Bilal Miah, 39 anni, operaio, padre. Sgozza la figlia di 3 anni e tenta di uccidere anche il figlio di 12. Assolto perchè incapace di intendere e di volere
Levane di Bucine (Arezzo), 21 Aprile 2020
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Ha ucciso la figlia di 4 anni e poi ha tentato il suicidio: 39enne salvato e arrestato per omicidio (Arezzo Notizie – 21 prile 2020)
L’uomo ha aggredito anche il figlio di 12 anni: ferito è riuscito a scappare e chiedere aiuto. Il padre era in cassa integrazione e pare che questa situazione lo preoccupasse in modo particolare
Ha ucciso la figlia, di soli 4 anni, e poi ha tentato di togliersi la vita. Una terribile tragedia si è consumata questa mattina a Levane, popolosa frazione che si divide tra il comune di Bucine e quello di Montevarchi. Erano da poco passate le 11,30 quando da una mansarda di via Palmiro Togliatti si sono levate delle grida. Pochi minuti dopo le sirene di 118, carabinieri e vigili del fuoco hanno iniziato a risuonare in tutto il quartiere.
Di fronte a soccorritori e inquirenti che sono entrati nell’abitazione è apparsa una scena agghiacciante: il corpo martoriato di una bambina giaceva nel locale principale. Dal primo piano arrivavano le urla del fratellino, 12enne, che era scappato di fronte alla furia del padre, riuscendo a trovare rifugio in casa dei vicini. Nel pozzo, scavato nel giardino circostante, si era gettato l’uomo, un 39enne del Bangladesh, Bilal Napia, tentando il suicidio. Il vigili del fuoco lo hanno soccorso e sono riusciti a trarlo in salvo.
Il dramma è avvenuto in pochi terribili minuti, durante l’assenza della madre dei piccoli. La donna era infatti uscita per fare la spesa. Non è chiaro cosa possa aver innescato l’impeto di rabbia del padre. L’uomo era incensurato e lavorava come operaio in una azienda di pulimentatura. Negli ultimi tempi era in cassa integrazione in seguito alla crisi dovuta all’emergenza Covid-19: una situazione questa che pare essere stata fonte di stress per il 39enne.
Figli aggrediti con un’arma da taglio. Stando alle prime ricostruzioni degli inquirenti, l’uomo si sarebbe scagliato sui bambini. Il più grande, pur avendo riportato una ferita alla testa, è riuscito a scappare, correndo al piano di sotto e chiedendo aiuto. Ha trovato rifugio in casa del vicino, anche lui originario del Bangladesh e datore di lavoro del padre. Il 39enne si era già accanito sulla bambina. La piccola, che avrebbe compiuto 4 anni il prossimo novembre, è stata colpita alla gola con un’arma artigianale. Una lama lunga e tagliente, che l’ha ferita senza lasciarle scampo.
Il tentato suicidio del padre. Poi l’uomo è uscito di casa, nudo. Ha tentato di raggiungere il figlio, poi invece si è diretto nel vicino giardino dove si trova un pozzo e, con l’arma ancora in mano, ha aperto il coperchio e si è gettato all’interno.
I soccorsi. Sarebbero stati i vicini a chiamare i soccorsi: sul posto sono arrivati subito i sanitari del 118, i Carabinieri (sul posto anche il comandante provinciale Vincenzo Franzese) e i vigili del fuoco. Per la bimba non c’era più nulla da fare. Il padre è stato salvato. Adesso il figlio 12enne e il padre si trovano ricoverati all’ospedale della Gruccia. Il ragazzino non rischia la vita e ad assisterlo è corsa la madre. L’uomo è piantonato, anche lui non è in pericolo di vita. Nei suoi confronti è scattato l’arresto per omicidio.
Le indagini. Sul posto è accorsa la pm Laura Taddei, che coordina le indagini. I militari della compagnia dei carabinieri di San Giovanni Valdarno, guidati dal comandante Andrea Barbieri, hanno svolto minuziosi sopralluoghi per ricostruire la dinamica della vicenda e per capire quale fosse il movente che ha portato a questo terribile delitto. Nel pomeriggio i vigili del fuoco sono riusciti a recuperare l’arma con la quale la piccola è stata colpita e uccisa. Nelle prossime ore la madre e il figlio 12enne – che si trova in stato di choc – potrebbero essere sentiti: le loro testimonianze potrebbero permettere di capire il perché della tragedia. (di Nadia Frulli)
Uccide la figlia, “Era nervoso, la moglie aveva chiamato il medico”. Si cerca l’arma (La Nazione – 21 aprile 2020)
La tragedia in provincia di Arezzo: parlano alcuni vicini di casa
«Da qualche giorno sapevamo che non era calmo, tanto che la moglie ha chiamato il dottore perché lo vedeva nervoso. Sembra che il medico gli abbia prescritto qualcosa per farlo stare tranquillo». Così alcuni bengalesi, connazionali e vicini di casa, descrivono la situazione dell’uomo di 39 anni che a Levane (Arezzo) ha ucciso con un coltello la figlia di 4 anni e ha tentato anche di aggredire mortalmente il figlio di 12, poi gettandosi lui stesso in un pozzo per tentare il suicidio.
La palazzina è abitata da bengalesi. L’uomo, un operaio con un lavoro, come tutti era a casa per il coronavirus ma i vicini lo ricordano negli ultimi giorni come preoccupato, agitato. Tra gli inquilini non si esclude che avesse problemi economici, anche se lo stesso 39enne fruiva regolarmente della cassa integrazione in deroga riconosciuta nell’emergenza Covid-19. Intanto i carabinieri cercano l’arma con cui ha ucciso la figlia. Potrebbe essere nel pozzo dove si è gettato, dove l’acqua ha una certa profondità
Vittima a 4 anni del Covid: il babbo, cassintegrato, la uccide e ferisce il fratellino (La Nazione – 22 aprile 2020)
39 anni, chiuso in casa da settimane, senza lavoro, mette mano alla roncola: il bambino si rifugia dai vicini, lui si getta in un pozzo. Salvato: ma rischia l’ergastolo
Anche lei, che a neppure 4 anni non doveva essersi resa conto di vivere nell’epoca sospesa del contagio, è in qualche modo una vittima del virus. Come i diciotto anziani delle vicine Rsa di Bucine e di Montevarchi, comuni fra i quali si divide il paesone di Levane, Valdarno aretino, zona opulenta e fortemente vocata alla produzione e all’export finché non è arrivato il Covid, dove un giovane padre ha sgozzato la figlioletta e ha cercato di uccidere anche l’altro suo ragazzo, 12 anni, che a stento ce l’ha fatta a scappare dalla furia assassina.
Delitto della pazzia, ma soprattutto delitto del virus, perché se è vero che la vita è tutto un equilibrio sopra la follia, Billal Miah, bengalese, 39 anni, operaio orafo, è scivolato dal filo dopo il lockdown che l’ha lasciato in cassa integrazione, con poche speranze e soprattutto pochi soldi, ogni giorno più preoccupato e depresso fino all’esplosione finale. La villetta di mattoni marroni nel quale Billal ha consumato la sua mattina di ordinaria follia è in una zona tranquilla di Levane, non lontana dalla zona industriale fitta di capannoni e di aziende, piccole e grandi (ci sono anche alcune delle sedi di Prada) che fino a quaranta giorni fa rendevano l’economia locale pulsante di vita. Quasi tutto chiuso adesso, quasi tutto sbarrato, come la fabbrichetta orafa nella quale lavorava il padre assassino, con un proprietario suo connazionale, uno dei tanti bengalesi e anche sikh che nella zona hanno fatto il grande salto da dipendenti a padroncini. La Srithi Legatura si occupava di lucidatura dei gioielli, una delle 1.200 aziende del distretto orafo aretino che adesso sono state travolte dallo stop alla produzione, con 10-12 mila occupati fermi. Nè migliore è la situazione del distretto della moda cresciuto all’ombra di Prada, 800 aziende concentrate soprattutto in Valdarno, ora anch’esse sbarrate. È in questa situazione di forte sofferenza sociale, con la cassa integrazione di massa, che Billal non ha retto alla paura di vedere rovinato il suo piccolo benessere e si è svestito per uccidere. Sì, svestito, perché l’operaio, raccontano i vicini, era nudo quando si è precipitato fuori di casa, una mansarda maldivisa all’ultimo piano della villetta, per inseguire il figlio teenager che cercava di scappare alla sua rabbia insensata.
E che la sua preoccupazione derivasse dalla crisi del virus lo testimonia anche il datore di lavoro, quello che gli aveva pure affittato casa, fermo sul marciapiede con un ombrello che lo ripara dalla pioggia: «Prima non aveva problemi, la sua depressione era cresciuta negli ultimi quindiciventi giorni. So che la moglie aveva anche consultato un medico e che stava prendendo dei farmaci per curarsi».
Ieri mattina, quindi, ha aspettato che la moglie uscisse per fare la spesa, poi si è armato di una specie di roncola, un coltellaccio bengalese recuperato poi dai carabinieri nel pozzo dietro casa, e si è lanciato contro la bimba, che forse non ha avuto neppure il tempo di capire che la stavano sgozzando in un rituale da tempi ancestrali. Poi ha rivolto il coltellaccio contro il figlio, che però alla sua età ha capito eccome. Ha capito ed è scappato, chiedendo rifugio ai vicini del piano di sotto, i quali ne hanno sentito le urla disperate, salvo poi vedere il padre nudo che correva verso il pozzo e ci si buttava dentro a capofitto. Probabilmente era convinto di chiudere così un omicidio-suicidio, di soffocare nella morte la paura di non poter più mantenere i figli. Invece l’hanno ripescato i vigili del fuoco, chiamati dai carabinieri, a loro volta allertati dal vicinato. Ora è in ospedale come il ragazzo, ma entrambi non sono gravi. Forse già oggi il padre sarà dimesso e finirà in carcere, a Sollicciano, accusato di omicidio e tentato omicidio, aggravato dalla parentela. Un delitto da ergastolo, un delitto dei tempi del virus. (di Salvatore Mannino e Sergio Rossi)
Il padre assassino ancora in ospedale: crisi depressiva. Il figlio: così mi ha aggredito (La Nazione – 23 aprile 2020)
Confermano anche dalla moglie il primo scenario: disperazione da virus.. Il ragazzo: ha aggredito prima me, è stato un raptus, nessun capriccio nostro
Racconta chi ha avuto modo di vederlo, in ospedale dove è rimasto fino a ieri pomeriggio, quando è stato trasferito nel carcere fiorentino di Sollicciano, che il babbo assassino sia chiuso in un silenzio catatonico, sotto shock, incapace di spiegare quello che è successo, come uno che vede dall’esterno una tragedia di cui non si rende conto.E stamani il padre è stato riportato in ospedale, a Firenze: in cella ha avuto una nuova crisi depressiva, tale da renderne necessario il ricovero.
Da quando è stato ripescato nel pozzo dietro casa in cui aveva cercato di suicidarsi, Billal Miah, 39 anni, bengalese, operaio orafo in cassa integrazione da Covid, ha dormito quasi sempre e non ha voluto parlare con nessuno. Nè con i medici, nè con gli infermieri, nè tantomeno con i carabinieri, che peraltro non potrebbero interrogarlo, come il Pm Laura Taddei cui è affidata l’inchiesta, se non in presenza dell’avvocato d’ufficio che gli è stato nominato, Nicola Detti, che era stato il difensore di parte civile del marito Mirko nel processo per un altro delitto, quello contro Padre Graziano per l’uccisione di Guerrina.
Comunque, dalle prime indagini dei carabinieri, che hanno cominciato a sentire gli amici, i connazionali, i conoscenti, i vicini, ma sopratuttto la moglie e il figlio scampato alla mattanza, sembra profilarsi la conferma dello scenario emerso da subito.
Quello cioè di un delitto della disperazione, dell’esasperazione, della depressione da virus, da cassa integrazione, da paura di non riuscire più a mantenere la famiglia con la chiusura provvisoria della piccola azienda orafa per cui lavoravae, gestita da un connazionale, uno dei tanti bengalesi che in quell’angolo di Valdarno aretino hanno fatto il salto da dipendenti a padroncini. Billal aveva vissuto male questi giorni sospesi, dicono tutti, aveva anche dovuto consultare un medico, spinto dalla moglie, che gli aveva prescritto dei tranquillanti. Non sono bastati a evitare l’esplosione Drammatica,soprattutto, la testimonianza del figlio che si è salvato: ha aggredito prima me e poi la bambina, col coltellaccio, io sono riuscito a scappare, mia sorella non poteva farcela. Il suo racconto accredita l’ipotesi del raptus: «Ci ha colpiti all’improvviso, non c’era stato un capriccio nostro che potesse scatenare tanta rabbia. Con la testa insanguinata per le coltellate di striscio, sono scappato urlando e mi sono fatto aprire la porta dai vicini».
La moglie parla di una depressione che era cresciuta a dismisura nelle ultime settimane senza lavoro. Ma questo poco importa, sia nella ricostruzione dei fatti sia nel rilievo penale: l’accusa, qualsiasi sia il momento in cui Billal si è spogliato per gettarsi nudo nel pozzo, resta quella di omicidio volontarioe tentato omicidio, aggravati dal grado di parentela e dalla minorata di difesa della bambina e del fratello. Capo di imputazione da ergastolo anche in rito abbreviato, pur se una via d’uscita resta la perizia di infermità mentale. Quanto alla moglie, si trova adesso di fronte a un dilemma drammatico: ripudiare il marito che le ha ammazzato una figlia e cercato di far lo stesso con l’altro oppure scegliere la via della pietà per lo stato di follia in cui il marito deve essersi trovato per fare quello che ha fatto. Un dubbio che va a scavare nei recessi più nascosti dell’animo umano. Infine l’inevitabile contorno di ogni delitto. Oggi l’autopsia su Natia (l’abbreviativo del nome di Jannatun), anche se il primo esame esterno svolto subito dal professor Gabbrielli sembra confermare la morte per le ferite del coltellaccio bengalese. Entro sabato l’udienza di convalida dell’arresto, che potrebbe svolgersi, a conferma dell’emergenza Covid, per via telematica. Billal dal carcere di Sollicciano, il Gip Fabio Lombardo da Palazzo di giustizia. Una procedura da virus per il delitto del virus. (di Salvatore Mannino)



