Giuseppe D’assaro, 46 anni, pregiudicato per omicidio. Ammette di aver ucciso la convivente ferendola alla testa e gettando il corpo nel pozzo del giardino di casa, ma accusa un altro personaggio di essere il mandante. Condannato a 30 anni, tenta la fuga durante un permesso premio
Mazara del Vallo (Trapani), 16 Aprile 2007
Titoli & Articoli
Uccisa e gettata nel pozzo si costituisce il convivente (La Repubblica – 8 luglio 2007)
La polizia era sulle sue tracce ormai da settimane, poi la svolta: Giuseppe Dassaro, 46 anni di Mazara del Vallo, presunto omicida di Sabina Maccarone, 40 anni, trovata morta in un pozzo, ha deciso di costituirsi. L’ uomo lo ha fatto ieri mattina con una telefonata da una cabina telefonica, al 112 dei carabinieri. «Sono Giuseppe Dassaro, sto arrivando a Guarrato venitemi a prendere».
In carcere gli è stato notificato l’ ordine di custodia per il delitto scoperto nelle campagne di San Nicola. La mattina del 16 aprile scorso la madre di Dassaro che vive a Villafrati, in provincia di Palermo, visitando la villetta di sua proprietà a pochi chilometri da Mazara si accorge che il pozzo artesiano è murato con calce e cemento. Pensando al peggio, e non vedendo né Sabina Maccarone che conviveva da alcuni giorni con il figlio, né quest’ ultimo, avvisa la polizia che fa intervenire i vigili del fuoco. In fondo al pozzo c’ è il corpo senza vita di Sabina. Presenta una vistosa ferita al cranio, calza scarpe con i tacchi ed è ancora vestita. Di lei non si avevano notizie da dieci giorni. I genitori della donna che vivono a San Benedetto del Tronto l’ avevano sentita per l’ ultima volta ai primi di aprile. Sabina abitava a Sciacca, lavorava in un pub.
Dassaro e Sabina si sarebbero conosciuti attraverso Gianni Melluso, il camorrista pentito che accusò Enzo Tortora. Melluso deciso a liberarsi della Maccarone l’ avrebbe affidata a Dassaro, conosciuto durante una comune detenzione. Martedì il presunto omicida verrà sentito in carcere. Promette già rivelazioni anticipate durante la traduzione in carcere. (di Laura Spanò)
Gianni il bello assolto/ Caso Maccarrone, ergastolo annullato a Melluso: e D’Assaro? (il Sussidiario – 6 marzo 2019)
Gianni Melluso, detto Gianni il bello, assolto in secondo grado: era stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Sabine Mazzarrone, accusato da D’Assaro
Con la decisione della Corte d’Appello di Palermo, che ieri ha annullato l’ergastolo a Gianni Melluso detto “il bello”, assolvendolo dalle accuse di omicidio di Sabine Maccarrone, un altro femminicidio resterà impunito. Neppure lui si aspettava l’assoluzione e proprio per questo, come spiega Corriere.it, aveva preferito non assistere alla sentenza in tribunale. Ed invece proprio dal carcere di Pagliarelli, a Palermo, dove era detenuto, ieri è uscito con addosso una tuta blu e due sacchi di plastica in mano. Per il delitto della 39enne però, resta in carcere Giuseppe D’Assaro, pregiudicato di Mazara e che lo stesso Melluso aveva indicato agli inquirenti come il possibile autore dell’omicidio della donna italo-svizzera. Il bello agli inquirenti confermò di avere avuto una relazione con la vittima ma nessuna ragione per ucciderla. Dopo il suo arresto, però, D’Assaro si vendicò dicendo sì di essere stato lui ad uccidere la donna ma su mandato proprio di Gianni il bello. Questo diede il via al processo di primo grado che condannò Melluso all’ergastolo, sentenza poi ribaltata in Appello. Per il delitto Maccarrone, dunque, resta in carcere solo un uomo, D’Assaro appunto, condannato a 30 anni. (Aggiornamento di Emanuela Longo)
Padova. Omicida in permesso va al Santo e poi scappa: dovrà rispondere di evasione (il Gazzettino – 15 giugno 2023)
È durata tre giorni la latitanza di Giuseppe D’Assaro, 61enne siciliano di Mazara Del Vallo che da sedici anni sta scontando una condanna per omicidio
Ha chiesto di usare il suo terzo permesso premio per aggiungersi alle decine di migliaia di pellegrini che in questi giorni affollano Padova per rendere omaggio al patrono sant’Antonio. E la visita in basilica l’ha fatta, facendosi pure raggiungere dalla sorella che vive in Sicilia, salvo poi abbandonare sia la donna che il sagrato per darsi alla fuga alla volta dei Balcani. È durata tre giorni la latitanza di Giuseppe D’Assaro, 61enne siciliano di Mazara Del Vallo che da sedici anni sta scontando una condanna per omicidio al carcere Due Palazzi di Padova. Fuggito domenica mattina, è stato arrestato ieri alle 10 vicino al porto di Ancona, da cui si ritiene volesse espatriare, dopo un fine settimana di ricerche da parte del Nucleo investigativo regionale della polizia penitenziaria e degli agenti della Casa di reclusione padovana.
D’Assaro è recluso a Padova dal 2007, quando confessò di essere stato l’esecutore materiale dell’omicidio di Sabine Maccarrone, 39enne italo-elvetica trovata cadavere il 16 aprile di quell’anno in un pozzo artesiano nelle campagne di Mazara, all’esterno di un casolare di proprietà della madre del D’Assaro. In carcere ha cominciato a lavorare al call center gestito dalla cooperativa Giotto e di recente ha potuto beneficiare dei permessi premio. Sabato scorso ha ottenuto il terzo e, poco dopo l’alba, è stato accompagnato in centro città da un volontario di una delle associazioni che operano con i detenuti. Ha incontrato la sorella, partita dalla Sicilia per incontrarlo, e hanno visitato il Santo. Passata la prima notte fuori dal carcere, domenica mattina il 61enne è sparito. Immediatamente è scattata la macchina delle ricerche, andate avanti per tutto il fine settimana. Ieri a metà mattina è arrivata la svolta, quando gli agenti della Penitenziaria lo hanno rintracciato. Era ad Ancona, nei pressi del porto, e quando si è visto raggiungere è rimasto stupefatto ma non gli è rimasto che consegnarsi. D’Assaro è quindi stato riportato in carcere a Padova e dovrà ora rispondere anche del reato di evasione, che andrà ad allungare la sua permanenza al Due Palazzi dove per l’omicidio Maccarrone gli restavano da scontare dieci anni.
Il killer. D’Assaro non si è macchiato soltanto del delitto della 39enne italo-elvetica, per il quale accusò di essere il mandante Gianni Melluso, detto “il Bello” (altro volto noto della criminalità siciliana dapprima condannato a 30 anni e recentemente assolto in Appello per non aver commesso il fatto). Il 61enne di Mazara uccise la donna meno di due anni dopo essere uscito di prigione, dove aveva scontato una condanna per aver ammazzato a bastonate, nel giugno 1985 a Como dove era in soggiorno obbligato, il 75enne Antonio Signorelli per rapinarlo di 100mila lire.
Denise Pipitone. Nel 2007, quando si consegnò ai carabinieri reo confesso del delitto Maccarrone, D’Assaro salì alla ribalta delle cronache anche per le sue dichiarazioni (e successive smentite) su un caso che all’epoca teneva col fiato sospeso tutta Italia: la sparizione della piccola Denise Pipitone, avvenuta nel 2004 Mazara Del Vallo quando la piccola aveva 3 anni. D’Assaro negli anni ‘80 era stato sposato con Rosalba Pulizzi, sorella di Piero Pulizzi, padre naturale di Denise. La bambina – rivelò D’Assaro pur con una marea di cambi di versione – dopo il rapimento sarebbe stata tenuta a casa della figlia e del genero a Palermo, sarebbe morta dopo aver assunto dei tranquillanti e lui stesso ne avrebbe poi gettato il corpicino in mare dentro un borsone. Affermazioni che a più riprese sono state considerate non attendibili, ma che fecero finire iscritti nel registro degli indagati Rosalba Pulizzi, la figlia Giovanna D’Assaro e il marito di quest’ultima, Antonino Cinà (poi usciti dall’inchiesta), oltre allo stesso 61enne. (di Serena De Salvador)
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In memoria di
CONDANNATA PER AVERE INGIUSTAMENTE ACCUSATO UN UOMO DI OMICIDIO (Sciacca.it – 24 marzo 2009)
Venti mesi di reclusione per una donna di 42 anni che nell’estate del 2007 avrebbe falsamente incolpato un uomo di Sciacca dell’omicidio di Sabine Maccarone, la donna trovata cadavere a Mazara del Vallo nell’aprile del 2007 dopo avere abitato e lavorato nella città termale per diverso tempo. Benedetta Campo, palermitana ma residente a Sciacca, è stata condannata al termine dell’udienza tenutasi davanti al Gup del Tribunale di Sciacca, Salvatore Giannino. Secondo la pubblica accusa, nel corso di una telefonata effettuata al commissariato di Sciacca, Benedetta Campo avrebbe riferito che il responsabile di quell’efferato omicidio era stato il saccense Sutera, pur sapendo che l’uomo non aveva avuto nulla a che vedere con quel fatto di sangue. La Campo avrebbe anche infierito sull’uomo e sulla moglie, Francesca Novembrino, con ingiurie e minacce di morte.
Sabine Maccarrone, aveva lavorato a Sciacca in un bar, era parecchio nota e certamente aveva avuto contatti con persone del luogo ed in più occasioni. Aveva abitato una casa di via Puleo che era di proprietà della famiglia di Gianni Melluso, noto alle cronache avere accusato negli anni ’80 il presentatore Enzo Tortora di detenzione e spaccio di cocaina.
Sabine Maccarrone aveva avuto une relazione con Giuseppe D’Assaro, pregiudicato per omicidio, che era stato compagno di cella di Melluso nel carcere di Catania. D’Assaro era scomparso contemporaneamente alla ragazza trovata cadavere nel pozzo. Poi si costituì confessando di essere stato lui ad uccidere la donna. Della vicenda si era occupata anche la trasmissione “Chi l’ha visto ?” nell’ambito delle ricerche di Denise Pipitone, la bambina scomparsa nel 2004. Un legame tra i due casi c’è, ed è il fatto che D’Assaro era stato sposato con una zia di Jessica Pulizzi, indagata per la scomparsa della Pipitone. Un’intervista a Melluso fece particolare scalpore: l’ex pentito parlò della donna uccisa e di quel suo compagno di cella che gli avrebbe anche fatto confidenze sulla scomparsa della bambina. D’Assaro si sarebbe anche autoaccusato della morte della piccola Denise, avrebbe confessato al procuratore della Repubblica di Marsala, Silvio Sciuto, di aver aiutato l’ex moglie a disfarsi del corpo della piccola. Una ricostruzione che però non ebbe ulteriori riscontri. I due episodi, la scomparsa della bambina e la morte della Maccarrone, si sono quindi incrociati, dando vita inoltre alla ricomparsa su giornali di Melluso, oggi cinquantenne ed ancora detenuto, che in più occasioni torna però nel suo paese d’origine grazie a dei permessi speciali.
