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Salvatore Ciocia, 38 anni, guardia giurata, padre. Massacra di botte la moglie e la soffoca tappandole naso e bocca con una pellicola da cucina, poi si spara ma si salva. Dopo 5 mesi di coma viene arrestato e condannato a 15 anni, ridotti a 12 in appello

Correggio (Reggio Emilia), 30 Giugno 2009


Titoli & Articoli

Reggio E., guardia giurata uccide moglie e si spara (SkyTg24 – 1 luglio 2009)
L’uxoricida ha soffocato la coniuge al termine di un litigio e poi ha tentato il suicidio. A dare il primo allarme della tragedia famigliare sono stati i figli della coppia, uno di 10 e uno di 11 anni, che erano fuori a giocare
Una guardia giurata di 37 anni, Salvatore Ciocia, 38 anni, nella tarda serata di ieri, probabilmente al termine di una lite, ha ucciso la moglie, Elvira Bombara, 36 anni, soffocandola; poi si è sparato e ora è ricoverato in gravi condizioni all’ospedale di Reggio Emilia. Il fatto è accaduto nell’appartamento della coppia a Correggio. A dare il primo allarme sono stati i figli della coppia, uno di 10 e uno di 11 anni, che erano fuori a giocare.

Soffocó la moglie: 15 anni (Gazzetta di Reggio – 30 dicembre 2010)
Il giudice considera l’ex vigilante psichicamente san
Un anno e mezzo fa uccise, soffocandola, la moglie Elvira Bombara al culmine di una lite: ieri l’ex guardia giurata Salvatore Ciocia è stato condannato a 15 anni di reclusione. Una sentenza – in tribunale a Reggio – per nulla scontata, perché il giudice ha valutato la perizia psichiatrica, ritenendo poi l’ex vigilante capace d’intendere e di volere al momento dell’omicidio d’impeto. Il pm Valentina Salvi aveva chiesto una condanna più severa. 
L’udienza preliminare – tenutasi con rito abbreviato – si è anche conclusa con un risarcimento-danni di 400mila euro riconosciuto dal gup Angela Baraldi ai due figli minori della coppia costituitisi parte civile tramite i nonni (a cui sono stati affidati dopo la tragedia) e rappresentati in aula dall’avvocatessa Catia Lombardo.  In udienza, comunque, solo avvocati e magistrati: non ha infatti presenziato l’uxoricida, alle prese con seri problemi fisici (dopo il delitto si era sparato, risvegliandosi dal coma cinque mesi dopo) e soprattutto psicologici (è depresso per tanti motivi, non ultimo il rimorso).  Ora è stato trasferito nel carcere napoletano di Poggioreale dove c’è un attrezzato centro clinico e dove i suoi familiari possono più facilmente fargli visita.  Facendo riferimento alla perizia di parte del professor Ivan Galliani, la difesa – costituita dai legali Noris Bucchi ed Elisabetta Strumia – ha chiesto in un’articolata arringa (durata circa un’ora) l’assoluzione per infermitá mentale.  «Il perito ha sollevato molti dubbi sulla capacitá d’intendere e di volere di Ciocia al momento del fatto, visto che non ricorda nulla di quel giorno – spiega l’avvocato Bucchi all’uscita dall’aula – e c’è una precisa norma che prevede come il giudice, nel dubbio, debba assolvere. Comunque sia, fra 45 giorni leggeremo le motivazioni della sentenza, ma sembrano non mancare gli argomenti per fare appello».  Il gup Baraldi – dopo un’ora di camera di consiglio – ha concesso le attenuanti generiche all’imputato, «limando» così di tre anni la richiesta del pm Salvi (18 anni di reclusione).

 

Uccise la moglie, pena ridotta a 12 anni (Gazzetta di Reggio – 20 settembre 2012)
Correggio: in Appello considerata prevalente sulle aggravanti l’attenuante del tentato suicidio come proposto dalla difesa
«Le attenuanti generiche devono essere prevalenti sulle aggravanti, perché nulla può avere un peso maggiore di un uomo che, resosi conto del grave fatto commesso, tenta di farla finita. Niente può anteporsi a una volontà di autopunirsi come il suicidio: e il rimanere in vita può costituire un’ulteriore pena». E’ questo passaggio dell’arringa dell’avvocato difensore Noris Bucchi che ieri si è rivelato decisivo nell’udienza a Bologna – in Corte d’assise d’appello – sull’omicidio di Elvira Bombara, uccisa per gelosia dal marito Salvatore Ciocia il 30 giugno 2009. La Corte ha infatti ritenuto l’attenuante del suicidio (si sparò e solo per un miracolo il vigilante non morì) come prevalente sulle aggravanti (cioè l’aver ucciso la moglie, a cui va associato il futile motivo come la gelosia e la ferocia dell’azione assassina): da qui lo “sconto” sulla condanna di ben tre anni. Quindi sono ora divenuti 12 gli anni di reclusione per il marito omicida che ieri non ha assistito al processo di secondo grado: le sue condizioni di salute sono di recente precipitate ed ora è ricoverato in un ospedale di Napoli. Se sopravviverà anche a questa crisi, l’attende una vita su una sedia a rotelle, anche se fra tre anni (cioè quando avrà scontato la metà della pena) potrà puntare alla semilibertà.
Una condanna “limata” che non era facile prevedere, visto che la nuova perizia psichiatrica disposta dalla Corte ha concluso che Ciocia era capace d’intendere e di volere quando si scagliò contro la moglie, spinto da una rabbia fuori controllo. La sentenza di secondo grado ha invece confermato il risarcimento-danni (400mila euro) disposto dal gup di Reggio per i due figli minorenni della coppia costituitisi parte civile tramite i nonni (a cui sono stati affidati dopo l’assassinio) e rappresentati in aula a Bologna dall’avvocatessa Catia Lombardo.
Era il 30 giugno 2009 quando Salvatore Ciocia – guardia giurata ai tempi 38enne – uccise la moglie Elvira Bombara di 35 anni nella loro abitazione di via Mussini 12. Nel corso di una lite, il vigilantes tramortì la moglie prendendola a pugni, poi tentò di strangolarla. Non riuscendo a ucciderla, la soffocò chiudendole la bocca e il naso con il nastro adesivo. Dopo aver assassinato la moglie, Ciocia si sdraiò sul letto accanto al corpo della donna e si sparò. Quei colpi, però, non lo uccisero e la guardia giurata rimase fra la vita e la morte per diversi giorni. Quasi cinque mesi dopo quei tragici fatti, il 17 novembre 2009, Ciocia si risvegliò dal coma e venne trasferito in una struttura carceraria nel Milanese dotata di un centro terapeutico in cui poteva continuare ad essere curato . Una destinazione restrittiva che è poi cambiata con il carcere napoletano di Poggioreale. (di Tiziano Soresina)

 

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