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Mirko Farci, 19 anni, studente. Ucciso a coltellate dall’ex compagno della madre nel tentativo di difenderla

Tortolì (Nuoro), 11 Maggio 2021


Titoli & Articoli

Tortolì, lacrime e palloncini per l’addio a Mirko: “Ciao piccolo grande eroe” (Casteddu Online – 14 maggio 2021)
Le lacrime di amici e parenti, il volo dei palloncini bianchi. E la maglia della Juventus sul feretro. Commozione a Tortolì per l’ultimo saluto a Mirko Farci, il giovane morto qualche giorno fa nel tentativo di salvare la madre dalla furia dell’ex compagno. Al funerale, accesso contingentato, nella chiesa di San Giuseppe il presidente del consiglio regionale Michele Pais, l’assessore regionale ai Trasporti Giorgio Todde, il sindaco di Tortolì Cannas e il consigliere regionale ogliastrino Pd Corrias.
Toccanti le parole dell’omelia del vescovo Mura: “Tu Mirko, splendido ventenne hai perso la vita per difendere l’umanità più bella, quella di tua madre, quella che merita sempre di essere difesa, anche quando qualcuno non capisce e diventa un aggressore violento. Anche chi ha colpito tua madre è frutto di questa umanità malata che talvolta non vogliamo vedere né curare, né purtroppo aiutiamo perché scopra la bellezza della vita. Tu ci consegni un gesto immortale e il tuo gesto rende immortale la tu vita”.
“Per sempre con noi” e “Il tuo sorriso farà sognare” le dediche degli amici nelle corone funebri. All’uscita del feretro il viaggio silenzioso verso il cielo dei palloncini bianchi e l’ultimo applauso a Mirko. Tutti i compagni di scuola hanno accompagnato il feretro fino al cimitero (dove erano presenti anche la comunità pakistana e quella senegalese), tutti coi cartelli in mano. Qualcuno diceva “no ai femminicidi”. Altri “ciao piccolo grande eroe”.

 

 

Tortolì, Paola Piras si risveglia dal coma dopo 40 giorni e chiede del figlio Mirko, morto per salvarla (Corriere della Sera – 21 giugno 2021)
Il nome sussurrato con un filo di voce: il figlio Mirko Farci, 19 anni, è morto eroicamente proprio nel tentativo di salvarla dall’aggressione dell’ex compagno di lei, il pakistano Shahid Masih. Le condizioni della donna sono ancora gravi, ma dovrebbe salvarsi
Ha aperto gli occhi per qualche minuto e le sue prime parole sono state per il figlio che le ha salvato la vita:«Mirko… Mirko». Con un filo di voce Paola Piras, ancora molto grave, dopo 40 giorni di coma, il corpo martoriato dalla furia dell’ex compagno (18 coltellate), ha — scrive La Nuova Sardegna — più volte chiesto:«Dov’è?». Forse immagina. Il coma non le ha del tutto cancellato la sequenza del ragazzo che cercando di difenderla è crollato, colpito mortalmente al petto e alla gola.
«Ancora è presto perché sappia tutto», riferiscono all’ospedale di Lanusei. L’assiste anche un’equipe di psicologi; poco per volta le diranno che casa è accaduto all’alba di quell’11 maggio: un’ombra, le urla dell’uomo che da mesi la perseguitava senza darsi pace per la fine della loro storia, le coltellate, Mirko che le fa da scudo.
Paola si è svegliata dal coma venerdì, la stessa mattina in cui nell’istituto alberghiero Janas al fratello di Mirko Lorenzo e alla zia Stefania veniva consegnato il diploma di maturità. I compagni di classe hanno insistito:«Ci teneva molto, voleva fare qualche esperienza lontano dalla Sardegna, ma poi ritornare a Tortolì per aprire un ristorante o gestire quello di famiglia». Mirko, 19 anni, lo ha avuto postumo, ad honorem, e con un 100 pieno, «perché — ha spiegato il dirigente scolastico Nanni Usai — lui lo ha davvero meritato, con il suo gesto generoso e con il curriculum di studente modello».
Il risveglio dal coma, indotto farmacologicamente, ha aperto uno spiraglio: forse Paola, 51 anni, riuscirà a salvarsi ma le condizioni sono ancora molto gravi. L’equipe chirurgica del dottor Giampietro Gusai e i medici di anestesia e rianimazione l’hanno tenuta in vita con tre interventi sulle ferite che avevano leso organi vitali e poi per complicazioni sopravvenute all’addome. All’ospedale era arrivata che quasi non respirava più, dissanguata dalle emorragie. Due volte, con cautela, hanno cercato di farla uscire dal coma; dopo il terzo riuscito tentativo, un lievissimo miglioramento; respira senza l’assistenza delle macchine, ha cominciato a mangiare, ma è ancora presto per dire se riuscirà a salvarsi.
L’uomo che l’ha quasi uccisa — Shahid Masih, pakistano, 29 anni, operaio in un cantiere nautico — probabilmente andrà a processo con rito immediato. Le prove in mano ai magistrati sono univoche: denunciato per stalking e maltrattamenti, nonostante il divieto di avvicinarsi alla casa della sua ex compagna, la pedinava. La notte dell’11 maggio si è arrampicato su una grondaia, si è precipitato come una furia nell’appartamento mentre Mirko e la mamma dormivano. Poche ore dopo è stato arrestato mentre vagava nelle campagne intorno a Tortolì; aveva i jeans intrisi di sangue, i carabinieri hanno a stento arginato una piccola folla che all’uscita dalla caserma ha tentato di linciarlo. Masih, in carcere, ha confessato, motivando con parole per nulla convincenti: «Non volevo uccidere, sono stato aggredito e ho dovuto difendermi». Nessun rimorso né pentimento.


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In memoria di

Paola Piras racconta la sua vita dopo l’assassinio del figlio Mirko Farci, morto a 20 anni per difenderla (la Nuova Sardegna – 12 aprile 2023)
«Mi ha salvato la vita, grazie a lui i suoi due fratelli hanno ancora una mamma. Il mio Mirko ci ha salvato tutti»
Per ore da sola, chiusa nella stanza di Mirko, immersa nel suo mondo. Le scarpe numero 43, la maglietta della Juve, i cappellini, le foto con le linguacce, gli occhi che brillano. Per ore da sola, in silenzio, sino a quando cala il sole. Perché il buio riapre le ferite e riaccende la paura. E allora Paola Piras scivola via da quella stanza, da quell’appartamento a Tortolì in cui la vita si è fermata. Era l’11 maggio del 2021, era quasi l’alba quando Mirko Farci, 20 anni, è morto per difendere la madre dalle coltellate dell’ex compagno. «Mi ha salvato la vita, grazie a lui i suoi due fratelli hanno ancora una mamma. Il mio Mirko ci ha salvato tutti».

Paola, com’è la vita dopo?
«È la continua ricerca di un senso, di qualcosa che ti faccia andare avanti. Ed è una vita segnata dal ricordo costante di chi non c’è più ma non è mai andato via».

Quanto è difficile?
«Tantissimo, perché per una mamma sopravvivere a un figlio è innaturale. E perderlo così, a 20 anni, quando la sua vita stava fiorendo, è un dolore senza fine. Sono viva grazie a lui, ma se fossi stata sola non credo sarei sopravvissuta. I miei figli Lorenzo e Samuele sono la mia forza».

Torniamo a quella notte. Che cosa ricorda?
«Nulla. La mia memoria si è fermata a cinque mesi prima, dicembre 2020».

Che cosa successe?
«Denunciai quello, il pakistano, l’assassino di mio figlio. Un anno prima l’avevo mandato via di casa, da allora ho subìto minacce, persecuzioni e un primo tentativo di uccidermi».

Come era Mirko?
«Era il sole. Buono, sensibile. E divertente. Sognava di diventare uno chef. Amava la vita, la sua famiglia. I fratelli, la zia, il nonno. E me. Voleva che restassimo uniti e che fossimo felici. E io gli dico spesso “amore mio, ci stiamo provando”».

Glielo dice?
«Sì, lo sento sempre accanto. Qualunque cosa succeda il pensiero corre sempre a lui, io e il fratellino Samuele commentiamo “chissà cosa avrebbe detto Mirko, chissà Mirko quanto si sarebbe divertito…».

E Mirko oggi cosa le direbbe?
«Di continuare così, di essere una buona madre, di sorridere ancora».

Perché aspettò un anno per denunciarlo?
«Ci misi un po’ a capire chi avevo di fronte. Mi successe quello che – mi hanno detto gli psicologi che mi seguono – capita a quasi tutte le donne vittime di violenza. All’inizio si fa fatica a focalizzare la situazione, a essere razionali e ad ammettere di essere finite in un vortice di abusi. Si tende a pensare che certe cose possano succedere solo alle altre e che tu comunque sia in grado di gestirle».

E invece?
«Invece a un certo punto ho capito che quello poteva farmi del male sul serio, che quando diceva “ti ammazzo” lo pensava veramente. Non ho mai preso in considerazione, invece, che la sua violenza potesse colpire la mia famiglia, i miei figli. Come poi è accaduto».

La sua famiglia era a conoscenza delle violenze?
«Sì, ho sempre condiviso tutto con loro, mi sono stati accanto dall’inizio e mi hanno sostenuto quando ho deciso di denunciare».

E poi che cosa è successo?
«E poi è arrivata quella notte, quell’alba di cui non ricordo niente. Ho il racconto che mi hanno fatto, ho i segni sul corpo. Cicatrici sulle braccia, sulle mani, sul seno, una più profonda dal mento sino al collo. Mi hanno detto che si può attenuare con un intervento chirurgico. Ho detto no, perché quella cicatrice è la mia storia, è Mirko. Non posso coprirla».

Dopo 40 giorni si è svegliata dal coma, che cosa ricorda?
«C’era Lorenzo, il mio figlio maggiore, accanto al letto. Ho chiesto subito di Mirko, lui mi ha detto “mamma, Mirko non ce l’ha fatta”. Non c’è stato bisogno di aggiungere altro, dentro di me sapevo già tutto. A parti inverse, con Lorenzo si è ripetuta una situazione del passato».

Quale situazione?
«Nel 2006 dissi a lui e a Mirko che il loro papà era volato in cielo. Avevano 8 e 5 anni. I miei figli hanno sofferto molto nella loro vita, insieme abbiamo affrontato e superato tante difficoltà».

Quando è tornata a Tortolì?
«Per due mesi ho seguito un percorso di riabilitazione. Non sapevo più camminare, non muovevo la mano destra, non potevo mangiare né lavarmi da sola. I medici pensavano che sarei rimasta in ospedale molto più a lungo. Ma io non vedevo l’ora di andarmene, di stare con i miei figli. Che in quel periodo hanno subìto un altro lutto gravissimo: la morte del nonno Giancarlo, di mio padre».

Lei lo ha potuto salutare?
«No, se n’è andato in agosto, a 84 anni. Io ero in ospedale, i medici hanno detto che uscire sarebbe stato rischioso. Con Mirko mio padre aveva un rapporto meraviglioso. Sono morti a distanza di tre mesi l’uno dall’altro e purtroppo mio padre, che era affetto da demenza, ha capito che cosa era successo a suo nipote perché qualcuno ha avuto l’infelice idea di fargli le condoglianze».

Che cosa ha provato quando è rientrata a casa, in quell’appartamento?
«Ho sentito Mirko ancora più vicino. Stare nella sua camera, rimasta intatta, tra le sue cose, mi dava serenità. Ho trascorso giornate intere lì dentro, poi al buio andavo da mia sorella, perché la notte i ricordi si fanno più vivi e dolorosi».

Perché ha deciso di lasciare la Sardegna?
«L’ho fatto per Samuele, il mio figlio piccolo che ha 13 anni. Lui era già andato via, l’ho raggiunto nel settembre scorso. Perché ha già perso Mirko, il suo fratello adorato, e ha bisogno di me, ora più che mai».

Com’è la sua vita oggi?
«Faccio la mamma, come voleva Mirko. Viviamo in un piccolo paese in Lombardia, Samuele va a scuola, è ben inserito. Quasi nessuno conosce la mia storia, finalmente non sento sguardi curiosi addosso».

In questi anni si è sentita giudicata?
«Da sempre. Ho avuto tre figli da due uomini diversi, mi sono separata da entrambi. E poi la relazione con “quello”, più giovane, pelle scura, altra nazionalità. Ho sempre sentito il giudizio ma non il peso. Qualcuno avrei dovuto ascoltarlo però».

Chi?
«Una persona a me vicina mi disse che “quello” non aveva l’aria di una brava persona. I miei occhi purtroppo vedevano altro».

Anche oggi si sente giudicata?
«Solo io so quello che sto passando e il senso di colpa che mi porterò dentro per sempre. E nonostante questo c’è ancora chi commenta… Per fortuna una minoranza di persone, rispetto alle tante che ci sono state vicine con affetto e con gesti concreti».

Qualcuno in particolare?
«La comunità di Tortolì che ha organizzato una raccolta fondi in un momento in cui avevamo un estremo bisogno di tutto. Gli insegnanti, i compagni di Mirko, i suoi amici. I medici che mi hanno curata. Le psicologhe e volontarie del Centro antiviolenza Donne al traguardo. Mia sorella Stefania, insostituibile, unica».

Che farebbe se potesse tornare indietro?
«Alla vista di “quello” girerei lo sguardo dall’altra parte. Non lo farei mai entrare nella mia vita».

Che cosa vuole dire alle donne che subiscono violenze?
«Scappate alla prima bugia, al primo schiaffo, alla prima scenata. Non date altre possibilità, salvatevi dall’inferno».

E al suo Mirko?
«Che mi manca come l’aria, che ho il suo sorriso davanti. E che è il mio eroe e non smetterò mai di dirlo al mondo».