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Carlo Lissi, 31 anni, informatico, padre. Massacra moglie e figli, poi va a vedere la partita. Condannato all’ergastolo, rinuncia all’Appello ritenendo congrua la pena. In carcere si laurea in filosofia (strage di Motta Visconti)

Motta Visconti (Milano), 14 Giugno 2014


Titoli & Articoli

Motta Visconti, dentro la casa del delitto: il depistaggio – 8 di 8 – Milano – Repubblica.it

Omicidio a Motta Visconti: il marito Carlo Lissi ha confessato (Milano Today – 16 giugno 2014)
La ricostruzione dei carabinieri. Trovato anche il coltello usato dall’uomo, che è crollato dopo essere stato messo alle strette. Sarebbe un atto premeditato
Carlo Lissi, incalzato dagli investigatori dei carabinieri di Milano, ha confessato: “Datemi il massimo della pena”. E’ lui il responsabile della morte di Cristina Omes, sua moglie, e dei suoi figli, Giulia di 5 anni e Gabriele di 20 mesi, trovati uccisi la notte tra sabato e domenica nella villa di famiglia a Motta Visconti (Milano). I corpi della femminuccia e del fratellino erano rispettivamente nella cameretta e sul letto matrimoniale. Quello della donna riverso a terra in soggiorno.
La pista ‘famigliare’ ha preso corpo subito dopo le prime fasi di indagine. L’uomo, che aveva avvertito il 112 affermando di avere trovato la sua famiglia sterminata, è stato risentito più volte. La sua versione, confrontata via via con le dichiarazioni di amici e testimoni (convocati per tutta la giornata), non ha convinto gli investigatori.
Dopo uno stringente interrogatorio nella caserma della Compagnia di Abbiategrasso (Milano), l’uomo è crollato e ha chiesto di essere condannato “al massimo della pena”. Ha indicato il luogo in cui aveva gettato il coltello usato per il triplice omicidio: un tombino sul percorso tra la casa e il posto dove si era recato a vedere la partita. È probabile – secondo i militari del nucleo investigativo – che l’uomo avesse attribuito alla famiglia (moglie e figli) la causa del rifiuto di una sua collega, nei confronti della quale provava una grande passione. Solo dopo aver sentito la donna, che ha confermato le ripetute avances di Lissi, i militari hanno interrogato di nuovo l’uomo che, messo di fronte all’evidenza, ha confessato. Così, intorno alle 2 di lunedì, 27 ore dopo il triplice omicidio, Lissi viene portato nel carcere di Pavia.
Non è stato un raptus di follia ma un gesto premeditato: “Non avevo scelta, ci pensavo da una settimana”, avrebbe confessato l’uomo davanti al pm Giovanni Benelli e al procuratore capo di Pavia Gustavo Cioppa. Circostanza confermata dall’insistenza con la quale l’uomo ha voluto vedere la gara dell’Italia in un bar, come non aveva ma fatto, secondo il racconto dell’amico con il quale doveva andare. Inoltre dopo che quest’ultimo gli ha ‘dato buca’, Lissi si sarebbe auto invitato in casa di un altro amico, dove effettivamente è andato a vedere la partita, convinto di costruirsi così un alibi perfetto.
E’ il generale dei carabinieri Maurizio Stefanizzi a riferire il racconto che l’uomo ha fatto durante l’interrogatorio, non una confessione spontanea. Sabato la famiglia aveva trascorso una serata normale. Dopo un momento d’intimità con la moglie in salone, mentre i bimbi dormivano nella cameretta, è andato in cucina e ha preso un coltello. Tornato in salotto, ha accoltellato alle spalle Cristina che, disperata, urlava e chiedeva perché. Secondo la dettagliata e fredda confessione del marito killer, la reazione delle donna e le urla (una vicina ha sentito delle grida, intorno alle 23.05, e ha pensato all’euforia per la partita dell’Italia che sarebbe iniziata di lì a poco), lo hanno costretto anche a sferrarle un pugno al volto prima di accoltellarla ancora. I colpi inferti alla moglie sono in totale cinque o sei, di punta. A quel punto è sceso in cantina per pulirsi del sangue e sistemarsi per andare a vedere la partita, ma – prima di uscire di casa – è tornato su e ha raggiunto i figli per ucciderli con un unico taglio alla gola: prima la bimba più grande, poi quello più piccolo.

 

La parrocchia, la bici, gli amici al bar. La vita perfetta di Carlo “il represso” (la Repubblica – 17 giugno 2014)
Ci vogliono quelle dieci righe, quella pagina scarsa di verbale, per far crollare il muro del bravo ragazzo dell’oratorio. Aveva retto, come gli avevano insegnato, se l’era tenuto dentro quel racconto dell’orrore, stava ancora aggrappato a quella inverosimile storia messa giù coi carabinieri a cadaveri ancora da raccogliere in casa. Non lo avevano piegato le 16 ore consecutive nella caserma di Motta Visconti, con il padre e il fratello in sala d’attesa, non il paio d’ore con indosso la tuta dei Ris, perché i suoi jeans e la sua maglietta li stavano passando al microscopio i carabinieri della Rilievi, non il fermo per la strage della sua famiglia firmato alle 22 dagli investigatori ormai certi di averlo incastrato. Sereno, quasi sollevato, si era concesso una pennica dopo la pizza ai funghi e la coca cola con cui aveva pranzato, chiacchierando coi marescialli. Ma non un fiato nel viaggio verso l’altra caserma, quella di via Moscova a Milano. Poi, quel foglio. Lei. Che conferma nero su bianco quello che in paese pensavano, ma della persona sbagliata.
No, non la collega della moglie, quella che lavorava fianco a fianco di Maria Cristina Omes alla Sai di Motta, al primo piano di piazzetta Sant’Ambrogio dove ieri pomeriggio le persiane facevano muro dagli sguardi e dalle chiacchiere dei bar. Ma la collega di lui alla Wolters Kluver di Assago, dove ogni giorno Carlo Lissi portava il suo grumo di voglie inghiottite tra i giardini di via Ungaretti («il represso », lo chiamano ora gli amici, quasi a lavarsi via l’ombra del mostro con cui sono cresciuti) e lo riversava sulla vicina di computer. Lui, il ragazzo della parrocchia di don Gianni Nava dove ancora ieri i catechisti scacciavano come presenze demoniache i cronisti a caccia di qualche dettaglio su quel ragazzo pio, la domenica a messa e dopo in bici per gli sterrati e le case di corte di Motta, piccolo borgo antico a una fiondata dal Ticino e dai campi di pannocchie che lo separano da Casorate, il paese dove Lissi era nato. Tutto in un chilometro il suo mondo, tanto dista la villetta gialla di mamma e papà, tanto quella al Villaggio Nuovo dove da due settimane si era trasferito l’amico Carlo fresco di matrimonio e dove le urla ai gol e i pali di Italia—Inghilterra, troppo euforici, saranno il primo e fragile alibi di Lissi a sterminio già consumato. Esageratamente rilassato, a pensarci dopo, quel ragazzo che non era alla prima stranezza di serata, se è vero «ne abbiamo viste di partite insieme — come dirà l’altro amico Simone, quello prescelto per vedere la partita al pub di Besate e che per poco non fa involontariamente saltare quel piano di morte — ma sempre a casa sua. Non mi ha mai chiesto di andare a vedere le partite di calcio in un locale o in una piazza». Stavolta aveva deciso di rompere, Carlo Lissi, e non era la prima volta. La ricordano ancora in tanti la scenata che Maria Cristina, l’amica di adolescenza, la promessa sposa di sette anni più grande e di personalità debordante, gli fece quando lui, a una settimana dal matrimonio, a chiesa e ristorante prenotati, e regali già pronti e smoking cucito, si presentò in via Ungaretti — allora casa degli Omes, mamma Pina Redaelli la lasciò a figlia, genero e nipoti dopo la morte del marito — per dire che lui non se la sentiva. «Tu non mi rovini la vita», gli urlò prendendolo per il colletto, ed eccole le foto sorridenti che ancora oggi si affacciano sulla bacheca di Cristina, Carlo ancora coi capelli in testa, Giulia che cristianamente allieterà la nuova famiglia dieci mesi dopo, agosto 2009. Tutto risolto? Solo per un po’, il tarlo si ripresenta nella testa di Carlo (una rara e sibillina frase postata sulla sua bacheca Facebook il 29 aprile 2011 recita «il mondo finirà di esistere quando vedrò un uomo normale sposare una multimiliardaria; ad oggi ho visto solo il contrario»), altra crisi, altre valigie fatte, altra scenata. E altro figlio, ecco Gabriele, tre anni dopo la sorellina.
Quadretto ricomposto. Il bravo papà salutista che si porta la mela per la merenda in azienda e cucina le torte coi pinoli. La piscina e il gazebo costruiti in giardino. Le vacanze sulle Dolomiti e in Liguria. I piccoli dolori domestici come quando Zeus non abbaia più sul prato, piaceri e preoccupazioni da genitori come il primo fidanzatino di Giulia e la foto della torta per il quarto compleanno («Tanti auguri alla mia piccola stellina»), ancora postata sui social network, le notti insonni per Gabriele e quella volta che si era mangiato una pastiglia di detersivo ed era finito di corsa al pronto soccorso. Ma era una scatola da cui Carlo Lissi voleva, doveva, uscire. Un mese fa aveva pubblicato una foto col suo nuovo look, testa rasata e sguardo ammiccante dritto in camera, verso una nuova evasione. Forse Cristina aveva intuito. Non mamma Pina, che appena domenica giurava ai carabinieri che «andavano d’accordo, si volevano bene ed io non ho mai assistito a litigi particolari tra i due, a parte qualche scambio di opinione normale tra i coniugi». Sul cancello di via Ungaretti ora c’è un foglietto a scacciare i curiosi: «La mamma e i parenti di Cristina e dei piccoli Giulia e Gabriele chiedono il rispetto per quanto accaduto alla loro famiglia. Chiedono di essere rispettosi del loro silenzio e del profondo dolore che stanno vivendo».

Uccide moglie e figli, la collega di cui si era invaghito: “L’ho sempre respinto” (TGCom24 – 17 giugno 2014)
Motta Visconti, secondo quanto dichiarato durante la confessione, Carlo Lissi avrebbe sterminato la famiglia perché si sentiva in gabbia, dopo essersi innamorato di una collega di lavoro
Si è trovata catapultata in questa vicenda senza aver fatto nulla, solo per essere stata l’oggetto passivo del morboso desiderio di un uomo poi travolto dalla follia. E’ la donna di cui si era invaghito pazzamente Carlo Lissi, l’uomo fermato nella notte di domenica dai carabinieri con l’accusa di aver ucciso la moglie e i suoi due figli piccoli a Motta Visconti (Milano), e ora in carcere a Pavia.
Un corteggiamento insistente – Di lei, che ovviamente non è indagata, si sa solo che ha 24 anni e che da alcuni mesi era stata assunta alla Wolters Kluwer, la multinazionale di Assago (Milano) dove lavorava l’uomo, che si occupa di sviluppo e consulenza informatica. “Era pazzo di me – ha detto agli investigatori dell’Arma – ma che potevo fare?”.
“L’ho sempre respinto, convivo da pochi mesi con il mio fidanzato” – Lissi la riempiva di complimenti, e “tutti i giorni” le stava incollato, secondo i molti testimoni, loro colleghi, ai quali l’uomo, pur sposato, non nascondeva la sua passione per la nuova arrivata. Negli ultimi tempi era diventato più pressante: niente di aggressivo, ma si era dichiarato apertamente ricevendo sempre dinieghi. Lei a un certo punto gli avrebbe detto – hanno raccontato i carabinieri – di “non pensarci nemmeno a mettersi con lui” facendo probabilmente intendere che non ne voleva sapere di un uomo sposato. E soprattutto che lei era fidanzata ed era appena andata a convivere con il suo ragazzo, in una casa nuova.
“Mi diceva di essere in crisi con la moglie” – Secondo quanto riportato dal quotidiano “La Repubblica”, la 24enne ha raccontato agli inquirenti come fra lei e Lissi ci fosse “una reciproca simpatia, ma non ho mai avuto rapporti intimi con lui. Capita di sentirci sulla mail di lavoro, ma non ho nemmeno il suo numero di cellulare”. Ci sarebbero state però delle confidenze: Lissi avrebbe infatti raccontato alla ragazza di “essersi fidanzato molto giovane, di avere avuto due figli e e che la situazione adesso gli andava stretta perché pensava di non aver sposato la donna giusta”.
Lissi in isolamento, un uomo di ghiaccio – Carlo Lissi ha trascorso le sue prime 24 ore in carcere, in isolamento e senza tradire emozioni particolari. Lunedì mattina, dopo il lungo e pressante interrogatorio a cui è stato sottoposto, alla fine del quale ha confessato il triplice omicidio, è stato trasferito in carcere a Pavia, dove è sotto costante monitoraggio. Secondo quanto riferito non avrebbe tenuto comportamenti anomali anzi, non avrebbe smentito l’impressione da “uomo di ghiaccio”.
Quando è stato lungamente sentito, infatti, nelle ore prima di essere indagato, e si pensava fosse solo un uomo al centro di un’immane tragedia, aveva già mostrato un’anomala freddezza. “Mentre il padre, il nonno dei bambini uccisi, si è sentito male per il dolore ed è stato portato via in ambulanza – racconta un investigatore – lui prima si è fatto portare una pizza perché aveva fame e poi è andato a casa a dormire. E quando è stato richiamato in caserma, dopo aver riposato per diverse ore, ed è passato da persona informata dei fatti a indagato, si è lasciato andare solo in due momenti: quando i carabinieri gli hanno contestato la sua passione per una collega, mettendolo con le spalle al muro, e quando, durante la confessione, ha ripercorso gli attimi e le modalità con cui ha sgozzato i due figli di 5 anni e di 20 mesi. “Qualche lacrima, non certo un pianto disperato, e nessun’altra reazione emotiva”.

La collega di Lissi: “Si diceva pazzo di me”(il Tempo – 22 giugno 2014)
Ancora due donne vittime di violenza da parte di mariti e compagni, una uccisa a calci e pugni, un’altra finita a picconate. Nel Siracusano, a Canicattini Bagni, dove un 41enne romeno ha confessato di aver ucciso a colpi di piccone la moglie di 36 anni nella loro casa, al culmine di una lite per gelosia. E a Pietra Ligure, nel savonese, dove un 41enne ha ucciso a calci a pugni la convivente, nella notte tra domenica e lunedì scorsi, e poi, fermato dai carabinieri, ha fatto stanotte le prime ammissioni. Altre due tragedie simili, consumate tra le mura domestiche, a pochissimi giorni dalla terribile strage di Motta Visconti (Milano), dove nella notte tra sabato e domenica scorsa, Carlo Lissi ha ucciso la moglie Cristina Omes e i loro due figli piccoli, confessando tutto nel corso di un lungo interrogatorio. Movente, secondo gli inquirenti, la passione non corrisposta per una collega diventata, suo malgrado protagonista di un orrore. Una corte insistente, fastidiosa. «Ma lo giuro, non è mai accaduto nulla, non gli ho mai dato un filo di speranza» continua a ripetere la collega 24enne di cui si era invaghito Lissi, informatico di 31 anni presso la Wolker Kluver Italia a Milano Fiori. La ragazza lo ha ripetuto più volte agli inquirenti e questi a loro volta lo hanno scandito perché non vi sia margine di dubbio: «Tra Lissi e la sua collega non c’è mai stata alcuna relazione sentimentale». «Tutto è iniziato con qualche complimento – ha raccontato la ragazza – quando ci si incrociava in corridoio o in qualche momento di pausa. Ma negli ultimi due mesi – prosegue il racconto – il suo atteggiamento si era fatto più insistente, più esplicito: si è passati agli inviti a cena, alle dichiarazioni d’amore, ai paroloni: diceva di essere pazzo di me, io rispondevo che non ci pensavo nemmeno a iniziare una storia. Ma lui non si dava pace». La storia ha gettato nello sgomento tutta Italia. Eppure non mancano gli sciacalli. Su Facebook c’è persino un video fasullo che rimanda a un sito pubblicitario. Una foto in bianco e nero, poco chiara, corredata da una didascalia che recita: Questo è «il video di una camera di sorveglianza, che cattura il momento in cui Carlo Lissi uccide la moglie e i figli Giulia e Gabriele». L’immagine contiene un link, che dovrebbe portare alla pagine web del filmato. E invece, una volta cliccato, fa apparire sul monitor tanti annunci pubblicitari. La foto è inserita in un post, pubblicato 20 ore fa su una finta pagina facebook attribuita a Carlo Lissi, l’uomo che ha confessato di aver ucciso nella sua villa di Mottavisconti (Milano) la moglie e i figli sabato notte, prima di andare a vedere con gli amici la partita dell’Italia. Il sito a cui riconduce il link raccoglie diversi annunci pubblicitari, sopratutto sul gioco d’azzardo e le scommesse online. Il post apparso sulla bacheca fasulla di Lissi ha avuto condivisioni e diversi commenti. Il finto video ha suscitato indignazione. Soprattutto alla luce di particolari raccapriccianti della strage che ha avuto per vittime anche due bimbi piccolissimi, Giulia, la primogenita della coppia, 5 anni e mezzo, che dormiva nella cameretta al primo piano della villa dove la famiglia era andata a vivere dopo la morte del padre di lei, che l’aveva costruita con i risparmi di una vita. E Gabriele, 20 mesi, sgozzato mentre dormiva tranquillo nel lettone dei genitori. Oggi l’autopsia sui corpi di Cristina Omes e dei suoi bambini. Lo stesso giorno interrogatorio di convalida per Carlo Lissi, il marito della donna che ha confessato di aver ucciso tutti i suoi familiari. Le indagini sono concluse. Ma ogni dettaglio raccontato dall’uomo, va verificato. Per questo nella villa sono stati chiamati i Ris di Parma che analizzeranno ogni dettaglio della scena del crimine. È stata inoltrata, dal pm Giovanni Benelli, il magistrato che coordina le indagini sul triplice omicidio, la richiesta di convalida dell’arresto per Lissi. Sempre oggi potrebbe già tenersi l’interrogatorio di convalida da parte del gip Annamaria Oddone. Gli inquirenti stanno cercando di velocizzare al massimo le procedure, in modo da poter affidare le salme alla famiglia il prima possibile e poter fissare così i funerali, che a questo punto potrebbero tenersi prima della fine della settimana.

Innamorarsi di un’altra e fare una strage. Carlo Lissi ha ucciso moglie e figli (l’Unione Sarda – 16 luglio 2014)
Il massimo della pena per Carlo Lissi, autore del delitto che ha sterminato la sua famiglia. Lo ha chiesto lui stesso agli inquirenti.
Ha ucciso la moglie accoltellandola alle spalle. I due figlioletti nel sonno. Mentre la colpiva lei gli urlava “perché”, ma lui ha continuato nella sua furia assassina e l’ha massacrata con quel coltello da cucina che ha poi fatto sparire in un tombino vicino a casa. Dopo si è lavato e vestito e se n’è andato a vedere la partita in un locale di Motta Visconti con amici. “Mi ero innamorato di una collega”. Come se questo fosse un motivo per sterminare la propria famiglia. Come se un marito invaghito di un’altra pensasse di liberarsi di moglie e figli uccidendoli. Carlo Lissi deve averlo creduto possibile, se si è accanito in quel modo sulla povera Cristina Omes, 38 anni, Giulia di cinque e Gabriel, di appena 20 mesi. Un orrore nell’orrore, una strage che non trova giustificazione. Fa bene ora l’assassino a chiedere il massimo della pena. E speriamo che i giudici gliela concedano e lo chiudano a lungo a riflettere su ciò che ha fatto.
La povera Cristina postava i suoi sfoghi su Facebook, stando però sul vago, senza mai indirizzarli al marito in modo diretto, ma riferendosi a chi in qualche modo la trascurava: “Aiuti gli altri, poi ti lasciano sola”, scriveva. Faceva la volontaria nella Croce rossa, ma dopo il secondo figlio aveva lasciato perché la sua vita era completamente assorbita dalla famiglia, dai bambini soprattutto, come dimostrano sempre i suoi messaggi sui social in cui racconta di notti insonni per star dietro ai piccoli e alle loro frequenti influenze con febbre : “Sono sei notti che non dormo, strano che non sia ancora svenuta”.
Mai avrebbe immaginato, questa donna solare e apparentemente felice, che quel marito un po’ assente, non solo per lavoro ma perché interessato a coltivare un nuovo amore, peraltro non corrisposto, potesse trovare il coraggio di sgozzare lei e i suoi adorati bambini come neppure un delinquente incallito avrebbe forse osato fare. “Perché? Carlo perché lo fai?”, gli ha urlato implorante, e chissà se ha avuto il tempo di capire che la stessa sorte avrebbe trascinato nel sangue anche i suoi bambini. Sarebbe morta di crepacuore, le mamme lo sanno.
Altro che rapina sfociata nel sangue. Gli assassini vivono spesso nella stessa casa delle vittime, sono quelli che hanno la loro fiducia e per questo capaci di sorprendere alle spalle mogli, trucidare figli e tentare di farla franca costruendo (im)probabili alibi e contando sulla solidità di nervi che per fortuna a volte cedono. Come in questo caso: l’uomo ha cercato di far cadere su ignoti rapinatori la strage di casa sua, approfittando del clima di paura che regna in questo stupendo paesino alle porte di Milano, pieno di storia e di gente onesta che lavora e produce. Ma alla fine non ha retto all’interrogatorio degli inquirenti, che da subito hanno capito che quella non era una rapina ma una strage famigliare, e ha confessato.

Motta Visconti, il papà assassino: “Avevo già tradito mia moglie, non la sopportavo più” (Libero Quotidiano – 26 aprile 2015)
Ha sterminato la famiglia e poi, prima di simulare l’azione di una banda di rapinatori, è andato a vedere la partita dei Mondiali Italia-Inghilterra con gli amici. Carlo Lissi, il papà di Motta Visconti che ha ammazzato la moglie Maria Cristina Omes e i figli Giulia di 5 anni e Gabriele 20 mesi, ha spiegato al giudice del Tribunale di Pavia, Luisella Perulli, durante l’udienza preliminare del processo che lo vede accusato del triplice omicidio, quella che era la sua ossessione: la collega di cui si era innamorato.
“Ho conosciuto Maria a marzo. Condivideva la mia passione per la moto, abbiamo iniziato a parlare, andavamo a pranzo insieme, la nostra intesa aumentava”, avrebbe detto Lussi secondo quanto riporta il Corriere. “Non abbiamo mai avuto rapporti sessuali, lei aveva una relazione e mi ha detto che non avrebbe mai tradito il partner. Ma io ho creduto che lei fosse il vero amore. Ho iniziato a pensare alla separazione, avevo visto che ci poteva essere il divorzio veloce, ho chiesto a due miei colleghi: uno mi aveva detto di avere dovuto affrontare qualche sacrificio economico e di avere perduto l’affetto dei figli per colpa della ex moglie”.
Innamorato alla follia – Lo scorso 28 febbraio Lussi aveva detto ai magistrati: “Avevo tanti pensieri, ma il mio fine era lei, avrei sopportato di stare da solo per qualche tempo con la prospettiva di attenderla. Pensavo a lei ogni momento libero. Non so se voi vi siate mai innamorati alla follia? Sentivo lo stomaco in subbuglio, attendevo sempre di vederla, pensavo a lei in continuazione. Volevo la separazione ma ero bloccato, preoccupato del giudizio dei miei genitori, dei parenti di lei, angosciato dal timore di una conflittualità in cui il rapporto con i figli ne avrebbe risentito”.
Lissi sostiene di non aver premeditato il delitto: “Mi consideravo un buon papà e un pessimo marito”, si legge nel verbale. Prima di conoscere Maria ho avuto altre due esperienze extraconiugali con colleghe”. La sera del delitto racconta d’aver parlato con la moglie: “Le ho detto che non ero felice, che mi ero innamorato di un’altra ragazza. Lei era incredula. Poi mi ha detto che mi odiava, che stavo rovinando una buona famiglia”. L’avvocato di Lissi ha depositato una perizia psichiatrica che parla di vizio parziale di mente e ha chiesto il rito abbreviato per il suo assistito. (di Nicoletta Orlandi Posti)

«Lissi si è pentito, riducete la pena» (La Provincia Pavese – 20 settembre 2016)
La difesa del killer deposita l’appello contro l’ergastolo: «È stato un raptus». Il legale delle tre vittime: «Nessuna follia»
Un raptus e non una strage premeditata. Un delitto atroce ma compiuto dalla mente «offuscata» di un uomo che oggi si dice «pentito amaramente per quanto fatto e per avere soppresso tutto quanto aveva di più caro». Sono i pilastri attorno a cui ruota l’appello depositato nei giorni scorsi dalla difesa di Carlo Lissi, il tecnico informatico in carcere per avere sterminato la sua famiglia, la moglie Cristina Omes e i suoi due figlioletti Giulia e Gabriele, nella loro abitazione di Motta Visconti, a giugno di due anni fa. Lissi è stato condannato all’ergastolo in primo grado, ma l’avvocato difensore Corrado Limentani conta di riuscire a ridurre la pena del carcere a vita.
La difesa insiste, in particolare, per il vizio parziale di mente, che il giudice di primo grado aveva escluso sulla base della perizia dello psichiatra Giacomo Mongodi. «Risulta pacificamente assurdo sopprimere i propri figli, ovvero eliminare ciò che più è caro ad un padre», si legge nei motivi dell’appello. Proprio perché assurdo, dunque, Lissi per la difesa non poteva essere lucido quando impugnò un coltello e ferì mortalmente sua moglie e poi i due figli, che dormivano nel letto. «Il delitto non si pone al culmine di un percorso di maltrattamenti in famiglia come spesso accade di sentire: si tratta di un fatto assolutamente estemporaneo e inspiegabile», prosegue la difesa. Lissi, inoltre, «si è pentito per quanto fatto e nel corso del processo ha dimostrato con gesti concreti tutto il proprio pentimento». Che consiste – si legge ancora nell’appello – nel mettere a disposizione «dei soggetti danneggiati tutto ciò che possedeva».
«Non c’è nulla di nuovo rispetto alle argomentazioni già offerte nel processo di primo grado – dichiara l’avvocato di parte civile Domenico Musicco –. La tesi del raptus è debole e a nostro avviso la sentenza di condanna all’ergastolo va quindi confermata».
Durante il processo di primo grado è stato giudicato capace di intendere Carlo Lissi, il marito e padre accusato di avere sterminato la sua famiglia nella villetta di via Ungaretti a Motta Visconti. E sulla base di quella conclusione, dello psichiatra Giacomo Mongodi, il giudice del tribunale di Pavia Luisella Perulli aveva, a gennaio, condannato Lissi all’ergastolo. Il pubblico ministero Giovanni Benelli nella sua requisitoria aveva messo in fila i tasselli dell’orrore.
La strage si consuma la sera del 14 giugno del 2014, mentre i tifosi di tutta Italia stanno seguendo l’esordio degli azzurri ai Mondiali con l’Inghilterra. Nella villetta di via Ungaretti vengono trovati uccisi a coltellate Maria Cristina Omes, impiegata di 38 anni, e i figli Giulia, 5 anni e mezzo, e Gabriele di 20 mesi. A dare l’allarme è lo stesso Carlo Lissi, 33 anni, tecnico informatico, marito e padre delle tre vittime.
L’uomo racconta di essere uscito per vedere la partita con gli amici e di avere trovato al ritorno la famiglia sterminata. Si pensa subito a una rapina, ma nel giro di 24 ore Lissi crolla davanti ai carabinieri, nella caserma di Abbiategrasso. Confessa di essere stato lui a uccidere moglie e figli e chiede il massimo della pena. Indica anche il luogo in cui si è liberato dell’arma del delitto, un coltello prelevato dalla cucina. Nonostante la confessione, le indagini vanno avanti: si deve capire se il delitto sia maturato al culmine di una lite oppure sia stato pianificato. La procura conclude per la seconda ipotesi. (di Maria Fiore)

Carlo Lissi rinuncia all’appello per il massacro di Motta Visconti: “Ritengo congruo l’ergastolo inflittomi”
Carlo Lissi, nel giugno 2014, uccise la moglie e sgozzò i suoi due figli piccoli poi per crearsi un alibi andò a vedere la prima partita con gli amici. La ragione: si era infatuato (non corrisposto) di una collega. Ora è seguito da uno psicologo al carcere di Pavia.
Uccise la moglie e i suoi due figli piccoli e, per crearsi un alibi, andò a vedere la prima partita dei Mondiali in Brasile, quella tra Italia e Inghilterra, in un pub con gli amici. Condannato al ‘fine pena mai’ nel processo di primo grado conclusosi un anno fa per il delitto di Motta Visconti (Pavia), Carlo Lissi, 34 anni, ha rinunciato al ricorso in appello, che già aveva presentato, scrivendo ai giudici: “Rinuncio all’appello perché ritengo congruo l’ergastolo inflittomi”.
Finisce così la vicenda giudiziaria iniziata dopo il triplice omicidio che ha sconvolto l’Italia intera. Perché quella sera del 14 giugno 2014, Lizzi non si accontentò di uccidere la moglie di cui non era più innamorato, Maria Cristina Omes, ma sgozzò anche Giulia, di 5 anni, e Gabriele, 20 mesi e perché quando, subito dopo la confessione, il pm Giovanni Benelli gli chiese se non fosse stato meglio divorziare, Lissi rispose: “Il divorzio non avrebbe risolto, perché i figli sarebbero comunque rimasti”.
Così in tre righe scritte alla Corte d’Appello di Milano, riporta il Corriere della Sera, il 34enne chiede che resti la pena dell’ergastolo “considerando congrua la condanna inflittami in primo grado e scusandomi per la perdita di tempo”.
Una scelta senza precedenti quella dell’ex impiegato, oggi seguito nel carcere di Pavia da uno psicologo. La rinuncia al ricorso già presentato per un secondo processo ormai imminente non dà altre possibilità. Così ai giudici milanesi non resta altro da fare che accettare la decisione di Lissi che, pure, qualche chance di evitare il ‘fine pena mai’ ce l’aveva. Per esempio, con un riconoscimento di un parziale vizio di mente.
RESTA LA CONDANNA DI PRIMO GRADO – Carlo Lissi è stato condannato all’ergastolo il 18 gennaio 2016. La sentenza del gup di Pavia prevedeva anche tre anni di isolamento diurno, ma poi la pena è stata ridotta perché Lissi era a giudizio con rito abbreviato. Il giudice ha riconosciuto le attenuanti generiche, subordinate però alle aggravanti della premeditazione, del vincolo di sangue e della minorata difesa. Proprio quelle attenuanti, però, avrebbero potuto creargli un altro spiraglio e portarlo a una pena più lieve. “Per noi la perizia psichiatrica era errata, la concessione delle attenuanti apre la porta al ricorso in appello” dichiarò subito dopo la pronuncia della sentenza l’avvocato che lo aveva assistito Corrado Limentani.
LA RICOSTRUZIONE DEL DELITTO NELLE MOTIVAZIONI – Maria Cristina Omes e Carlo Lissi erano sposati da sei anni: lei lavorava in un’agenzia di assicurazione, lui era impiegato in una società di software. Si infatuò di una sua collega, che tra l’altro non lo corrispondeva e maturò il desiderio di separarsi dalla moglie. A due anni esatti dalla notte in cui la donna fu uccisa insieme ai suoi due bambini, il 14 giugno 2016, sono state rese note le motivazioni della sentenza di primo grado del gup di Pavia Luisella Perulli. Motivazione nelle quale si parla di “feroce annientamento” dei suoi “legami più forti” e si smentisce la versione dell’uomo, secondo cui a scatenare la follia omicida sarebbe stato un litigio avuto con la donna dalla quale voleva separarsi. Invece il gup ha ricordato che Lissi “la indusse a consumare un rapporto sessuale”, per poi scendere in taverna, prendere un coltello e approfittare “dello stato di abbandono della moglie, seduta inerme e inconsapevole sul divano dopo aver fatto l’amore con suo marito”.
Lissi “l’aggredì selvaggiamente, accoltellandola una prima volta alle spalle”. E poi salì al piano superiore. Sgozzò i suoi figli, prima Giulia e poi Gabriele che dormiva nel letto matrimoniale. I bambini, colti nel sonno, non hanno avuto nemmeno la possibilità di difendersi. Il padre ha affondato a entrambi il coltello nella gola. Poi è sceso in cantina, ancora in mutande dopo il rapporto con la moglie, si è fatto una doccia, è risalito e si è vestito. Per andare a vedere la partita. Un massacro che il gup ha definito “agghiacciante nella sua enorme sproporzione rispetto al movente”.

Carlo Lissi, nel 2014 uccise moglie e figli. Ora si laurea in carcere (Corriere della Sera – 12 luglio 2019)
La sua cella è colma di libri e di quaderni e sta per completare gli studi in Filosofia: «Voglio provare ad arrivare alle radici». Cinque anni fa sterminò la propria famiglia a coltellate e poi cercò di costruirsi un alibi andando a vedere una partita con gli amici
Era una passione da uomo libero, è diventata un’occupazione da ergastolano. Pochi esami ancora e l’oggi 37enne Carlo Lissi, lo stragista di Motta Visconti, prenderà la laurea in Filosofia. Il suo avvocato Corrado Limentani ignora il titolo e il contenuto della tesi, Lissi ha preferito non dirglielo oppure vuole che non si sappia, ma poco o nulla importa, nel senso che il detenuto – un detenuto fin qui modello, in linea con la sua vita prima del triplice omicidio: educato, rispettoso e mai divisivo – ha intrapreso il percorso di studio, così ha spiegato al legale nei colloqui in carcere a Pavia, «per provare ad arrivare alle radici».
Alle radici del male. Dalla sua cella colma di libri e quaderni di appunti. Finalmente chino sulle pagine dei maestri del pensiero. Erano anni, ha ammesso, che aspettava questo momento.
La recita
Uno sterminio, la sera di sabato 14 giugno 2014. La villetta di via Ungaretti, il paese di settemila abitanti tra Milano e Pavia. Prima Lissi uccise la moglie Maria Cristina, che aveva 38 anni, sei più di lui; poi la primogenita Giulia, di cinque anni, e il secondogenito Gabriele, di venti mesi.
Ci sono investigatori che vivono con la morte e sono abituati a gestirla e a gestirsi, ad esempio i carabinieri della Omicidi. Eppure, ripensando a quella sera di pioggia e di sangue, fra loro, fra questi carabinieri che abbiamo riascoltato a distanza di cinque anni, c’è ancora chi benedice d’esser arrivato dopo la rimozione dei piccoli cadaveri e c’è ancora chi, nei propri incubi, vede quegli schizzi rossastri sul lettino di Giulia, che dormiva nella sua stanzetta (Gabriele riposava nel letto dei genitori).
Li vede gocciolare dal soffitto, colare dai muri, zampillare dal pavimento. Le morti sono state provocate dalla stessa l’arma, l’unica: fu un classico coltello da cucina, che Lissi afferrò mentre Maria Cristina si rilassava sul divano dove avevano appena fatto l’amore. Un rapporto che nei piani del killer avrebbe dovuto fornirgli un alibi: chi mai avrebbe potuto accusarlo di odiare la moglie e addirittura così tanto da ucciderla?
L’interrogatorio
Una mattanza premeditata, quella di Lissi. Aveva assassinato indossando solo un paio di slip e una lunga doccia gli lavò via ogni traccia di sangue. Si vestì e uscì per incontrare gli amici e vedere la partita dei Mondiali di calcio tra Italia e Inghilterra, due a uno con reti di Marchisio e Balotelli. Tornò in via Ungaretti. Urlò alla vista del cadavere di Maria Cristina, urlò forte, fortissimo, affinché i vicini di casa sentissero, ma lo fece invano, a causa della geografia di Motta Visconti che si allunga tra case monofamiliari, spaziosi garage, giardini alberati e insomma considerevoli distanze, senza dimenticare che quel 14 giugno 2014 era una sera di fragoroso temporale. Lissi abbracciò il corpo di Maria Cristina per provare a rianimarla insanguinandosi tutto, il viso, le braccia, le mani, le gambe, e del resto l’aveva accoltellata ripetutamente, c’era sangue ovunque, in casa.
Corse verso i figli, Lissi, aprì le porte e stava per morire dal dolore: questo raccontò ai carabinieri, l’espressione sgomenta, i singhiozzi di pianto, le preghiere disperate, la ricerca d’un abbraccio consolatorio. Ma i carabinieri subito trovarono un’incongruenza: non c’erano nemmeno gocce ematiche sugli interruttori della luce che Lissi giurò d’aver azionato in quanto la villetta era totalmente al buio. Mentiva già. E mentì nell’evocare un assalto di banditi, magari dell’Est Europa, i quali avevano depredato e ammazzato. Per cominciare, mancavano segni di effrazione su porte e finestre, dall’esterno non era entrato nessuno di nascosto, dopodiché c’era certamente del disordine, cassetti aperti, vestiti sul pavimento, mobili rovistati, ma era un’azione priva di furia. Piuttosto, un disordine organizzato, calcolato.
Reset
Il delitto perfetto non esiste, men che meno esiste a Motta Visconti, e quello infatti non lo sembrò da subito. Impiegarono poco tempo, i carabinieri, una pizza ai funghi e una coca cola offerte per mettere a suo agio Lissi, al quale l’ansia aveva cominciato a tormentare la gestualità e per appunto a prendere lo stomaco. Davanti agli investigatori, finita la pizza, confessò in pieno. Sì, sono io, ho fatto tutto da solo. Un quarto d’ora a getto continuo, l’ammissione delle colpe, la descrizione minuziosa dell’esecuzione dei figli, entrambi con il pancino in su e colpiti con un fendente secco alla gola, e quindi una spiegazione. Carlo Lissi doveva cancellare gli ultimi sei anni dell’esistenza eliminando la sua famiglia. Eccola, la spiegazione, quantomeno nella sua testa: aveva deciso di resettare. Gli hanno domandato carabinieri e magistrati per quale motivo mai, in nome di Dio, i delitti, i tre delitti, la moglie, i figli piccoli… Un’unica risposta sempre: resettare. Senza esclusione. Quella famiglia, lui in verità non l’aveva mai voluta e ormai lo stava intralciando. Sei anni prima s’era sposato e ancora la sera della vigilia si malediceva per non avere il coraggio di annullare le nozze, giurano i suoi amici, quelli della partita dell’Italia, quelli che l’hanno abbandonato al suo destino da ergastolano, alla sua laurea in Filosofia, dicendo che l’ha fatta grossa, sì, testuale, grossa, come se avesse provocato un tamponamento guidando senza patente, senza feriti ma sfasciando la macchina.
Fine pena mai
Non è un luogo che cambia, Motta Visconti. In paese resiste, ed è notorio, anche invidiato, il silenzio di un’anziana. Si chiama Giuseppina Redaelli, mamma (di Maria Cristina) e nonna (di Giulia e Gabriele). Ha ottant’anni. Assistita dal suo avvocato Domenico Musicco, ha sopportato e resistito, ha dato sepoltura e partecipato ai processi, ha respinto un’onda anomala e peccaminosa rispetto alla sua concezione dell’esistenza, quella dei giornalisti sotto casa, e s’è incolpevolmente chiesta se lei e qualcuno avrebbero potuto intercettare in anticipo la progressione di Carlo Lissi, che ha covato e allevato la rabbia.
È la rabbia che fa uccidere, dice un ufficiale della Omicidi, nient’altro che la rabbia ti dà la forza per togliere la vita a un altro essere umano. Avesse deciso da solo, Lissi non si sarebbe sposato con Maria Cristina, conosciuta fin dai tempi della giovinezza in oratorio; e fosse stato per lui, non sarebbe diventato genitore, o forse la prima volta sì, ma la seconda no; fosse soprattutto stato per lui, si sarebbe fidanzato con una 24enne collega di lavoro alla Wolters Kluwer di Assago, dove Lissi era dipendente nel settore informatico. Aveva preso una cotta da adolescente, si regalavano pause pranzo a Milano girando in moto, lui voleva altro e di più, lei replicava che era fidanzata e comunque non si sarebbe mai messa con un marito e un padre. E lì Carlo Lissi ha deciso che doveva smetterla d’essere marito e padre. Trovando però un’altra soluzione che non fosse il divorzio: nelle piccole comunità come quella di Motta Visconti, la separazione non è tanto la fine di una storia tra due individui, quanto un’onta per le rispettive famiglie, un fallimento generazionale, una vergogna pubblica, specie se quelle famiglie gravitano intorno alla parrocchia.
Il percorso di studi che porterà Carlo Lissi a diventare dottore in Filosofia è stato costruito insieme all’Università di Pavia. Ha accettato l’ergastolo rinunciando a qualsiasi ricorso. Morirà in prigione. Sarà il suo unico mondo. Nel 2017 ha partecipato a una rassegna di disegni fra i penitenziari italiani. Nella sua tavola c’erano degli alberi, forse piegati dal vento, e due figure che camminavano su una leggera salita. Chissà chi erano. Forse lui e la moglie, forse lui e la collega, forse i figli diventati grandi. (di Andrea Galli)

Strage di Motta Visconti, uccise moglie e figli: ora si laurea in carcere (il Giorno)
Carlo Lissi, autore di una delle più spaventose stragi familiari degli ultimi anni, si è laureato in filosofia all’Università di Pavia
Era la sua passione da uomo libero. Ha contribuito a colmare le sue giornate da ergastolano “fine pena mai”. Carlo Lissi, autore di una delle più spaventose stragi familiari degli ultimi anni, si è laureato in filosofia all’Università di Pavia. Una volta diventato dottore, ha comunicato la notizia al difensore, l’avvocato Corrado Limentani. Lissi, che oggi ha 38 anni, alla spalle un lavoro da informatico, sconta il carcere a vita nel penitenziario pavese di Torre del Gallo dove ha sempre tenuto un comportamento irreprensibile.
Una strage, la sera di sabato 14 giugno 2014, in un villetta in via Ungaretti a Motta Visconti. Una mattanza premeditata, con una sola arma, il classico coltello da cucina. Lissi prima uccide la moglie Maria Cristina Omes, che ha 38 anni, sei più di lui, mentre la donna si rilassa sul divano; poi i figli, la primogenita Giulia, 5 anni, che riposa nella sua stanzetta, e Gabriele, 20 mesi, addormentato nel letto dei genitori. Una lunga doccia. Esce e va a vedere la partita Italia-Inghilterra su maxischermo in piazza. Rincasa e scopre l’orrore. Racconta di aver tentato di rianimare Maria Cristina, imbrattandosi con il suo sangue, e subito dopo di avere soccorso i figli. Evoca una banda di rapinatori, magari dell’Est. Confessa dopo una pizza.
Parla di un matrimonio nel quale si sentiva ingabbiato, senza trovare la forza di affrontare il discorso e le conseguenze di una separazione. Nello stesso tempo vagheggiava una storia d’amore con una collega, che accettava solo un rapporto di amicizia. Ascolta a capo chino la sentenza del gup di Pavia, Luisella Perulli, che lo condanna all’ergastolo. Rinuncia al ricorso in Appello, già presentato, con tre righe ai giudici, “considerando congrua la condanna inflittami in primo grado e scusandomi per la perdita di tempo”.

Condannato all’ergastolo dopo la strage: uccise moglie e figli, ora si laurea in carcere (La Provincia Pavese – 17 novembre 2020)
Motta Visconti, sei anni fa Carlo Lissi sterminò la famiglia. Ha discusso la tesi on line con l’Università di Pavia
Il 14 giugno del 2014 sterminò la sua famiglia. Ora Carlo Lissi, ergastolano a Torre del Gallo, si laurea in Filosofia. Proprio in quella materia che indaga il pensiero e l’agire umano, ma che non basterà a spiegare la strage commessa. Lissi, 39 anni, tecnico informatico, sei anni fa uccise a colpi di coltello la moglie, Cristina Omes, e i suoi due figli piccoli, Giulia di 5 anni e Gabriele di 20 mesi, che dormivano nei loro lettini, «perché voleva sentirsi libero dalla gabbia del matrimonio». Una delle stragi familiari più efferate degli ultimi anni. Un orrore senza fine, che aveva spinto lo stesso killer a rinunciare all’appello dopo la sentenza dei giudici di primo grado, che lo avevano condannato al carcere a vita.
Laurea on line
Alcune settimane fa Lissi ha discusso la tesi dalla sua cella, collegandosi on line con la commissione di laurea all’Università di Pavia.
Un traguardo poi comunicato al suo difensore, l’avvocato Corrado Limentani. «In carcere sta facendo il suo percorso psicoterapeutico e quando riesco vado a trovarlo – dice il difensore –. Aveva iniziato a studiare quasi subito dopo la carcerazione, forse nel tentativo di approfondire aspetti esistenziali». Lissi è sopravvissuto al dolore da lui stesso creato e pur dicendosi “pentito” non ha mai ottenuto il perdono dei familiari delle vittime, a cominciare dalla mamma di Cristina Omes e nonna dei bambini.
La strage
L’orrore si consuma la sera del 14 giugno di sei anni fa, mentre tutta Italia sta seguendo l’esordio degli azzurri ai Mondiali con l’Inghilterra. Nella villetta di via Ungaretti a Motta Visconti vengono trovati uccisi a coltellate Maria Cristina Omes, impiegata di 38 anni, e i figli Giulia e Gabriele. A dare l’allarme è lo stesso Carlo Lissi, tecnico informatico, marito e padre delle tre vittime. L’uomo racconta di essere uscito per vedere la partita con gli amici e di avere trovato al ritorno la famiglia sterminata. Si pensa subito a una rapina, ma nel giro di 24 ore Lissi crolla davanti ai carabinieri, nella caserma di Abbiategrasso, dopo una pizza e una bibita. Confessa di essere stato lui a uccidere moglie e figli. Indica anche il luogo in cui si è liberato dell’arma del delitto, un coltello prelevato dalla cucina.
Il carcere a vita
Durante il processo Lissi è stato giudicato capace di intendere ed è stato condannato al carcere a vita. Lui stesso aveva chiesto ai giudici «il massimo della pena» e il giudice Luisella Perulli lo aveva accontentato. Una pena che Lissi, quando era arrivato il momento dell’appello, aveva chiesto di confermare con una dichiarazione di quattro righe, inviata dal carcere di Torre del Gallo ai giudici della Corte di Assise di appello di Milano, scusandosi con loro «per la perdita di tempo». Il detenuto sconterà in carcere il suo “fine pena mai”, anche se l’avvocato Limentani ha presentato lo stesso la richiesta dei benefici per buona condotta, che potrebbero essere applicati, in termine di liberazione anticipata, dopo i 26 anni di reclusione.

 


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  • Maria Cristina Omes
  • Giulia
  • Gabriele

In memoria di

La vicenda di Motta Visconti è una delle dieci+una Favole da Incubo contenute nel libro scritto da Roberta Bruzzone ed Emanuela Valente, con il titolo “L’Uomo nero che giocava a fare il papà”
Favole da Incubo 

 

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Gabriele, 20 mesi. Ucciso a coltellate dal padre che ammazza anche la mamma e la sorellin (strage di Motta Visconti)

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Giulia, 5 anni. Uccisa, insieme alla mamma e al fratellino, a coltellate dal padre (strage di Motta Visconti)

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