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Salvatore “Turi” La Motta, 63 anni. Condannato all’ergastolo per associazione mafiosa e duplice omicidio, esce in permesso premio e uccide due sue amanti. Poi si suicida davanti alla caserma dei Carabinieri

Riposto (Catania), 10 Febbraio 2023


Titoli & Articoli

Catania, la telefonata del killer con l’avvocato dopo gli omicidi: “Vengo dai carabinieri”. Poi l’arrivo in caserma e lo sparo (La Stampa – 11 febbraio 2023)
Salvatore La Motta, fratello di un boss del clan Santapaola-Ercolano, era un ergastolano in permesso premio. Ieri ha ucciso Carmelina Marino e Santa Castorina
«Avvocato sto venendo, vengo io». Così Salvatore «Turi» La Motta, 63 anni, ha risposto al suo avvocato Antonino Cristofero Alessi, che lo aveva appena chiamato dalla caserma dei carabinieri di Riposto. L’ergastolano in permesso premio, poi suicida, era ricercato dalle forze dell’ordine nell’ambito delle indagini sui due femminicidi commessi a Riposto. L’avvocato era nella caserma dei carabinieri per seguire un altro caso. Sono stati i militari dell’Arma a chiedergli di mettersi in contatto con il suo assistito per convincerlo a consegnarsi.
«Ho chiamato La Motta con il viva voce – ricostruisce il penalista – e gli ho detto di costituirsi ai carabinieri, di dirmi dove si trovava che potevano andare a prenderlo e sapendo che poteva contare sulla mia presenza per l’immediata assistenza legale. Lui mi ha risposto, appunto: «Sto venendo, vengo io». Il killer è arrivato cinque minuti dopo. «Aveva un’arma in mano e mi ha chiamato Antonio con il mio primo nome i carabinieri gli hanno intimato di posare la pistola, e poi ho sentito lo sparo. Mai avrei immagino che potesse accadere tutto questo, non c’è stato nessun segnale pregresso, nessuno. Impensabile. Era un detenuto che aveva usufruito dei permessi di legge per buona condotta: lavorava a Riposto, prima in un panificio, poi in una rivendita di formaggi. Durante i due anni di Covid dormiva a casa della sua famiglia, dal 3 gennaio, finita l’emergenza pandemica, rientrava la sera al carcere di Augusta, nel Siracusano».
Pochi gli elementi in mano al legale per chiarire il rapporto tra l’omicida e le due donne uccise. «Non ricordo di contatti tra loro o con La Motta. Lui non era sposato e non so se frequentasse qualcuna in particolare, avevo capito che c’era una piccola storia in particolare, ma atteneva alla sua sfera privata e non al nostro rapporto professionale. Ma niente lasciava presagire minimamente quello che è successo».
Salvatore «Turi» La Motta, il 63enne che si è suicidato a Riposto dopo aver ucciso due donne, si era presentato alla caserma dei carabinieri, dopo le sparatorie. Aveva bussato al piantone, dicendo di volersi costituire. Prima, appunto, aveva sentito il suo legale. Era armato e per questa ragione era stato tenuto sotto tiro dai carabinieri che si trovavano sul posto. Sono stati i militari a chiedere più volte all’uomo di abbassare l’arma, ma a un certo punto si è puntato la pistola alla tempia e si è tolto la vita. L’uomo era un «detenuto in semi libertà che stava usufruendo di una licenza premio» e sarebbe dovuto rientrare oggi nel carcere di Augusta, nel Siracusano. Nella serata è stato fermato un presunto complice.
La Procura distrettuale di Catania ha disposto il fermo per concorso in omicidio di Luciano Valvo, di 55 anni. Secondo l’accusa, con la sua Volkswagen Golf nera avrebbe accompagnato La Motta sul luogo del delitto di Melina Marino, nel lungomare della città ionica. Il provvedimento si basa su indagini dei carabinieri della compagnia di Giarre e del nucleo investigativo del comando provinciale di Catania. Valvo, bloccato da militari dell’Arma mentre stava abbandonando la propria abitazione, nell’interrogatorio davanti al sostituto procuratore si è avvalso della facoltà di non rispondere. L’uomo è stato condotto in carcere.
L’omicida delle due donne è il fratello di Benedetto «Benito» La Motta, condannato a 30 anni di carcere per aver «ordinato» l’omicidio di Dario Chiappone, il 27enne ucciso con sedici coltellate alla gola e al torace a Riposto il 31 ottobre del 2016. Benedetto La Motta era stato arrestato da militari nel luglio del 2020 nell’ambito di un’inchiesta su un omicidio e indicato come il referente a Riposto della famiglia mafiosa Santapaola-Ercolano. Secondo la Procura distrettuale di Catania, che aveva coordinato le indagini dei carabinieri della compagnia di Giarre del comando provinciale, sarebbe stato lui appunto a «ordinare».
Una mattinata di sangue
Il ritrovamento dei due corpi a un’ora e mezza uno dall’altro fa pensare che il killer conoscesse bene le due vittime e i loro spostamenti. La prima donna uccisa, Carmelina Marino, era nella sua auto vicino al porto turistico, una zona molto frequentata di Riposto. A dare l’allarme alcuni passanti, che hanno visto la donna riversa sul volante. Il sangue sui vestiti della donna hanno fatto scattare l’allarme.
Poco dopo, il secondo omicidio, per strada. Santa Castorina, 50 anni, è stata freddata con alcuni colpi di pistola appena scesa dall’auto. Inutili i tentativi di rianimarla. Ora sta agli inquirenti capire il legame tra il killer e le due donne.
Le telecamere A incastrare Salvatore La Motta sarebbero le telecamere di sorveglianza di un distributore di benzina, almeno per il primo omicidio. L’uomo avrebbe accostato Carmelina Marino sulla sua auto, si sarebbe affiancato, avrebbe aperto la porta e sparato. Questa la sequenza che raccontano le immagini, secondo quello che hanno scoperto i carabinieri del reparto operativo di Catania. Gli inquirenti stanno estrapolando delle altre immagini provenienti sempre da telecamere di videosorveglianza, in via Roma, dove è avvenuto l’omicidio dell’altra donna, Santa Castorina, di 50 anni.
Le reazioni Dure le dichiarazioni del sindaco di Riposto, Enzo Caragliano. «È un atto deprecabile che non ha alcuna giustificazione. È pura follia. Si tratta di un episodio che macchia l’immagine di una cittadina di 15 mila abitanti che non ha mai dato a che dire negli anni. Sicuramente chi ha commesso gli omicidi proviene da un ambiente distorto». E prosegue: «Sono sconvolto per quanto è accaduto. Lo è l’intera comunità, che nulla ha a che fare con l’immagine violenta che in queste ore viene trasmessa sui media. Non conoscevo né le vittime né il presunto omicida. Purtroppo, ancora una volta, vengono colpite delle donne. Aspettiamo che sulla vicenda sia fatta chiarezza e che gli investigatori ricostruiscano l’esatta dinamica di quanto accaduto; nessun atto di violenza può essere giustificato, nessuna motivazione è mai accettabile. Forse si può pensare al gesto di un folle, perché solo la pura follia può esserci dietro a una simile violenza. Sono vicino alle famiglie delle vittime, esprimo loro cordoglio a nome dell’intera collettività».
«Né raptus, né amore. Solo odio criminale. Apprendiamo con rabbia, con dolore, la notizia di un duplice femminicidio e siamo costretti ancora una volta a chiederci se è stato fatto tutto per prevenire questa tragedia». Lo afferma in una nota la segretaria generale della Uil di Catania, Enza Meli. «La nostra provincia è nuovamente colpita da vicino per un duplice delitto che rende più pesante il bilancio di una strage in corso nel nostro Paese – prosegue – rivendichiamo da anni una risposta adeguata dalle istituzioni politiche, ma questa risposta non arriva mentre attendiamo che il Codice Rosso venga adeguato all’emergenza e realizzato in tutte le sue potenzialità».  (di Cristina Benenati e Lorenza Rapini)

Chi è Salvatore “Turi” La Motta, l’ergastolano che ha ucciso due donne nel Catanese e perché era in permesso premio (La Stampa – 11 febbraio 2023)
Arrestato nel 2000 per una condanna all’ergastolo per l’omicidio di un uomo ritenuto uno dei capi storici della malavita di Giarre
Risale al 16 giugno del 2000 l’arresto da parte dei carabinieri di Salvatore «Turi» La Motta, il killer di 63 anni che stamane ha ucciso due donne a Riposto, prima di togliersi la vita davanti alla caserma dell’Arma. Otto giorni prima quella data, quando l’uomo aveva 40 anni, era stato condannato all’ergastolo dalla Corte d’Assise e d’Appello di Catania perché accusato di essere uno dei componenti del «gruppo di fuoco» che il 4 gennaio del 1992 davanti a un bar del paese uccise Leonardo Campo, di 69 anni, ritenuto dagli investigatori uno dei capi storici della malavita di Giarre. A La Motta, prima dell’arresto e durante il dibattimento, era stato vietato di andare all’estero e gli era stato ordinato di abitare soltanto a Riposto. Dopo un primo periodo in carcere gli è stata concessa la detenzione in semilibertà, lavorava di giorno e la sera rientrava in carcere. Oggi era l’ultimo giorno di un permesso premio di una settimana.
Salvatore «Turi» La Motta è il fratello del più noto Benedetto, conosciuto anche come «Benito» o «Baffo», referente a Giarre e Riposto della famiglia mafiosa catanese Santapaola-Ercolano. Il fratello è stato condannato a 8 anni per associazione a delinquere di tipo mafioso nel 2017, quando Salvatore si trovava già in carcere. Ma appunto gli era stato permesso di uscire per lavorare e ora aveva anche beneficiato di un permesso premio di una settimana. Oggi doveva essere il suo ultimo giorno e domani avrebbe dovuto ritornare in carcere. (di Lorenza Rapini)

Riposto, l’avvocato dell’omicida: «Si comportava bene, ha pure incontrato il Papa» (Giornale di Sicilia – 12 febbraio 2023)
Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha chiesto all’Ispettorato generale di avviare urgenti accertamenti preliminari sul duplice femminicidio che sarebbe stato compiuto a Riposto, in provincia di Catania, da un detenuto ergastolano in permesso premio che poi si è tolto la vita. Gli accertamenti riguardano le «licenze» che aveva ottenuto Salvatore Turi La Motta, 63 anni, che stava scontando una condanna «fine pena mai» per associazione mafiosa e omicidio. Sarebbe stato lui a uccidere, ieri, Carmelina Melina Marino, di 48 anni, freddata nella sua auto sul lungomare Pantano, e Santa Castorina, di 50, assassinata sul marciapiede della centralissima via Roma. Il duplice femminicidio è stato compiuto all’ultimo giorno di un permesso premio di una settimana: sarebbe dovuto rientrare ieri sera – 11 febbraio – nel carcere di Augusta, dove era detenuto in regime di semilibertà. I permessi premio sarebbero stati firmati dal magistrato di sorveglianza di Siracusa, da cui dipende per territorio il penitenziario.
«Capisco l’iniziativa – commenta il legale di La Motta, l’avvocato Antonino Cristofero Alessi – ma non avviene che i permessi premi li regalino, il mio assistito ne usufruiva da molti anni. Durante il Covid non rientrava in carcere ad Augusta, ma dormiva a casa da familiari a Riposto». Questo perché, spiega il penalista, il 63enne l’ergastolano, detenuto dal 2000, «aveva avuto un percorso rieducativo, tenendo una buona condotta. E in questo percorso, il mio cliente – rivela il legale – mi aveva raccontato che, quando non lo assistevo ancora io, aveva avuto modo di incontrare il Papa. Era felice di questo ricordo».
Per il vicepresidente del Senato, Maurizio Gasparri, sarebbe stato meglio che non lo avessero concesso», ritenendo che «la tragedia siciliana è figlia di un permissivismo che va messo in archivio». Intanto, prosegue il lavoro dei carabinieri della compagnia di Giarre e del nucleo investigativo del Comando provinciale di Catania sul caso. Elementi utili potrebbero venire dall’analisi di tabulati telefonici, messaggi e social network. Dal loro incrocio potrebbe emergere il movente del duplice femminicidio di Riposto e del suicidio dell’ergastolano Turi La Motta. Ne sono convinti gli investigatori che indagano sul caso, anche se qualcosa sarebbe già emerso: i tre si conoscevano. E prende corpo anche la tesi che La Motta avesse avuto una relazione con le due donne, che non erano sposate. Ma sono ipotesi che al momento non trovano conferme ufficiali. Maggiori chiarimenti sulla dinamica dei due femminicidi verranno dalla visione dei filmati di sicurezza delle zone coinvolte che sono stati sequestrati e da altri che verranno acquisiti. Nelle immagini delle telecamere di un’area di servizio, acquisite dai carabinieri, si vede il primo delitto: Melina Marino è sulla propria auto parcheggiata lungo la strada, l’omicida, dopo essere sceso dal veicolo guidato da un’altra persona, raggiunge velocemente la donna seduta sul lato guidatore, apre la portiera lato passeggero e sporgendosi nell’abitacolo fa fuoco, colpendola mortalmente al volto.
L’auto con cui l’assassino arriva e poi va via è la Volkswagen Golf nera di Luciano Valvo, di 55 anni, fermato ieri sera per concorso nell’omicidio di Melina Marino. Durante l’interrogatorio davanti al sostituto procuratore che lo ha interrogato si è avvalso della facoltà di non rispondere. E la stessa posizione, anticipa il suo difensore, l’avvocato Enzo Iofrida, terrà domani davanti al gip durante l’udienza di convalida: non potrà fare altro, spiega il legale, visto che «l’avviso di interrogatorio è stato notificato oggi, che è domenica, giorno che non consente di recarsi in visita dal proprio assistito, né di visionare gli elementi di accusa a suo carico». (di Mimmo Trovato)

Duplice femminicidio di Riposto, c’era un triangolo amoroso (Ragusa News – 14 febbraio 2023)
Sulla Volkswagen nera di Lucio Valvo, il 55enne in carcere per concorso in omicidio per uno dei due femminicidi di Riposto dell’11 febbraio scorso, «era installato un dispositivo di rilevazione Gps formalmente autorizzato dall’autorità giudiziaria in un altro procedimento penale, che ha consentito, successivamente, di ricostruire il percorso fatto da quell’autovettura». E’ quanto emerge dall’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Gip Luca Lorenzetti nei confronti dell’indagato. Questo ha permesso ai carabinieri di tracciare il percorso di quel giorno dell’auto che si sposta per la prima volta alle 6.51 da casa di Valvo per arrivare alle 7.31 a quella di Salvatore Turi La Motta, il 63enne ergastolano in permesso premio accusato dell’uccisione di Carmela Melina Marino, di 48 anni, sul lungomare di Riposto, e di Santa Castorina, di 50 anni, nella centralissima via Roma.
L’autore dei due femminicidi, che, scrive il giudice, aveva una relazione con le due vittime si è poi suicidato davanti la caserma dei carabinieri di Riposto. Dal rapporto del Gps si rileva che la Golf alle 8.30 fa una breve sosta nella via dove risiedeva Santa Castorina e quattro minuti dopo fa lo stesso nella strada in cui abitava Carmelina Marino. Alle 8.38 il Gps colloca l’auto in via Duca del Mare, luogo dell’omicidio della 48enne, dove sosta per pochi secondi e poi riprendeva la marcia. Poi, dopo avere percorso alcune vie di Riposto e Giarre, la Golf si ferma, alle 9.02, nelle immediate vicinanze dell’abitazione di Valvo dove viene poi trovata dai carabinieri. A Valvo, ritenuto dagli investigatori l’autista di La Motta, che era stato condannato al carcere a vita per associazione mafiosa e due omicidi, è contestato il concorso nell’uccisione di Carmelina Marino. Sull’uccisione di Santa Castorina, secondo una ricostruzione dell’accusa, ripresa nell’ordinanza, emerge l’ipotesi che vittima e omicida siano arrivati in via Roma a bordo della Fiat Panda della donna e l’omicidio sia stato commesso appena i due sono scesi dalla vettura.

Donne freddate, mistero del movente. Nordio: indagare sulla licenza al killer (Il Giornale – 13 febbraio 2023)
Il legale ha contattato l’ergastolano: “Costituisciti”. Ma lui si è suicidato.
Delitti passionali. Così sono sembrati ai carabinieri che indagano, il duplice omicidio nel Catanese di Carmelina Marino detta Melina, 48 anni, e Santa Castorina, 50 anni, e il successivo suicidio dell’assassino, Salvatore La Motta, detto Turi, ergastolano in licenza premio straordinaria. I precedenti per mafia di lui, fratello di Benedetto detto Benito o Baffo La Motta, punto di riferimento dei Santapaola-Ercolano a Riposto, non hanno sviato le indagini che si sono concentrate sulla relazione tra assassino e vittime. Con la prima, Melina, l’ergastolano aveva avuto una relazione, mentre Santa la conosceva e si dovrà verificare fino a che punto. Le due donne erano imparentate tra loro.
Uno sparo in volto potrebbe indicare la volontà di eliminare l’identità dell’altro, ma sul reale movente si attendono risvolti dalle indagini. C’è un nodo focale in questo duplice omicidio: l’assassino era stato condannato all’ergastolo per omicidio di mafia, ma era in semi-libertà. Sabato scorso, giorno del duplice delitto, terminava la licenza premio straordinaria di cui era stato beneficiato per «buona condotta», come spiega l’avvocato Antonino Cristofero Alessi.
Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha chiesto all’Ispettorato generale urgenti accertamenti preliminari su quanto accaduto. La Motta si è sparato un colpo in testa davanti ai carabinieri. Si era recato in caserma perché contattato telefonicamente dal suo legale su richiesta dei carabinieri per costituirsi. Intanto, dopo il fermo per concorso in omicidio del 55enne Lucio Valvo, che ha accompagnato La Motta da Melina, e lo ha ricaricato sulla sua Golf dopo l’omicidio, interviene il legale Enzo Iofrida lamentando: «Con una velocità certamente straordinaria ma non necessaria è stato notificato oggi, domenica, giorno che non consente di recarsi in visita dal proprio assistito, né di visionare gli elementi di accusa a suo carico, l’avviso di interrogatorio per la convalida del fermo fissato per lunedì mattina davanti al Gip». «Così l’indagato non potrà che avvalersi nuovamente della facoltà di non rispondere, come ha già fatto davanti al pm», conclude Iofrida.
Al vaglio degli inquirenti i video delle telecamere di videosorveglianza, tabulati telefonici, messaggi e social network. Da uno dei profili social di Melina emerge l’affetto per il fratello detenuto e salta fuori che nella sua vita c’era un «traditore» che lei attacca su Tik tok nel febbraio 2022. I carabinieri dovranno verificare se in quel periodo La Motta avesse una relazione con la seconda vittima, freddata vicino alla sua auto in via Roma. «Brave ragazze» commenta l’avvocato Antonino Cristofero Alessi, legale di La Motta che non ricorda «di contatti tra loro o con La Motta». «Lui non era sposato – dice – e non so se frequentasse qualcuna in particolare, avevo capito che c’era una piccola storia in particolare, ma atteneva alla sua sfera privata e non al nostro rapporto professionale. Ma niente lasciava presagire minimamente ciò che è successo». «Riposto è attonita, sconvolta e ferita dice il sindaco Enzo Caragliano. Questa tragedia non riflette la nostra città. Sono atti che possono essere collegati solo alla follia umana». (di Valentina Raffa)

 


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