Moussad Moutch, 59 anni, facchino. Sfregia e uccide la moglie con 13 coltellate. Condannato a 28 anni
Mandrogne (Alessandria), 9 Luglio 2011
Titoli & Articoli
«Fadma uccisa dal compagno per motivi passionali» (Il secolo XIX – 10 luglio 2011)
La sua vita da immigrato onesto, senza macchie con la giustizia italiana a 59 anni compiuti, non ha retto alla gelosia per lei troppo bella e troppo giovane. Ed è per questo, con ogni probabilità, che il facchino Moussad Mouch, originario di Casablanca e però da tempo trapiantato a Mandrogne in provincia di Alessandria, fra giovedì e venerdì ha straziato la convivente Fadma Assour, 41 anni il mese prossimo.
Mouch da ieri pomeriggio è in stato di fermo per omicidio volontario aggravato, autore – nell’opinione di carabinieri e Procura – della mattanza andata in scena nell’anonima villetta monofamiliare … dove Fadma è stata trafitta da 13 coltellate. Ma soprattutto, dove la mano del killer ha infierito sul suo volto con un gesto che ha da subito indirizzato gli investigatori su una strada precisa. Perché l’assassino le ha quasi mozzato il naso, un gesto tanto istintivo quanto eloquente dell’amore tradito, un rituale punitivo dell’adulterio che non ricorre evidentemente solo nella storia e nelle pulsioni più ancestrali.
C’era qualcosa, nella vita di questa donna che con la bellezza e la riservatezza (…) aveva comunque vinto i pregiudizi? I militari non hanno impiegato molto, scandagliando una comunità per forza di cose contenuta, a capire che s’era forse innamorata, da qualche tempo. Aveva incontrato un uomo più giovane del suo compagno, nordafricano come lei e di Tortona, con cui s’incontrava saltuariamente, di nascosto. Una storia che l’ha travolta e quasi certamente – in ambienti investigativi la soluzione definitiva del giallo è definita a un passo – l’ha infine trascinata alla morte. Ci sono stati due momenti cruciali (…) che hanno inguaiato pesantemente Moussad Mouch. E si sono materializzati nel corso dell’interrogatorio cui il maghrebino è stato sottoposto sabato pomeriggio. Il facchino s’era appena presentato alla caserma di San Giuliano vecchio, sostenendo d’essere rientrato da una tre giorni di lavoro a Genova e di aver trovato Fadma esanime in cucina. «Non so cosa sia successo» le prime parole, confuse, le mani sudate che s’agitavano davanti agli occhi bassi. Il problema è che della sua trasferta non s’è trovato riscontro, e a questa contestazione Mouch ha biascicato senza di fatto replicare. E nemmeno ha saputo dire come avesse potuto l’aggressore entrare senza forzare la porta, per esempio; o perché la casa – contrariamente alla sua descrizione – risultasse in realtà parzialmente pulita. Troppe voragini nel suo resoconto, raccolto mentre il sostituto procuratore Alberto Ghio ascoltava il nuovo partner di Fadma. Operaio e incensurato, ne confermava la storia segreta, sfoderando contestualmente l’alibi che lo avrebbe messo a sua volta al riparo dai sospetti.
E ieri ecco la svolta, in realtà nell’aria fin dalle prime battute degli accertamenti poiché risultava difficile ipotizzare una scintilla diversa dalla passione: non è stato sottratto nulla di valore, dall’alloggio di Mandrogne. E certo sarebbe stato difficile pensare alla villetta teatro d’una rapina ordita dalle gang che, talvolta, spadroneggiano in questa fetta di Basso Piemonte, con obiettivi assai diversi. I militari hanno perciò capito che era necessario mettere alle strette l’uomo con cui la vittima da tre anni divideva un’esistenza magari non troppo felice. Fadma bellissima con il volto sfregiato. La spiegazione, e forse la confessione, erano già tutte lì. (di Matteo Indice)
“Uccise la moglie con 13 coltellate” (La Stampa – 4 aprile 2012)
Chiesto il processo per Messaoud Moucht, accusato di uxoricidio volontario
L’accusa è di omicidio volontario aggravato dal grado di parentela con la vittima, l’inquisito nega, i risultati delle indagini sono contro di lui, l’udienza dal gup è fissata per il 4 luglio. A comparire davanti al magistrato è chiamato Messaoud Moucth, 59 anni, il marocchino al quale si contesta di avere ucciso con tredici coltellate, una delle quali le ha quasi mozzato il naso, considerato un rituale punitivo dell’adulterio, il 9 luglio 2011 in un alloggio di via Cascinotti a Mandrogne la moglie e connazionale Fatma Assour, 41 anni.
Era una bella donna, molto riservata, addetta alle pulizie in una cooperativa all’interporto di Rivalta Scrivia. L’uomo, difeso da Andrea Capobianco, si definisce innocente. «Sono stato lontano da casa un paio di giorni e al mio rientro l’ho trovata morta. Non avevo alcun motivo di farle del male» dice. Ma, sostiene l’accusa, nessuno è entrato in quella casa, la vittima non aveva una doppia vita come lui ha lasciato intendere, ci sono state minacce di morte nei suoi confronti, accompagnate da una serie di maltrattamenti con il contorno di una forma ossessiva di gelosia. Sono emerse discordanze sui tempi, ricostruiti sulle testimonianze anche di vicini di casa, degli spostamenti di Moutcth nelle 48 ore trascorse da quando si è allontanato da Mandrogne a quando è tornato, rinvenendo, a suo dire, la moglie morta.
Delitto di Mandrogne, condannato a 28 anni (La Stampa – 20 febbraio 2013)
Giudicato colpevole dell’uccisione della moglie il 7 luglio 2011. Lui nega ancora
La Corte d’Assise ha condannato a ventotto anni di reclusione il marocchino Moussad Moutch riconoscendolo colpevole di aver ucciso la moglie Fadma Assour che, all’epoca dei fatti – 7 luglio 2011 – aveva 41 anni.
La donna era stata ammazzata con diverse coltellate nella cucina della sua abitazione a Mandrogne. Il pubblico ministero Riccardo Ghio aveva chiesto la condanna a trent’anni di carcere, il difensore Andrea Capobianco l’assoluzione per mancanza di prova della colpevolezza al di la’ di ogni ragionevole dubbio. Prima del ritiro in camera di consiglio,la presidente Alessandra Casacci aveva chiesto all’imputato se aveva qualcosa da dire. Moutch, alzate entrambe le mani con i palmi aperti, aveva detto soltanto: “Non ho fatto niente”.
Pochi minuti dopo le 13, la Corte e’ rientrata e la presidente ha letto il verdetto. Moutch dapprima e’ rimasto impassibile, poi, quando l’Interprete gli ha mormorato all’orecchio la traduzione, si è’ coperto il viso come le mani ed è scoppiato in lacrime. La prima manifestazione emotiva da quando era iniziato il processo. Il difensore Capobianco non rilascia commenti. Dice solo che, dopo aver letto le motivazioni della sentenza (tra novanta giorni), deciderà se opporre appello, eventualità che comunque fin da ora ritiene probabile.
