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Gabriella Falzoni, 51 anni, impiegata, mamma. Strangolata dal marito

Pizzoletta di Mozzecane (Verona), 4 Marzo 2012


Titoli & Articoli

Strangolata dal marito con un foulard Raptus di gelosia per alcuni sms (Gazzetta di Mantova – 6 marzo 2012)
Delitto a Mozzecane. La furia omicida scatenata dai messaggi ricevuti dalla donna: lui temeva avesse l’amante
L’amore per la propria moglie che si trasforma in odio. La gelosia che acceca, porta a un gesto folle e inconsulto. Poi scivola via, lasciando una donna ormai senza vita e un uomo senza più anima. È successo domenica pomeriggio a Pizzoletta di Mozzecane, a un passo da Roverbella. Giovanni Lucchese, 56 anni, e la moglie Gabriella Falzoni, 51, hanno avuto un furente litigio. Erano a casa. A rendere tesi i rapporti tra i due, che pure erano reduci da una vacanza in Kenya e solo qualche ora prima erano andati a messa con il figlio diciottenne, il troppo amore.
La paura di un marito di perdere la propria compagna. Il sospetto di un tradimento legato ad alcuni messaggi ricevuti da lei sul cellulare. Attorno alle 17, dopo le urla (sentite anche dai vicini) la donna è andata in camera da letto. Lui l’ha seguita e, colto da un raptus, ha afferrato un foulard e cogliendola di sorpresa glielo ha stretto attorno al collo. Una stretta così forte che ha finito per strangolarla.
Quando lei ha esalato l’ultimo respiro, lui ha adagiato il corpo sul letto. Poi è uscito di casa ed è andato a bussare alla stazione dei carabinieri: «Ho ucciso mia moglie» ha confessato, venendo subito trattenuto dai militari. Sul viso aveva le ferite lasciate dalle unghie di lei nel tentativo di salvarsi.
Lui è conosciuto a Mozzecane, anche per il suo lavoro: vende auto per una concessionaria d’auto di Verona. Lei lavorava per la Spiller, una ditta di confezioni di Pizzoletta. E se il marito non ha da tempo parenti, la donna uccisa ha due sorelle che abitavano nella stessa villa di via Leopardi. Ieri mattina il corpo della donna si trovava all’obitorio del Borgo Roma di Verona, a disposizione del magistrato Giulio Labia che potrebbe disporne l’autopsia. La notizia del delitto si è sparsa rapidamente nella comunità di Mozzecane, raggiungendo anche Roverbella, e in particolare la frazione di Pellaloco, dove marito e moglie erano spesso visti passeggiare.
«Mi ricordo di lei: faceva parte di uno dei gruppi di cammino. Lui, invece, d’estate passava in bicicletta» dice una conoscente di Roverbella. Sconvolto è don Pietro Salvetti, originario di Castiglione delle Stiviere e alla guida da circa un anno della parrocchia del Veronese: «Mi trovavo in chiesa quando sono venuti a cercarmi per dirmi quello che era successo –racconta il sacerdote – mi sono precipitato nella casa e ho trovato i carabinieri che svolgevano i rilievi, l’ambulanza, i parenti sconvolti. Ho parlato anche con il figlio che era ancora sotto choc. Lui stesso mi ha raccontato che, soltanto poche ore prima, erano stati tutti e tre, assieme, alla messa delle undici». Ieri sera, alle 20, nel chiesa di don Pietro si è svolta la veglia funebre. (di Francesco Abiuso)

«Addio Gabriella, resterà il tuo sorriso» (l’Arena – 11 marzo 2012)
A Mozzecane una chiesa gremita ha dato l’ultimo saluto alla donna assassinata dal marito in un raptus di gelosia. Il dolore dei parenti e degli amici. Impietrito con gli occhi sulla bara della madre il figlio diciottenne Andrea. Gli scout: «Ora vogliamo essere la tua famiglia»
Un ultimo caloroso abbraccio a «Gabri» e a suo figlio Andrea. Le mura della chiesa non bastavano ieri a Mozzecane a contenere la folla che ha voluto salutare per l’ultima volta Gabriella Falzoni, la donna di 51 anni uccisa in un raptus di gelosia dal marito Giovanni Lucchese. Un gesto «inspiegabile». E nessuno in paese riesce ancora a capacitarsi che un uomo così scherzoso e amichevole si sia macchiato di un delitto tanto terribile. «È un mistero quello che si nasconde nel profondo di un uomo…» commenta un suo collega di lavoro sul sagrato dove, in ricordo della povera Gabriella si raccolgono offerte per le missioni. Appoggiata alla facciata c’è una corona di fiori della «Jeanseria del Nord», azienda in cui la vittima lavorava. A presiedere il rito funebre, insieme ad altri due concelebranti, è il parroco monsignor Pietro Salvetti che invita a chiedere perdono a Dio «per la nostra pochezza e fragilità umana». Sull’altare c’è anche fra Beppe Prioli, della cappellania del carcere di Montorio dove è rinchiuso Giovanni. «Tuo papà mi ha chiesto di essere presente qui oggi», dice alla fine della messa guardando negli occhi Andrea, quel figlio di cui il padre, parlando con gli amici, si diceva tanto orgoglioso. «Non mi è stato facile», continua il religioso, «ma volevo dirti che da ieri nel carcere siamo in preghiera per la tua mamma, perché certe cose non dovrebbero più accadere, ma ora non ci rimane che il silenzio e la preghiera». Il brano del vangelo di Matteo parla delle beatitudini. «Beati quelli che sono nelle lacrime perché saranno consolati». Andrea, impietrito da un dolore troppo grande per i suoi 18 anni, non stacca nemmeno per un istante gli occhi dalla bara di sua madre, coperta da un cuscino di rose, e che all’arrivo in chiesa aveva accompagnato stringendola con entrambe le mani, quasi a volerla abbracciare nel suo ultimo viaggio. Ad accoglierli c’è il coro dei ragazzi della parrocchia. Molti al collo portano il fazzolettone degli scout di cui anche Andrea fa parte. «Ora vogliamo essere la tua famiglia» gli dice uno di loro.
Sui primi banchi ci sono i genitori e le sorelle di Gabriella. Il parroco, nell’omelia confessa: «Siamo muti di fronte alla morte» chiedendo il «coraggio di camminare ancora con fiducia verso il tuo Regno». E parla di «momento difficile per la nostra fede, anche se sappiamo che l’amore è più forte». Poi affida a Dio i familiari di Gabriella e il «caro Andrea perché trovi conforto e consolazione. Questa presenza così numerosa», aggiunge davanti alla chiesa gremita all’inverosimile, «è indice di sincera e profonda solidarietà nei confronti di coloro che sono stati feriti negli affetti più cari. Il nostro è un atto di fede nella vita per quanto disorientati e sconvolti». Il sacerdote alla fine dell’omelia si rivolge direttamente a lei. «Cara mamma Gabriella siamo qui per ringraziarti per quanto ci hai donato, per il tuo carattere brillante e volitivo, per la tua generosità, per i sentimenti materni cari e affettuosi, per lo spirito sportivo come una corsa di relazione amichevole verso il prossimo, per il tuo amore per la casa e il lavoro, amore di mamma di chi non ti dimenticherà, per il tuo amore che continuerà da lassù per sempre, nel limpido e sereno cielo». Dopo l’omelia un ragazzo in divisa scout rivolge una preghiera per l’«amico e fratello» Andrea «perché trovi in noi una famiglia e perché il suo sorriso torni a risplendere fra di noi». Un’amica della donna ricorda la «generosità e la sensibilità di Gabriella nei confronti dei più bisognosi» e prega il Signore di «accoglierla fra le sue braccia». Poi, una collega, tra la commozione generale, si rivolge direttamente alla «cara Gabri, dolce, premurosa, attenta e paziente». E continua: «Avremmo voluto entrare nel tuo mondo in cui a volte ti rifugiavi, ti ringraziamo per esserci stata accanto: con noi resterà sempre il tuo sorriso e la tua voglia di vivere». (di Enrico Santi)


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