DOPO UN GIORNO D’ AGONIA E’ MORTA LA DODICENNE FERITA DAL PADRE A GENOVA

GENOVA – Anche Roberta è morta. La ragazza di dodici anni che il padre aveva portato sul monte Fasce sparandole un colpo al capo e uccidendosi subito dopo, è spirata ieri mattina all’ ospedale di San Martino. Un intervento chirurgico, durante la notte, aveva creato qualche illusione. E’ stato questo l’ epilogo tragico del dramma scoppiato all’ improvviso mercoledì pomeriggio, un delitto-suicidio scaturito da una tormentatissima vicenda matrimoniale.

Domenico Di Giorgio, 40 anni, un meccanico emigrato nell’ entroterra di Genova da Castellammare del Golfo, ha attuato con freddezza la “soluzione finale”. A mezzogiorno è passato a prendere all’ uscita della scuola la figlia Roberta, dodici anni, che frequentava la seconda media alla “Boccanegra” di San Martino. “Ti porto a fare un giro in macchina” le ha detto facendola salire sulla sua “Mercedes”. La ragazza ha tirato un sospiro di sollievo, dopo tante paure e tensioni. Gli ultimi tempi erano stati durissimi, per lei e per la madre.

Da un anno Domenico Di Giorgio era stato allontanato da casa dalla moglie, Caterina Marzano. Pare che lui si fosse invaghito di una ragazzina. La moglie era stata inflessibile, ma lui non si era rassegnato. Erano cominciate le scenate, le liti, qualcuno dice anche le botte.

Lui non la smetteva più di tormentare le due donne: diceva che voleva tornare a vivere con la sua famiglia, si appostava sotto casa. A volte madre e figlia spegnevano la luce per fingere di essere fuori. Vivevano nella paura, ma lui ripeteva agli amici: “Perchè non devo avere anche io una famiglia normale, come tutti gli altri? Voglio vivere con Roberta”.

Del suo dramma, il meccanico parlava spesso con un amico, il maresciallo dei carabinieri di San Martino, Oscar Gatti, che lo consolava e gli dava buoni consigli. Ma col tempo l’ idea fissa è diventata una ossessione. Quando Di Giorgio ha capito che non c’ era più nulla da fare ha messo in atto il suo piano.

Il giro con Roberta, in auto, è durato un paio di ore, in varie zone della città. Poi l’ ha portata sul monte Fasce. In tasca aveva una pistola “Dillinger”. Ad un certo punto è sceso, è entrato in una cabina telefonica e ha chiamato il maresciallo Gatti: “Maresciallo, voglio dirtelo perchè sei l’ unica persona che si è preoccupata per me. Sto per uccidere Roberta e poi mi sparo anch’ io. Vado sul monte Fasce”. Il maresciallo non ha fatto in tempo a dire una parola. Dalla caserma ai tornanti del monte diventato famoso per un altro delitto, quello di Milena Sutter uccisa da Bozano, c’ è una strada non lunga ma stretta e piena di curve. Quando l’ Alfetta dei carabinieri è arrivata, la “soluzione finale” di Mimmo Di Giorgio era già compiuta, da pochissimo: “Bastavano un paio di minuti”, dice il maresciallo.

La scena era agghiacciante. La ragazza agonizzava sull’ auto. Il padre aveva tentato di strozzarla, poi le aveva sparato un colpo alla testa. La pallottola era ancora conficcata nel cranio. Seduto al posto di guida, c’ era il corpo ormai senza vita di Mimmo Di Giorgio, che si era sparato alla tempia. Sul sedile, un biglietto scritto sul foglio di una agenda, con qualche errore e una grande chiazza di sangue in fondo. Diceva: “Gatti, tutta la colpa è di mia moglie e di mia suocera. Faccela pagare. Vendicami. Sei stato l’ unico ad aiutarmi”. La corsa all’ ospedale per tentare di salvare Roberta ha illuso fino a ieri mattina la madre, i parenti, i compagni di scuola. L’ intervento al cervello è riuscito ma poco dopo le 8 il cuore della ragazza non ha più resistito.

di PIERO VALENTINO