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Betta (Bernardetta) Fella, 55 anni, maestra d’asilo. Massacrata dall’ex convivente, già denunciato più volte, che occulta il cadavere in frigorifero

Modena, 27 Giugno 2016

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Titoli & Articoli

Modena, cadavere di donna in un frigorifero: confessa l’ex convivente (SkyTG24 – 28 giugno 2016)
L’uomo l’avrebbe strangolata dopo un litigio. La vittima l’aveva già denunciato per maltrattamenti
Ha ucciso la compagna e ha nascosto il corpo nel frigorifero di una cantina. E’ accaduto a Modena dove Armando Canò, 50 anni, dopo l’ennesimo litigio avrebbe strangolato Betta Fella, 55 anni, per poi nascondere il cadavere nell’edificio dove viveva la donna.
La chiamata dei vicini – A scoprire il corpo sono stati i vigili del fuoco, allertati dai vicini a causa di un odore acre nell’edificio: arrivati a perlustrare le cantine, quando hanno aperto quella di proprietà della vittima hanno trovato il frigo aperto e rovesciato.
Fermato a casa di un amico – Armando Canò è stato raggiunto dalla polizia a casa di un conoscente ed è stato trovato in possesso delle chiavi della casa dell’ex compagna e della cantina dove è stato ritrovato il corpo, inoltre i condomini della vittima l’hanno riconosciuto come la persona che l’aveva frequentata negli ultimi mesi.
I precedenti e le denunce – Il 50enne, che aveva alcuni precedenti ed era già stato denunciato per maltrattamenti dalla ex compagna, durante l’interrogatorio ha confessato e si trova in carcere con le accuse di omicidio e occultamento di cadavere.

 

Omicidio di Modena, il racconto choc delle amiche di Betta (il Resto del Carlino – 29 giugno 2016)
Chi conosceva la donna uccisa parla delle sue paure e dell’incapacità di liberarsi di quell’uomo. “Contro di lui tante denunce ma lei è rimasta sola”
 «E’ venuta da noi la settimana scorsa. Ci ha mostrato i segni, i soliti, quelli che lui le lasciava sul corpo e nell’anima. Le aveva rotto i denti con un pugno e lei temeva che presto l’avrebbe ammazzata». Denunciano l’indifferenza delle istituzioni Giovanna Zani e Antonella Tosi, le volontarie del laboratorio di riciclaggio e riuso creativo per la città sostenibile Tric e Trac di cui faceva faceva parte anche Betta’ Fella, che in passato aveva lavorato in diversi asili a Modena, Campogalliano, Rubiera.
«Ce lo diceva sempre che nessuno la proteggeva nonostante le denunce – affermano – era una persona mite, buona. Era appena tornata da un viaggio all’estero, era andata a trovare il figlio; le mancava tanto. Aveva paura di essere uccisa e continuava a denunciare i maltrattamenti a cui l’uomo la sottoponeva, ma nessuno si è mai mosso per fermarlo. Era una persona umile e generosa, ma fragile. Sarebbe bastato poco per salvarle la vita, ascoltandola e non facendola sentire ancora più sola. Noi cercavamo di consolarla, esortandola a chiudere per sempre quel rapporto. Anche lo scorso anno – raccontano – lui l’aveva ridotta in condizioni drammatiche, rischiando di ammazzarla. Ora è riuscito nel suo intento dinanzi ad una pericolosa indifferenza».
Anche una delle più care amiche della vittima denuncia un presunto immobilismo degli organismi competenti. «Non è mai stata ascoltata neppure dai servizi sociali, eppure vedevano i lividi – spiega Grazia Mansueta, di Serramazzoni – mi chiamava spesso la sera, diceva che lui le rubava i soldi, le manometteva l’impianto elettrico».
Secondo la donna più volte Bernadette si era rivolta alle forze dell’ordine, anche nell’ultimo mese. «Chiamava me e il mio compagno chiedendo di aiutarla a mandarlo via; non lo voleva più in casa. Si sentiva abbandonata da tutti e voleva soltanto potersi rialzare. Insieme facevamo i mercatini dell’usato – racconta ancora – e poco tempo fa io e i miei figli siamo stati in quella casa per aiutarla a raccogliere gli oggetti di cui si voleva liberare. Siamo scese in cantina, quella cantina. Pensare che tra gli elettrodomestici rotti c’era proprio il frigo che, insieme, avevamo deciso di buttare. Mi sento male al pensiero che proprio lì dentro, ieri, è stato trovato il suo corpo». (di Valentina Reggiani)

 

Lo sfogo dopo le dichiarazioni della magistratura: «Non basta una rigorosa osservanza delle regole»
Piepaolo Ascari è il nipote di Bernardetta Fella. È già intervenuto sulle pagine del nostro giornale stigmatizzando un episodio di brutale violenza , quello per il quale sua zia finì in ospedale, con prognosi superiore ai 20 giorni e che è l’unico episodio sfociato in una richiesta di rinvio a giudizio nei confronti dell’ex compagno Armando Canò, ora reoconfesso dell’omicidio di Bernardetta.
Ora il nipote interviene nuovamente, commentando sulla sua pagina di Facebook le dichiarazioni del procuratore capo Lucia Musti.«Il procuratore capo Lucia Musti – scrive il nipote di “Betta” – ci ha tenuto a precisare che in relazione alla morte di mia zia non c’è stata “nessuna sottovalutazione” e questo perché tutte le denunce a carico dell’assassino “non dipingono un seriale volto a commettere il reato di violenza domestica”. Certo, c’erano già stati gli “episodi di lesioni” e “non soltanto in danno della deceduta ma anche in danno di un’altra donna”, però il profilo non era quello dell’uomo che da un giorno all’altro può strangolare la sua ex-convivente».«Anche la brutta fine che le aveva fatto fare nel 2012 precisa la dottoressa Musti non si chiama correttamente “tentato omicidio” ma “lesione volontaria” ed è con questa imputazione che l’assassino dovrà affrontare il rinvio a giudizio previsto dalle istituzioni non sottovalutanti per il 15 settembre del 2016. Se non fosse che nel frattempo si muore poi davvero».
«La dottoressa Musti – prosegue Pierpaolo Ascari – saprà del resto che in Italia le donne non potevano lavorare negli uffici pubblici fino al 1960, che soltanto tre anni dopo vengono impediti i licenziamenti delle lavoratrici a causa del matrimonio, che bisogna attendere il 1975 perché ai mariti e alle mogli siano riconosciuti gli stessi diritti, che soltanto nel 1981 spariscono dal codice penale le norme relative al delitto d’onore e che solo dal 1996, finalmente, lo stupro non è più un reato contro la morale ma viene considerato più propriamente un reato contro le persone. Anche un minuto prima che accadessero tutte queste belle cose le procure stavano senz’altro attenendosi alla più rigorosa osservanza dei lessico e delle procedure, ma intanto là fuori succedeva quello che succedeva».«Sicuramente la dottoressa Musti avrà poi letto i giornali – conclude il nipote – se non altro per verificare che le sue parole fossero riportate in modo formalmente ineccepibile. E quindi avrà visto anche le dichiarazioni di mio cugino quando dice “il sistema sanitario ha adempiuto al suo dovere legale, non ci lamentiamo di questo, ma non è partito un input che potesse dare una svolta risolutiva insieme alle forze dell’ordine. E viceversa. Insomma ci sono delle carenze legislative e sanitarie: il caso di nostra madre non è stato affrontato a dovere”».«E per finire mio cugino aggiunge: “Vorremmo la dimostrazione di un sistema in grado di riconoscere i suoi limiti e che si impegna a migliorare il suo aiuto verso i suoi cittadini in difficoltà”. E a parlare così è un ragazzo al quale hanno appena ammazzato la mamma, signora dottoressa, mentre in procura andava tutto alla grande».

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