ragazzini stavano giocando nella campagna di San Giovanni Suergiu, lungo un canale artificiale scavato per l’irrigazione. Pescavano anguille ma, guardando giù verso il sifone, video un oggetto che luccicava. Un orologio. Scorsero anche il braccio cui era agganciato e, poco dopo, carabinieri e sommozzatori ripescarono il cadavere di Gisella Orrù. Era nuda, indossava solo quell’orologio Winchester col cinturone di pelle così di moda a fine Anni 80 e una catenina con una medaglietta della Madonna.
Il medico legale stabilì che la giovane era stata gettata in acqua già cadavere e identificò l’arma in un oggetto appuntito di pochi millimetri di diametro, lungo una quindicina di centimetri, un ferro da lana o un cacciavite. Di fianco al seno sinistro. L’asta penetrò e toccò un ventricolo. Prima di essere uccisa, Gisella era stata violentata e il momento approssimativo del decesso era da collocare non troppe ore dopo l’ultimo avvistamento. Prima di morire, la povera ragazza aveva cenato.
Ricostruiti rapporti e spostamenti, appena conclusa l’autopsia scattarono i fermi. A finire in custodia cautelare proprio lui, lo “zio Tore”. Proprietario, peraltro, di un’auto identica a quella vista dalla testimone. Messo sotto pressione dagli investigatori, il manovale ammise di non essere estraneo alla vicenda ma tentò di far passare per vera la seguente versione: quella sera sì, aveva abbordato Gisella di rientro a casa e, col suo vecchio amico Licurgo Floris, l’avevano convinta a seguirli per partecipare a una festicciola agreste improvvisata, uno spuntino serale nella pineta di Matzaccara. All’incontro parteciparono anche un terzo uomo, noto tossicodipendente, e una ragazza di vent’anni, anche lei con problemi di droga. In paese si diceva che il padre di Gisella aveva conosciuto in modo molto “approfondito” la giovane. Pirosu raccontò che, dopo cena, le avances di Floris e dell’altro si erano fatte pressanti e, al rifiuto della ragazza, erano sfociate nello stupro e quindi nell’ omicidio. Il corpo era stato legato a una pietra quella stessa notte e gettato in fondo al sifone, dove era rimasto fino al ritrovamento.
Le stranezze.
In aula, però, finirono solo i presunti occupanti della utilitaria bianca. La posizione della giovane, per la quale Pirosu aveva ritagliato il ruolo di telefonista anonima, e del quarto invitato al festino vennero stralciate, nonostante il pubblico ministero avesse chiesto per tutti l’incriminazione. I dettagli orripilanti del crimine, il clima omertoso nei confronti di “sa giustizia”, il ruolo misterioso delle donne telefoniste così come il degrado in quella piccola comunità sarda sono stati descritti con contezza ed efficacia da Paolo Matteo Chessa, il cronista che seguì il caso ai tempi e che ha pubblicato, qualche anno fa, il suo Gisella – Una verità in fondo al pozzo.
Per il popolo italiano, tuttavia, a pianificare ed eseguire il rapimento e l’uccisione di Gisella Orrù furono Pirosu e Floris in combutta, sodali pure nel trovare quel posto conosciuto solo a esperti del luogo per tentare di far perdere ogni traccia della ragazza.
Il padre della vittima suggerì un altro scenario: convinto – non da solo, a dire la verità – dell’esistenza di un giro occulto di feste a base di sesso e stupefacenti, con facoltosi personaggi cittadini in cerca di giovani avvenenti da sacrificare. Pirosu, secondo questa ricostruzione, avrebbe provato a vendere sua figlia a uno di questi gruppi di uomini potenti e perversi. La Cassazione mandò in giudicato due sentenze di condanna: ventisei anni per il cosiddetto pentito e trenta per l’accusato, nonostante la sua assoluzione in primo grado.
Il suicidio. Licurgo Floris negò disperatamente ogni responsabilità e, nel 2007, diciotto anni dopo, si tolse la vita nel carcere di Buoncammino impiccandosi con la cinghia della sacca in tela che conteneva le sue cose personali appesa alla sbarra di una finestra. Il suo accusatore scontò buona parte della condanna e, una volta scarcerato, si rese irreperibile. Voci di paese proponevano un racconto mai confermato e cioè che fosse passato all’incasso per aver protetto i veri responsabili della fine di Gisella. Il cui nome compare in una stradina defilata di Carbonia, dal trentennale della sua inaccettabile scomparsa. Ma è davvero difficile pensare che la parola “fine” sia stata davvero rispettata, così come la verità e la giustizia per quella ragazzina violentata e buttata in un pozzo. Da vent’anni il padre, Gisello Orrù, si è trasferito in Friuli Venezia Giulia, provando a lasciarsi alle spalle le schegge della sua vita devastata. (di Federico Ferrero)

«Chi sa dica la verità sulla morte di Gisella Orrù» (Unione Sarda – 29 settembre 2024)
L’appello dei familiari della ragazza uccisa nel 1989 e del condannato per l’omicidio morto suicida
«Ho paura di finire come Gisella. Anche io come lei sono cascata fra gente che mi tiene saldamente in pugno. Ho la possibilità di inchiodare tanta gente e perfino due degli assassini di Gisella. Sono disposta a confessare e a denunciare se anche altre ragazze faranno lo stesso». Si chiudeva con l’appello “Fate presto” la lettera che una giovane scrisse a L’Unione Sarda nei giorni in cui Carbonia fu travolta dalla notizia dell’efferato omicidio di Gisella Orrù. Era il 7 luglio del 1989 e il ritrovamento del cadavere di una donna aveva posto fine alle ricerche della giovane studentessa che, nove giorni prima, non era tornata a casa dalla nonna. Per quella morte, preceduta da violenze sessuali e da una terribile esecuzione, due persone sono state condannate a trent’anni di carcere ma a tanti quella condanna non è bastata e ancora oggi si chiede di far luce su “l’altra verità” mai emersa.
I dubbi. Licurgo Floris, assolto in primo grado e condannato in appello e in Cassazione, si è ucciso in carcere gridando fino all’ultimo la sua innocenza. L’altro condannato, Tore Pirosu, (lo “zio Tore” amico della famiglia di Gisella che ebbe uno sconto di pena per aver collaborato alle indagini) è scomparso nel nulla dopo l’uscita di prigione per indulto. Fuggito o ucciso e fatto sparire? Nessuno lo sa. In tutti questi anni – ne sono trascorsi già 35 da quel maledetto 7 luglio – in pochi hanno creduto che la storia sia finita con Floris e Pirosu: «Troppe verità tenute nascoste, troppi i silenzi. – dice Clorinda Orrù, sorella del padre di Gisella – Parlare di lei, anche dopo trentacinque anni, provoca un dolore immenso, ma se può servire a far emergere la verità sulla sua morte allora è giusto che se ne parli. Perché quanto accadde in quei giorni non è mai stato rivelato davvero e il nostro appello, oggi come allora, non è cambiato: chi sa parli».
A far diventare di nuovo attuale questa storia che nessuno ha mai dimenticato è il libro “La donna nel pozzo” dello scrittore cagliaritano Pierluigi Pulixi, da qualche giorno in libreria. Pulixi si è ispirato al caso di Gisella per raccontare una storia che, nella fantasia dello scrittore, giunge a un finale decisamente diverso: «Non ho documenti nuovi o confessioni inedite – ha premesso Pulixi nei giorni scorsi – ma credo che la famiglia di Gisella e la città intera meritino di sapere come sono andate le cose».
La vedova Una convinzione che certo trova favorevole Luciana Cogoni, la vedova di Licurgo Floris che da decenni chiede che il caso venga riaperto: «Ho l’amara certezza che questo appello non verrà ascoltato fino a quando chi sa la verità non supererà la paura – afferma la donna – ma trovo assurdo che dopo tanti anni ci sia chi riesce a convivere con questo terribile segreto e sa che gli assassini di Gisella e i mandanti sono ancora in circolazione. Eppure ci sarebbero tanti modi per far arrivare in sicurezza la verità a chi deve indagare». La paura è tanta perché rivelare i retroscena di quel mercato del sesso a pagamento in cui all’epoca finirono svariate ragazzine in cambio di pochi spiccioli e in cui suo malgrado incappò Gisella, significherebbe accendere una luce su una certa “Carbonia bene” che si dice sia sempre stata tenuta al riparo dalle indagini.
I misteri «Credo che in città ci sia ancora chi non dorme la notte per il rimorso e per il ricordo della serata in cui fu uccisa Gisella – dice Sandro Mantega, cronista che all’epoca seguì il caso per L’Unione Sarda – ma credo che nessuno troverà il coraggio di esporsi per far luce su una verità che le indagini ufficiali hanno rivelato solo in parte. Credo che all’epoca si sia scavato in un’unica direzione e questo ha tenuto troppi punti oscuri». La paura ha tenuto le bocche cucite, soprattutto quelle delle ragazze che forse erano presenti all’ultimo festino o ai precedenti, sconvolte dai dettagli della macabra esecuzione di Gisella. L’omicidio di una donna a Villaperuccio, il suicidio di una studentessa di Perdaxius un mese prima dell’omicidio di Gisella e il tentato suicidio di un’altra ragazzina, mostrano chiaramente il clima di allora: «Un clima di paura folle – conferma Vincenzo Panio, all’epoca comandante dei vigili urbani che prese attivamente parte alle indagini – e come dare torto a queste ragazze? Furono tante le domande rimaste senza risposta, i misteri come quello della sparizione delle registrazioni con le voci di chi segnalò preziose informazioni sulle indagini alla polizia municipale e ai carabinieri. La lista delle incongruenze è lunga, ma dubito che chi è in possesso della verità dopo 35 anni abbia la voglia e il coraggio di parlare. Troppe persone sono ancora presenti in città e altre non ci sono più e chiamarle in causa oggi avrebbe poco senso perché non ci sarebbe il supporto di prove concrete».
Città ferita Dunque non resta che rassegnarsi a tenere aperta questa ferita? «Una ferita dolorosissima – dice Antonangelo Casula, ex sindaco della città mineraria – all’epoca dell’omicidio di Gisella Orrù il mio mandato era già finito, ma ho un ricordo nitidissimo del clima che si respirava. Uno per tutti valga l’esempio della “passeggiata”, via Manno, dove prima dell’omicidio migliaia di giovani, di Carbonia e non solo, si davano appuntamento ogni sera. Dopo quei fatti tragici la passeggiata si svuotò, i ragazzi si trasferirono in via Gramsci, tanti genitori imposero comprensibili rigidi coprifuoco alle figlie adolescenti». Un clima pesantissimo come conferma Francesca Marongiu amica della famiglia Orrù: «Tutte noi ragazzine rimanemmo sconvolte – ricorda – io ero molto piccola ma ricordo bene sia Gisella sia la sua sorella minore Tiziana perché frequentavamo lo stesso oratorio. Nessuno di noi ha mai creduto che Gisella facesse parte di quel giro terribile, e del resto non è mai stato dimostrato. I genitori di tutte noi erano molto spaventati, anche fare una passeggiata con un’amica magari sino al cinema, da sole, veniva considerato un rischio. Cambiò la nostra vita, fu terribile, tutti meritiamo di sapere la verità. Chi sa deve trovare il modo di parlare». (di Stefania Piredda)