Zoe Trinchero, 17 anni, studentessa e barista. Presa a pugni, strangolata e gettata ancora viva in un canale da un pretendente respinto
Nizza Monferrato (Asti), 6 Febbraio 2026
Titoli & Articoli
Zoe aveva 17 anni. E’ stata ammazzata in una sera qualunque. Poi il buio, l’acqua, il silenzio (La Voce – 7 febbraio 2026)
Uccisa dopo una notte con gli amici, trovata nel Rio Nizza. Una città che non dorme, una comunità che chiede verità e rischia di perdere se stessa
Nizza Monferrato oggi è immobile, trattiene il respiro. Le strade sono le stesse di sempre, i portoni chiusi, le luci accese dietro le tende, ma l’aria è cambiata. È l’aria delle giornate che non passano, delle domande che non trovano risposta, delle ore che sembrano allungarsi fino a diventare interminabili.
Zoe Trinchero aveva diciassette anni e una vita che correva veloce, come quella di tante ragazze della sua età: lavoro, amici, una città che conosci a memoria e che pensi, ingenuamente, ti protegga solo perché è “casa”. Lavorava al bar della stazione, un impiego semplice, concreto, fatto di turni serali, di clienti abituali, di sorrisi scambiati tra un caffè e un biglietto del treno. Aveva un contratto a tempo determinato e, secondo quanto riferito da ricostruzioni raccolte nelle ore successive, proprio alla fine dell’ultimo turno avrebbe parlato con il barista che le avrebbe confidato l’intenzione di trasformarlo a tempo indeterminato: una parola che, a 17 anni, suona come una promessa di futuro, come un appiglio di normalità. Venerdì sera saluta, esce dal locale e incontra il suo gruppo. La serata comincia come cominciano tutte le serate che poi diventano tragedia: senza nessun allarme, senza nessun segnale che il buio stia già lavorando.
Le ricostruzioni, ancora in fase di verifica, raccontano di un passaggio in una birreria nella zona dei locali, di un tempo condiviso con gli amici, di risate e chiacchiere che restano lì, sospese, perché nessuno oggi riesce più a pronunciarle senza sentire un colpo alla gola. A un certo punto, sempre secondo quanto riferito da chi era con lei, si sarebbe presentato un giovane che avrebbe avuto un interesse per Zoe e che lei avrebbe respinto. Non è un dettaglio da romanzo, è uno di quei frammenti che, nella cronaca giudiziaria, diventano subito materia di verifica: chi è arrivato, a che ora, con chi ha parlato, dove si è spostato, chi l’ha visto, chi può confermare. I due – così viene raccontato – si sarebbero allontanati di poco, per parlare. Un gesto che in qualsiasi altra serata sarebbe banale, quasi invisibile. In questa, invece, diventa un bivio.
Poi, a un certo punto, Zoe si allontana da sola. O forse non è più con gli altri, e gli altri si accorgono dopo che il tempo si è dilatato e l’assenza è diventata preoccupazione. Il telefono non risponde. Le chiamate restano mute. È quell’attimo in cui gli amici passano dalla spensieratezza all’ansia, dall’attesa al panico: iniziano a cercarla, improvvisati e affannosi, lungo le vie del centro, nei luoghi conosciuti, nei passaggi che sembrano sicuri solo perché li percorri da sempre. È una corsa contro qualcosa che ancora non ha un nome, ma che già fa paura.
E poi c’è il canale. Il Rio Nizza. Un corso d’acqua che passa in mezzo alle case, che costeggia via Spalto Nord prima di confluire verso il Belbo. Non è un angolo remoto, non è un posto dimenticato: è un luogo frequentato, attraversato, quasi domestico. Secondo una prima ricostruzione, a dare l’allarme sarebbe stato un abitante del posto che, verso mezzanotte, avrebbe visto da casa un corpo nel rio, in un tratto in cui l’acqua scorre vicina ai muri e alle finestre. Quando si avvicina, si imbatte in un gruppo: sono gli amici che stanno già cercando Zoe. In alcune versioni si parla di loro come dei primi a trovarla e, in un gesto disperato, umano fino a far male, di ragazzi che si gettano nel canale per tentare di soccorrerla, tirarla fuori, strapparla all’acqua. È un’immagine che resta addosso: corpi giovani che si sporcano, che tremano, che urlano, che chiamano aiuto con la voce spezzata. Arriva il 118, arrivano le forze dell’ordine, arrivano i vigili del fuoco. Ma per Zoe Trinchero non c’è più nulla da fare.
Da quel momento la cronaca diventa indagine. I carabinieri arrivano, delimitano l’area, iniziano i rilievi, raccolgono i primi racconti, fissano gli orari, cercano di capire cosa sia successo in quel “buco” di tempo su cui ora si concentra tutto. La notizia corre veloce, rimbalza di bocca in bocca, passa dai telefoni ai social, entra nelle case. La Procura di Alessandria apre un fascicolo per omicidio. È la parola che cambia tutto, quella che spezza definitivamente la possibilità di una spiegazione facile. Non si parla più di una scomparsa. Non si parla più di un incidente. Si parla di una ragazza uccisa.
Nelle ore successive emergono elementi che, se confermati dagli accertamenti medico-legali, disegnano un quadro inquietante: lividi al volto, ferite riconducibili a un trauma cranico, segni compatibili con uno strangolamento. C’è anche un’ipotesi investigativa che si fa strada – e che va maneggiata con la prudenza che impone la cronaca giudiziaria nelle prime ore – quella di una Zoe strangolata e poi gettata nel rio. È su questo, secondo quanto riferito, che lavorano i carabinieri del comando provinciale di Asti: ricostruire da mezzanotte del 7 febbraio una dinamica che al momento è solo una trama di indizi, testimonianze, riscontri da trovare.
In queste ore i carabinieri hanno ascoltato numerose persone. Hanno interrogato gli amici per cercare di ricostruire le ultime ore, per fissare i dettagli che nella memoria si confondono: chi ha visto cosa, chi è rimasto con chi, chi ha chiamato, chi si è mosso, chi ha detto cosa. E’ stato sentito un amico indicato come l’ultimo ad averla vista. Nelle ricostruzioni circolate si parla di una presenza in caserma, di un interrogatorio che si protrae, di un avvocato – un’avvocata – fatto arrivare dopo alcune ore. Un passaggio che, per chi scrive di cronaca giudiziaria, non è un dettaglio: segnala che gli investigatori vogliono fissare bene i passaggi, chiarire contraddizioni, verificare ciò che viene riferito. Non significa colpa, non significa innocenza: significa che in quel punto della notte, in quella manciata di minuti, potrebbe esserci qualcosa di decisivo.
E intanto la città reagisce di pancia. Perché quando muore una ragazza di diciassette anni, quando la parola “omicidio” entra nelle cucine e nei bar, quando l’acqua di un canale si trasforma in scena del crimine, la comunità si spacca tra dolore e rabbia, tra bisogno di giustizia e bisogno di un colpevole subito, anche a costo di sbagliare. Un gruppo di residenti alle prime ore di questa mattina s’è radunato sotto l’abitazione di un giovane con problemi psichiatrici. Un ragazzo di origine africana, residente in paese da anni, fragile, facile bersaglio. E’ la paura che si trasforma in rabbia, il bisogno di dare un volto al male, di stringerlo in un nome, in un indirizzo. È il meccanismo più pericoloso che esista nei casi di cronaca nera: la piazza che anticipa il tribunale, il sospetto che diventa sentenza, il dito puntato che diventa branco. Il giovane è stato preso in consegna dai carabinieri per ragioni di sicurezza. Non risulta indagato, non ci sono provvedimenti giudiziari a suo carico, e dopo accertamenti è stato ritenuto estraneo ai fatti. Ma quel raduno, quel rischio di linciaggio, quelle urla sotto una finestra restano una fotografia feroce: la comunità che non riesce più a stare ferma, che pretende risposte immediate, anche quando la giustizia – quella vera – ha bisogno di tempo, di prove, di riscontri, di prudenza.
Le parole degli amici di Zoe arrivano spezzate, cariche di incredulità. «Io non posso dire che è stato lui. Ma se è stato lui, per fare una roba del genere deve essere impazzito. In ogni caso spero che il colpevole sia trovato presto». È una frase che non accusa e non assolve, ma restituisce tutta la confusione di chi si trova improvvisamente dentro un incubo. Lo stesso amico chiarisce che l’interrogato «non aveva alcuna relazione con Zoe» e che «non ci aveva neanche provato». «D’altra parte lui è fidanzato», aggiunge. Parole che entrano nel fascicolo morale di una città, prima ancora che in quello giudiziario. E, nello stesso tempo, fanno capire quanto sia sottile il confine tra il raccontare e l’inventare, tra ciò che si sa e ciò che si crede, tra ciò che si vorrebbe vero e ciò che purtroppo potrebbe esserlo.
Nel lavoro degli investigatori, invece, tutto deve tornare. Ogni dettaglio viene passato al setaccio: gli ultimi messaggi, i percorsi, gli orari, le immagini, le chiamate. Si verifica dove Zoe sia stata vista per l’ultima volta con certezza. Si controlla se il corpo sia finito in acqua lì, in quel punto, o se possa essere stato spostato. Si cercano tracce, si ascoltano versioni, si confrontano i racconti. Il primo esame del medico legale avrebbe riscontrato lesioni tali da far pensare subito a un omicidio; l’autopsia dovrà chiarire le cause e i tempi della morte, confermare o smentire i segni che oggi vengono letti come compatibili con strangolamento e trauma cranico, stabilire se vi siano altri elementi utili per incastrare la dinamica. È il lavoro freddo e necessario della cronaca giudiziaria: quello che non fa rumore ma che, alla fine, deve portare a una verità processuale. E in questo lavoro c’è anche il ruolo del sostituto procuratore Giacomo Ferrando, indicato nelle ricostruzioni come presente nella fase dell’interrogatorio: anche questo è un segnale della gravità con cui viene trattata la vicenda.
Intanto Nizza Monferrato vive sospesa. C’è chi abbassa la voce al bar, chi guarda con sospetto il vicino, chi ripensa ai propri figli che escono la sera. La morte di Zoe Trinchero come uno specchio in cui tutti si riflettono, un evento che scardina la percezione di sicurezza, che incrina l’idea di normalità. Non è solo una storia di tribunali e verbali: è una ferita aperta, è una comunità che si scopre vulnerabile, attraversata da una rabbia che cerca uno sbocco e da un dolore che non sa dove andare. E in mezzo, come sempre, c’è il rischio più grande: che la caccia al colpevole diventi caccia all’uomo, che la giustizia venga sostituita dalla voce più forte, che il bisogno di chiudere in fretta la storia produca un’altra ingiustizia, un altro dolore.
E mentre le indagini vanno avanti, resta quella domanda che nessuno riesce a scrollarsi di dosso: cosa è accaduto davvero a Zoe in quelle ore? Dov’è iniziato l’incubo, e in quale punto preciso la serata “normale” si è spezzata? La risposta, quando arriverà, non restituirà la vita a una ragazza di diciassette anni. Ma sarà l’unico argine possibile contro il caos delle ipotesi, dei sospetti, delle paure, contro la tentazione di crearsi una verità di comodo pur di non restare nel vuoto. Insomma, Nizza Monferrato aspetta. E nel frattempo impara – nel modo più crudele – quanto possa essere fragile la linea che separa una sera qualunque dall’orrore. (di Gianluca Ottavio)
Il lavoro al bar e il sogno psicologia, «tutti adoravano Zoe» (il Sole 24 Ore – 7 febbraio 2026)
Una ragazzina allegra, solare e con un sogno: diventare psicologa “per aiutare gli altri”. Non importa chi sia a parlare: a Nizza Monferrato, una città di diecimila abitanti dove tutti conoscono tutti, le parole che si spendono per parlare di Zoe sono queste e poche altre. Una diciassettenne capace di suscitare affetto e simpatia al primo sguardo. “Un peperino che studiava, lavorava e si dava un gran da fare”, dice uno dei suoi tanti amici. La morte di Zoe Trinchero ha sconvolto la routine di questa località incastonata fra Alessandria, Asti, Alba e quelle vigne del Piemonte che producono vini rinomati in tutto il mondo. La rabbia è montata non appena si è sparsa la notizia del ritrovamento del suo corpo senza vita.
Uno stato d’animo che per poco non ha provocato una seconda tragedia e che ha visto protagonista, suo malgrado, un giovane di origini straniere che vive a Nizza fin da quando era bambino. Il giovane ha dei problemi ed è seguito dai centri di igiene mentale: così, quando si è diffusa la notizia della morte di Zoe, i pregiudizi, accompagnati da alcune voci che in realtà, si scoprirà solo più tardi, altro non erano che un depistaggio messo in piedi dal presunto assassino, il peggio è venuto a galla: decine di persone hanno assediato la sua casa, al punto che sono dovuti intervenire i carabinieri per prenderlo in consegna e metterlo al sicuro. Si è poi chiarito che lui, con Zoe, non c’entrava niente. Ora che sono scattate le manette a Nizza restano il dolore, lo sconcerto, l’incredulità. Nessuno dice che in città sia sempre filato tutto liscio. E’ Leonardo, 20 anni, uno dei tanti amici di Zoe: “Quando uscivamo alla sera andavamo sempre a prenderla al lavoro. Con la gente che gira da queste parti non ci fidavamo a lasciarla sola”. Non solo. Il giovane, riferendosi a una delle tante persone ascoltate dai carabinieri prima di procedere all’arresto del sospettato, ha detto che “non è esattamente un personaggio tranquillo”. “Ma per fare una cosa del genere, sempre ammesso che sia stato lui, deve essere impazzito”, ha aggiunto. Zoe non era fidanzata. Qualche tempo fa aveva detto ’no’ a un ragazzo che la stava corteggiando, ma era finita lì.
“A me – dice Nicole, l’amica del cuore – non ha mai raccontato niente di preoccupante. E fra noi credo che non ci fossero segreti”. Dal 9 dicembre Zoe lavorava al bar della stazione. Quattro ore al giorno. “Proprio ieri – dice il titolare – avevamo parlato di rinnovo del contratto. Era molto cordiale con i clienti, si faceva voler bene. Gli amici passavano sempre a prenderla ma restavano fuori, educatamente, ad aspettare che uscisse. E’ andata così anche venerdì. Dopo le ultime battute ha salutato tutti dicendo ’ci vediamo domani”.
Zoe Trinchero, l’autopsia stabilirà se poteva essere salvata. Confessa l’omicida (SkyTg24 – 8 febbraio 2026)
Ad ammettere di aver commesso il femminicidio è stato un amico, Alex Manna, non ancora ventenne. Nella prima ricostruzione dei carabinieri e del pubblico ministero, alcuni elementi sono già delineati: la furia si sarebbe scatenata dopo un approccio rifiutato da parte della ragazza
Sarà l’autopsia a stabilire se Zoe Trinchero, la 17enne uccisa a Nizza Monferrato dal reo confesso Alex Manna, sia morta per i pugni ricevuti, per strangolamento, o la successiva caduta nel canale dove il suo corpo è stato ritrovato ore dopo. E, soprattutto, se un intervento più rapido l’avrebbe potuta salvare: l’aggressore, a quanto emerso, si è allontanato senza chiamare i soccorsi.
Il paese è sotto choc. La diciassettenne di Nizza Monferrato è morta tra le urla e i disperati tentativi di difendersi e divincolarsi, colpita dai pugni al volto che non le hanno dato scampo, fino allo strangolamento. È stata trovata senza vita in un piccolo ruscello, ennesima vittima dell’incapacità degli uomini di accettare un rifiuto. Alex Manna, amico non ancora ventenne della vittima, ha confessato. Nella prima ricostruzione dei carabinieri e del pubblico ministero, alcuni elementi sono già delineati: la furia si sarebbe scatenata dopo un approccio rifiutato da parte della ragazza. Non solo: Manna avrebbe accusato del femminicidio un altro giovane, un ragazzo nordafricano, che ha rischiato per questo il linciaggio. Manna, secondo investigatori e inquirenti, sarebbe stato l’ultimo a vedere la vittima, con la quale non aveva e non aveva avuto in passato alcun legame sentimentale.
Alex Manna viene ascoltato in caserma e, quando arriva un’avvocata ad assisterlo, è chiaro che la sua posizione è cambiata. “Abbiamo discusso, le ho dato un pugno, forse più pugni, io facevo boxe. Non so perché. Comunque non l’ho buttata giù nel canale, l’ho solo lasciata cadere“, avrebbe detto Manna nella sua confessione.
Il giovane ha raccontato anche il tentativo di depistaggio, gettando la colpa su di un altro ragazzo del paese: “Ho detto in giro che poteva essere stato lui – avrebbe sostenuto davanti ai carabinieri e al pm – perché si sa che è un po’ strano. Ho raccontato che ci ha aggrediti e che sono scappato. Mi spiace, ho fatto male”. Una versione che corrisponderebbe a quanto alcuni amici avrebbero riferito, sottolineando però quanto fosse “impossibile”. “Ora che sappiamo la verità, sembra impossibile fosse indifferente, mentre la famiglia, disperata, la cercava”, hanno affermato.
Fin dalle prime ore delle indagini, i carabinieri avevano rilevato evidenti incongruenze nelle dichiarazioni dello stesso ragazzo, ascoltato in caserma alla presenza di un avvocato e del pm Giacomo Ferrando della procura di Alessandria, che coordina le indagini per competenza. Gli investigatori avevano così avviato una serie di accertamenti, che hanno portato al suo fermo e all’apertura delle porte del carcere.
La giovane aveva terminato intorno alle 21 il turno serale al bar della stazione di Nizza Monferrato, dove lavorava part time. Quindi si è spostata verso il centro cittadino: una serata a cena a casa di amici, alla presenza anche di Alex. Proprio con lui, in seguito, si sarebbe allontanata. Poco dopo, il ventenne avrebbe contattato gli altri giovani e avrebbe riferito che lui e Zoe Trinchero erano stati aggrediti da un uomo di origine nordafricana, noto in città per gravi problemi psichiatrici. Una ricostruzione ritenuta dagli inquirenti subito priva di fondamento, ma che ha contribuito ad alimentare tensioni e sospetti.
Il corpo di Zoe Trinchero è stato trovato poco prima di mezzanotte nel greto del rio Nizza, un piccolo corso d’acqua che attraversa la città, in una zona non lontana dal centro. Sul cadavere ci sono evidenti segni di violenza e percosse, lesioni nella zona del collo e tumefazioni sul volto. Un quadro che fa subito pensare a un’aggressione. Inizia il passaparola e una trentina di persone si ritrova sotto casa dell’uomo indicato da Manna come l’aggressore. L’intervento dei carabinieri è necessario per proteggerlo ed evitare conseguenze più gravi. I militari intanto avviano le indagini.
Mentre ancora si attendeva la confessione di Manna, gli amici della ragazza sembravano increduli: “Io – ha detto uno di loro – non posso dire che è stato lui. Ma se è stato lui, per fare una roba del genere deve essere impazzito. In ogni caso spero che il colpevole sia trovato presto”. Ha aggiunto che Manna “non aveva alcuna relazione con Zoe” e che, a quanto gli risultasse “non ci aveva neanche provato”. “D’altra parte – ha aggiunto – lui è fidanzato”. Poi sarebbe arrivata la confessione: ci sarebbe stato un no della ragazza a spingerlo verso l’aggressione mortale. Il ventenne risulterebbe già legato a un’altra persona, circostanza che non gli avrebbe impedito di tentare un approccio anche con la vittima. Di fronte al rifiuto della ragazza, sarebbe scattata una reazione violenta culminata nel femminicidio. La giovane avrebbe tentato di urlare e di difendersi, ma sarebbe stata infine strangolata, senza riuscire a sottrarsi alla violenza. Quindi Manna si sarebbe allontanato dal luogo del delitto per rientrare a casa. Un cambio di indumenti, sporchi del sangue della vittima, per poi tornare dagli amici. Prima di tentare di negare a tutti quello che poi ha confessato.
C’è una chiamata non risposta, intorno alle 23.30 di venerdì sera, sul telefono di Nicole, la migliore amica di Zoe Trinchero. “Non capita mai – dice al Corriere della sera Nicole della chiamata -, ma sono andata a dormire prestissimo e non riesco a perdonarmelo. Io e lei abbiamo la posizione condivisa, così sappiamo sempre dove siamo”. Nicole, a proposito di Manna, su Repubblica, aggiunge: “Ci siamo lasciati perché non mi piaceva il suo comportamento e non l’ho mai più sentito da aprile dell’anno scorso. Non usciva più tanto spesso con il nostro gruppo, ma quando lui c’era io non andavo“. Di Alex racconta: “Non ha un carattere facile e non è un tipo tranquillissimo. Con me era ossessivo e possessivo, non potevo parlare né uscire con nessuno. Una volta ha sferrato un violento pugno contro la finestra per un motivo banalissimo: aveva litigato con suo fratello”. “Non è cattivo, però è un po’ aggressivo. Con me non ha mai alzato le mani, ma perde la pazienza facilmente – ha spiegato la ragazza alla Stampa -. Di punto in bianco diventava oppressivo, geloso. Non ha un brutto carattere, però quando perdeva la pazienza rompeva le cose. Una volta ha distrutto i vetri della sua stanza, prendendosela con gli oggetti”.
“Il giorno dei funerali di Zoe sarà anche lutto cittadino”. Il sindaco di Nizza Monferrato, Simone Nosenzo, aveva inizialmente pensato di proclamarlo già domani, lunedì, ma poi ha deciso di rimandare. “Zoe era una ragazza solare, che spesso incontravo per le vie della città. Era conosciuta e benvoluta qui a Nizza: credo sia giusto che venga salutata come merita dall’intera comunità che l’ha cresciuta e amata”, aggiunge. Ora la salma di Zoe Trinchero è a disposizione delle autorità giudiziarie per l’esame autoptico e non si conosce ancora la data delle esequie “Siamo tutti sconvolti, l’intera comunità è traumatizzata”, racconta il primo cittadino, ricordando la giovane ai tempi delle scuole medie: “Aveva frequentato l’indirizzo musicale in città, poi, da poco meno di due mesi, era stata assunta al Bar della Stazione per quattro ore al giorno. Il titolare era soddisfatto di lei e del suo lavoro e le avrebbe rinnovato il contratto. So che da grande sognava di diventare psicologa per aiutare gli altri“. Tutto si è fermato in un venerdì sera che Nizza Monferrato non dimenticherà. “Adesso non diventerà più grande: non si può morire così, aveva 17 anni”, conclude Nosenzo.
Autopsia su Zoe Trinchero: era viva quando è stata gettata nel canale Nizza (La Voce – 10 febbraio 2026)
La svolta arriva dall’autopsia: la 17enne era viva al momento della caduta. Alex Manna ha confessato l’aggressione
La verità che emerge dall’autopsia è di quelle che aggravano il peso della cronaca e rendono ancora più insopportabile il racconto dei fatti. Zoe Trinchero, 17 anni, era ancora viva quando è stata gettata nel canale Nizza. È questo il primo, decisivo elemento emerso dall’esame medico-legale eseguito nella mattinata di lunedì 10 febbraio, un passaggio chiave nell’inchiesta sull’omicidio di Nizza Monferrato.
L’autopsia, condotta dalla dottoressa Alessandra Cicchini, ha stabilito che la morte della ragazza è sopraggiunta a causa dei traumi provocati dalla caduta da un’altezza di circa tre metri e dal successivo impatto con il terreno. Un dato che chiarisce in modo netto la sequenza degli ultimi istanti di vita di Zoe e che conferma come la giovane non fosse priva di sensi né deceduta prima di essere spinta nel dirupo che conduce al corso d’acqua. Un dettaglio che pesa enormemente sul piano umano e su quello giudiziario, perché definisce con precisione il momento in cui l’azione violenta si è trasformata in esito letale.
A fornire una prima ricostruzione dell’aggressione è stato Alex Manna, 19 anni, che ha confessato l’omicidio ai carabinieri. Secondo quanto da lui riferito, nella tarda serata tra venerdì e sabato scorsi avrebbe colpito Zoe con numerosi pugni al volto dopo che la ragazza aveva respinto un suo approccio. Preso dal panico, avrebbe poi trascinato e spinto la 17enne nel dirupo. Una sequenza di azioni che delinea una violenza rapida e brutale, ma che lascia irrisolto il nodo centrale del movente: Manna non ha saputo spiegare perché sia passato dall’aggressione fisica al gesto estremo, limitandosi a riferire di una relazione avuta con Zoe “due o tre anni fa”, un elemento che non chiarisce né giustifica nulla.
Le risultanze dell’autopsia si innestano così su un quadro già grave, rafforzando l’impianto accusatorio e imponendo una lettura rigorosa dei fatti. Il rifiuto evocato dall’indagato non può essere considerato una causa, ma soltanto il contesto in cui si è manifestata una pretesa di controllo e di possesso. La giovane età dei protagonisti non attenua la responsabilità, né rende meno evidente la dinamica che porta a chiamare questo delitto con il suo nome: femminicidio.
La parola non è uno slogan né una forzatura semantica, ma la descrizione di una violenza che colpisce una ragazza in quanto tale, all’interno di una relazione reale o immaginata, e che esplode quando l’autonomia dell’altra persona non viene accettata. È ciò che emerge con forza dal caso di Nizza Monferrato, oggi aggravato dalla certezza che Zoe fosse viva nel momento in cui è stata spinta verso la morte.
Le indagini proseguono per chiarire ogni passaggio precedente all’aggressione, ricostruire tempi e luoghi con precisione e definire il quadro delle responsabilità penali. Ma alcuni punti, ormai, sono fissati con crudezza: l’aggressione fisica, la decisione di spingere la vittima nel dirupo, la causa del decesso legata alla caduta e non a un malore precedente. Dati oggettivi, che la giustizia dovrà ora valutare alla luce delle norme, mentre alla comunità resta il compito più difficile: non distogliere lo sguardo e riconoscere che nominare la violenza è il primo passo per non renderla invisibile. (di Enzo Serra)



