Gianfranco Zani, 53 anni, artigiano, padre separato. Sottoposto a divieto di avvicinamento per maltrattamenti, appicca il fuoco all’appartamento della ex uccidendo il figlio di 11 anni. Condannato a 14 anni per incendio doloso e omicidio colposo
Sabbioneta (Mantova), 22 Novembre 2018
Titoli & Articoli
Sabbioneta, il rogo in cui è morto il piccolo Marco. La madre: «Chiedevo aiuto, mi dicevano di avere pazienza» (Corriere della Sera – 23 novembre 2018)
«Marco non è venuto con noi in macchina perché voleva giocare con la Playstation nella sua cameretta. “Voglio stare in pace senza ascoltare i capricci dei miei fratelli” mi ha detto con un sorriso. È l’ultima immagine che ho di lui…».
Silvia Fojticova, slovacca, 39 anni, da una stanza dell’ospedale Oglio Po di Casalmaggiore, nel Mantovano, parla al telefono con un filo di voce. Sta bene. I medici dicono che ha bisogno di tranquillità ma lei — assistita dagli avvocati Piergiuseppe Storti e Maria Delmiglio — vuole raccontare com’è morto suo figlio Marco, 11 anni, asfissiato nel rogo appiccato giovedì dal marito Gianfranco Zani, artigiano 53enne, precedenti per rapina e lesioni, arrestato dalla Polizia stradale poco dopo essere scappato.
Silvia comincia da quel che è successo in via Tasso 2, a Sabbioneta, davanti alla villetta in cui, lasciando una dimora protetta, era rientrata da pochi giorni dopo che il gip di Mantova aveva intimato al marito violento di stare almeno 100 metri lontano da quella casa. «Invece me lo sono ritrovato davanti mentre guidava il suo furgone. Aveva già dato fuoco a casa nostra ma non potevo saperlo. Io stavo rientrando dopo aver accompagnato Alex (il primogenito diciassettenne ndr) a giocare a calcio all’oratorio di Cicognana, un paesino qui vicino. Mio marito ha fatto per centrarmi e io l’ho schivato una prima volta gridando “oddio! Il bambino!”». Perché accanto a Silvia c’era Fabio, il terzo figlio, il piccolino di tre anni. «Poi lui mi ha inseguito, fermando il muso del camion a trenta, quaranta centimetri dalla mia macchina, costringendo a frenare. Ha accelerato ancora, colpendo uno sportello ed è scappato».
«Signora, deve portare pazienza…» A questo punto Silvia — bionda, esile, da oltre vent’anni in Italia dove ha conosciuto quell’uomo che nel 2002 sarebbe diventato suo marito — è uscita dall’auto e ha chiamato i carabinieri. L’ennesima telefonata disperata, seguita alla prima denuncia per maltrattamenti a luglio. E adesso Silvia racconta che a volte al telefono si è sentita rispondere: «Signora, deve portare pazienza…». Poi torna a giovedì, alla corsa disperata verso casa: «Nell’entrare mi sono accorta che stava uscendo del fumo, un gran fumo, dal piano di sopra e mi sono ricordata con terrore di quante volte mi aveva minacciata dicendo che avrebbe bruciato casa con noi dentro, “tutti e quattro”. Ho aperto la porta, ho cercato di raggiungere la cameretta di Marco ma salire le scale era impossibile, un muro di fumo, non si respirava». La voce si rompe. Silvia piange. Al telefono si sente Fabio, accanto a lei, che prova a consolarla: «Mamma, mamma…». Finché non ricomincia: «Sono arrivati anche i pompieri. Anche loro all’inizio hanno trovato difficoltà». Per suo figlio non c’era più nulla da fare. Silvia si aggrappa a un’idea, la ripete con convinzione: «Lui non si è neanche accorto di quello che è successo». E ancora: «Non so se mio marito sapesse che Marco era nella cameretta. So che sapeva che nel pomeriggio i ragazzi stavano spesso tutti in casa. Se voleva dare fuoco alla villa perché non l’ha fatto di mattina, quando erano a scuola?». Racconta di un uomo «sempre ubriaco, notte e giorno».
«Prima era aggressivo, ma non a questi livelli» Un uomo violento: «L’ho scoperto nell’ultimo anno, quando ho deciso di lasciarlo. Prima era aggressivo, ma non a questi livelli». Poi è successo di tutto. Zani picchiava. Botte alla moglie. Botte ad Alex e Marco che avevano cercato di difenderla: Alex colpito con la cassa di uno stereo, Fabio il piccolino fatto cadere dal seggiolone dopo aver sfasciato la cucina, minacce con coltelli, medicazioni al pronto soccorso. Un inferno descritto nell’ordinanza di allontanamento firmata il 15 novembre dal gip Gilberto Casari, giorno in cui il tribunale dei minori ha stabilito pure il trasferimento di madre e figli in una dimora protetta dove la famiglia è rimasta tre giorni.
La richiesta della Procura accolta dal Gip. La richiesta della Procura di Mantova di allontanare l’uomo da casa, disponendo il limite dei 100 metri è stata accolta dal gip Casari il quale, al Corriere, precisa («chiedendo altresì la rettifica formale ai sensi dell’art. 8 l. 47/48» di quanto scritto in precedenza) che «secondo un consolidato principio giurisprudenziale (“divieto dell’ultra petita” ), vista la richiesta della Procura, non sarebbe stato possibile per il GIP emettere un provvedimento più afflittivo (custodia in carcere o arresti domiciliari) di quello emesso». Il pm aveva chiesto l’allontanamento dalla casa familiare e il divieto di avvicinamento ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa. Il gip ha accolto la richiesta, disponendo autonomamente la prescrizione accessoria del limite in ogni caso dei 100 metri.
E anche il presidente vicario del tribunale di Mantova Enzo Rosina spiega: «Ai fini di una corretta informazione si precisa che la misura cautelare congiunta dell’obbligo di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, applicato a Gianfranco Zani, era conforme alla richiesta formulata dalla Procura della Repubblica e che l’ordinanza applicativa è stata emessa il 15 novembre 2018, giorno successivo al deposito in cancelleria della richiesta da parte del pubblico ministero».
Il divieto è stato infranto dall’artigiano che, malgrado l’esplicita richiesta avanzata dai legati di Silvia di sostituire la serratura all’ingresso, ha aperto l’uscio senza difficoltà. Ancora il gip precisa che tale «richiesta che non è mai pervenuta al mio Ufficio, trattandosi peraltro di richiesta che sarebbe stata considerata irrituale, non essendo prevista dalla legge alcuna autorizzazione di questo tipo da parte del Giudice». Zani, in carcere a Cremona con l’accusa di omicidio volontario e in attesa della convalida del fermo, assistito dall’avvocato Fabrizio Vappina ha negato di avere appiccato il rogo. Poi è stato trasferito in psichiatria, per il rischio che si suicidasse.
Sabbioneta, i magistrati e quegli inutili 100 metri prescritti a Gianfranco Zani (Corriere della Sera – 24 novembre 2018)
Una misura precauzionale spesso fa solo aumentare l’aggressività del violento. Silvia aveva mostrato i lividi su di lei e sui figli, ma altri provvedimenti non sono stati presi
Non è soltanto una questione di distanza. A volte basterebbe poco per rendersi conto della gravità della situazione. E invece alcuni magistrati sottovalutano il problema. Imporre a un marito e padre violento di mantenersi a centro metri da sua moglie e dai suoi figli non serve a nulla, come dimostrano decine di casi dove le liti sempre più spesso sfociano in tragedia. Adottare una misura precauzionale, ma non davvero restrittiva, spesso serve soltanto ad ottenere l’effetto contrario. Perché l’uomo viene esasperato e la rabbia che evidentemente cova diventa più forte, il tasso di aggressività aumenta e alla fine esplode proprio come è accaduto a Sabbioneta. Se si ritiene che il pericolo esista, ben altri sono i provvedimenti che devono essere presi per proteggere donne e ragazzi da un uomo violento.
E invece nonostante le prove che Silvia Fojticova aveva portato, mostrando i lividi per le botte che lei e i figli avevano preso, le minacce che avevano subito, i magistrati non hanno ritenuto di doverli sottrarre alla furia di Gianfranco Zani. Minimizzare è il primo e più grave errore. Nemmeno la serratura del cancello è stata cambiata e così lui è entrato indisturbato, è arrivato fino alla casa e ha appiccato il fuoco. Eppure sarebbe bastato pochissimo per evitare questo secondo sbaglio. A questo punto poco importa se l’uomo fosse consapevole o meno che i ragazzi non erano andati a scuola. L’obiettivo era evidentemente quello di fare del male. Avrebbe potuto trovare altri mille modi per arrivare allo scopo. E certamente non poteva bastare una limite di centro metri a fermarlo. È stato il terzo errore. Quello fatale. (di Fiorenza Sarzanini)
Gianfranco Zani, confermata in Appello la condanna a 14 anni per la morte del figlio Marco (OgioPo News – 13 novembre 2020)
Silvia, la mamma del bambino ed ex moglie di Gianfranco, ha mostrato incredulità e rabbia: “Speravo in una condanna esemplare” ha detto subito dopo la sentenza. Ricordiamo che l’episodio era arrivato al culmine di un lungo periodo di litigi, anche violenti, tra i due ex coniugi e di mezzo erano andati proprio i tre figli della coppia.
La Corte d’Appello di Brescia ha confermato venerdì la condanna a 14 anni per Gianfranco Zani, colpevole secondo l’accusa di avere appiccato il fuoco alla casa di Ponteterra, frazione di Sabbioneta, in via Torquato Tasso, nella quale si trovava il figlio Marco, 11 anni, morto per asfissia. L’episodio si è consumato nel tardo pomeriggio del 22 novembre 2018, dunque quasi due anni fa. Già in prima battuta la Corte d’Assise di Mantova, composta da due giudici togati e da tre popolari, si era pronunciata per 14 anni di carcere, riconoscendo Zani quale autore di incendio doloso e omicidio colposo: questa prima sentenza risaliva al 19 dicembre. Adesso la conferma: di fatto la sentenza in Corte d’Appello scorpora i 14 anni, comminandone 8 per avere incendiato la casa (delitto doloso) e 6 per la morte del piccolo Marco (delitto colposo).
Silvia, la mamma del bambino ed ex moglie di Gianfranco, ha mostrato incredulità e rabbia: “Speravo in una condanna esemplare” ha detto subito dopo la sentenza. Ricordiamo che l’episodio era arrivato al culmine di un lungo periodo di litigi, anche violenti, tra i due ex coniugi e di mezzo erano andati proprio i tre figli della coppia: Marco, il secondogenito, era morto in seguito all’ultimo episodio violento quando il padre avrebbe appiccato l’incendio alla casa di via Torquato Tasso, mentre l’11enne si trovava nella propria camera al primo piano, morendo per asfissia.
Gianfranco Zani non ha mai ammesso di avere appiccato l’incendio, ma soltanto di avere speronato, pochi minuti dopo l’episodio incriminato, l’auto di Silvia, la ex moglie, che stava rientrando dall’oratorio di Ponteterra dove era andata a prendere l’altro figlio, con Marco che a quel punto era rimasto solo in casa. Pochi giorni prima di quel 22 novembre 2018 Zani era stato condannato a restare a distanza dalla donna e dai figli nati dal matrimonio, con la stessa Silvia che a quel punto, sentendosi al sicuro, era rientrata nell’abitazione di via Tasso dopo essere stata precedentemente assegnata ad un alloggio protetto.



