Nei gironi più profondi del degrado, in fondo al baratro, questo accade. Non sappiamo con che frequenza, possiamo immaginarlo. La prostituta è la vittima ideale: facile da individuare, sola, disponibile a dare confidenza a uno sconosciuto, ad appartarsi con lui in un luogo isolato. Poco o per niente inserita in un contesto sociale, spesso scollegata dai parenti perché assenti o lontani, la prostituta che scompare rappresenta il “numero oscuro” per antonomasia. Ancora, rappresentano gli obiettivi ideali di assassini seriali missionari, quelli che vogliono “ripulire” la società e anche di quelli per i quali il sesso profondamente si intreccia al movente. Questa donna rappresenta a livello simbolico la figura della madre, quella individuata diventa il capro espiatorio: la metafora della vittima da controllare, umiliare per separarsi da chi l’ha messo al mondo. Così, per tutte queste caratteristiche hanno rappresentato sia i profili tipici delle vittime dei serial killer, come in Italia così negli Usa, e altresì i casi più difficile da risolvere. Infatti, quando si trova una lucciola ammazzata si pensa al racket della prostituzione, a quel mondo poco scandagliato di sfruttatori e vittime che offrono i loro corpi. Quasi mai si pensa a un solitario cliente assassino.

 

 

Torniamo a Roberto Spinetti, classe 1964, che nell’autunno 2003, firmò omicidi ad Aosta, in Veneto e a Ravenna. La storia di Spinetti, 39 anni all’epoca, insospettabile ex commerciante di origine abruzzese, residente a Zurigo e trasferitosi in Italia ad ottobre del 2003, è emblematica. Tutto era nato da quando gli inquirenti svizzeri lo avevano segnalato con tanto di mandato di cattura ai colleghi italiani per truffa. Accanito ludopatico, frequentatore dei casino, da Venezia a Montecarlo, fuggiva dagli alberghi dove dimorava senza pagare il conto e era indicato come autore di truffe nel settore immobiliare; dopo aver lasciato diversi “buffi” in Svizzera si era trasferito in Italia. Presto però, ci si accorge che quest’uomo non è solo uno spavaldo truffatore, insegue le prostitute, le rapina, per poi ucciderle, senza consumare rapporti sessuali. Dopo averle ammazzate, le abbandona seminude e senza slip. Spinetti viene ricercato in diverse regioni, gli inquirenti ricostruiscono ogni mosaico delle sue azioni predatorie, fino a localizzarlo in Campania. Inseguito in autostrada, a Eboli finalmente viene fermato dalla polizia. Barba, baffi, occhi scuri, il volto anonimo, l’uomo sembra inoffensivo invece è un assassino. È accusato dagli inquirenti veneziani di aver cercato di uccidere sul litorale di Jesolo, nella località balneare di Cavallino, una prostituta bulgara, Vanya T., 29 anni. Dopo un diverbio, Spinetti picchia la ragazza, la deruba dei soldi che aveva in borsa e l’abbandona nella zona. Prima però le spara un colpo di pistola alla nuca. Vanya è l’unica a sopravvivere alla furia omicida di questo assassino. Rimarrà però paralizzata.

Giorno dopo giorno, gli investigatori riesaminano alcuni omicidi rimasti insoluti e riascoltano i testimoni. Ed emerge un’ipotesi inquietante. «Seguendo la pista della prostituta bulgara – dicono gli inquirenti coordinati dall’allora vice questore Diego Parente – iniziamo a sospettare che Spinetti possa essere l’autore di altri omicidi consumati in un mese nel nord Italia». Infatti, l’accusa degli inquirenti si aggrava ancora: Spinetti viene indicato come l’assassino di altre due prostitute. Si tratta di Catena Molino, uccisa il 12 ottobre 2003 a Champdepraz (Aosta) e Graziella Fabbri, 41 anni, di Ravenna, il cui corpo era stato trovato nel fosso di una strada sterrata ai margini della pineta di Classe, il successivo 25 ottobre. Due omicidi in soli due mesi, due omicidi eseguiti con la stessa arma, assai compatibile con quella ritrovata dopo l’inseguimento dell’uomo fino a Eboli, una pistola calibro 7.65.

Ad aggravare la posizione di Spinetti emerge un ulteriore dettaglio che non sembra proprio una coincidenza: dopo il tentato omicidio, qualcuno avrebbe utilizzato il cellulare di Vanya proprio dal luogo dove si trovava l’indagato. In particolare, cosa determinante, viene accertato, tramite i tecnici della Tim, che solo poche ore dopo l’aggressione della prostituta avvenuta sul litorale di Jesolo, proprio da quel portatile era partita una telefonata a un numero erotico: chiamata che agganciava la stessa cella telefonica dell’albergo di Spinetti. Ovvero, si scoprì che il cellulare era individuabile lungo la Romea, all’altezza dell’hotel nel quale Spinetti alloggiava quella notte. Contro di lui il pubblico ministero valorizzò anche i ricordi di quattro donne e un transessuale: a processo i cinque testi hanno ricordato come la sera dell’aggressione a Vanya, avevano notato un’auto rossa aggirarsi nella zona. Auto su cui Vanya era poi salita senza problemi tanto che tutti pensarono a un normale cliente.

Per alleggerire la posizione dell’imputato, i difensori provarono a usare la carta dell’incapacità di intendere e volere al momento dell’omicidio. Ma nell’ufficio del gup, Ferdinando Buatier de Mongeot, lo psichiatra torinese Roberto Gianni depositò il suo elaborato inequivocabile: Spinetti uccideva consapevole e può partecipare al processo. Capisce quando ammazza e vi trova piacere e sollievo.

(Articolo di Gianluigi Nuzzi su La Stampa, 24 marzo 2024)