Marcello Rigodanzo, 83 anni, padre. Trova una vecchia baionetta e colpisce due volte la moglie alla gola. L’inchiesta viene archiviata, lui è libero e i figli lo vogliono a casa
Arcugnano (Vicenza), 4 Marzo 2013
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Stanco, uccide con una baionetta la moglie malata di Alzheimer (Corriere del Veneto – 4 marzo 2013)
Uccide la moglie malata di Alzheimer. L’autore del gesto è un 83enne di Arcugnano. Il delitto è stato scoperto da una delle tre figlie della coppia
Un anziano 83enne ha ucciso a coltellate la moglie di 78 anni malata di Alzheimer. Il fatto è avvenuto ad Arcugnano (Vicenza). L’uxoricida, Marcello Rigodanzo, è stato portato nella caserma dei carabinieri ed è seguito dal reparto operativo di Vicenza. Del fatto è stata informata la magistratura berica.
Secondo quanto si è appreso, l’anziano avrebbe agito perchè stanco del periodo difficile della famiglia per le gravi condizioni di salute della moglie, Adriana Carolo, da 5-6 anni gravemente malata di Alzheimer. La donna è stata uccisa nel sonno, verso le 7.30 con una baionetta della prima guerra mondiale che le ha squarciato la gola. Il delitto è stato scoperto da una delle tre figlie della coppia che verso le 8 e 30 si era recata nell’abitazione per accudire gli anziani genitori, come ogni mattina. E ha trovato il padre sotto choc in cucina e la madre in un lago di sangue a letto.
La coppia viveva in una casa costruita negli anni Cinquanta in un borghetto nella zona collinare di Arcugnano, ed era rimasta sola dopo che i quattro figli, di cui tre femmine, erano andati a vivere altrove. La donna si era ammalata sei anni fa e da allora è stato un calvario sia per lei che per il marito, costretti a passare da un ospedale ad un altro, senza speranze. Una situazione che si è fatta col tempo particolarmente difficile e che, secondo quanto si è appreso, ha portato alla disperazione il capofamiglia, che non avrebbe più retto, arrivando all’estremo gesto stamane, poco dopo essersi alzato.
Uccide la moglie, parlano i figli: “Papà, ora ti vogliamo a casa” (Corriere del Veneto – 6 marzo 2013)
Il primogenito: «Forse non ho fatto abbastanza per lui». Marcello Rigodanzo, 83 anni, ha chiesto di restare in carcere dopo aver ammazzato la donna che soffriva di Alzheimer
«Non c’è alcun rancore per quello che ha fatto papà, è già perdonato. La nostra preoccupazione ora è che non rimanga solo. Speriamo che dopo l’interrogatorio gli concedano gli arresti domiciliari, due mie sorelle, Mirella e Rita, hanno già espresso la loro disponibilità ad accoglierlo in casa».
È affranto e molto provato Paolo, il primo dei quattro figli di Marcello Rigodanzo, l’83enne di Arcugnano che lunedì mattina ha ucciso nel sonno la moglie Adriana Carolo, «la mia bambola» come la chiamava affettuosamente lui, consumata dall’Alzheimer e che ha chiesto di restare in carcere. Lui che le stava accanto in ogni momento, accudendola e assistendola pazientemente, non sopportava più di vederla in quelle condizioni e così l’ha pugnalata al collo, in due punti estremi, con una baionetta della prima guerra mondiale trovata anni prima in un campo. Una lama di 25-30 centimetri in parte seghettata, a cui il pensionato aveva adattato artigianalmente un manico, per riuscire ad impugnarla.
Erano all’incirca le 7.30 quando ha compiuto il dramma della disperazione. Quindi si è cambiato e ha atteso fino alle 9 nel cucinino di casa l’arrivo della figlia Mirella, che doveva cambiare la mamma, per poi affidarla ad una sorella.
«Ora il mio amore non soffrirà più» sono state le parole che ha pronunciato, balbettando e ancora sotto choc alla figlia Mirella e alla vicina di casa, che prestava aiuto alla coppia ogni giorno.
«Non è affatto facile la situazione per noi figli. Io sto realizzando man mano e oggi sto peggio di ieri – fa sapere Paolo, il primogenito – Capivo che c’era del forte malessere in lui, che non bastavano i nostri supporti, che bisognava portare via la mamma, in una struttura, o che comunque bisognava garantirle una badante per l’intera giornata, non solo per qualche ora» continua il figlio dell’uxoricida, che racconta anche come una delle sue tre sorelle avesse già individuato una possibile struttura per la 79enne, un centro specializzato per le persone affette da Alzheimer, ad Altavilla.
«Mirella aveva inoltrato la richiesta, pare ci fosse disponibilità per il ricovero diurno ma babbo non ne voleva sapere – continua il primogenito – non si voleva staccare da lei e non ci voleva caricare di troppi problemi, non voleva pesare economicamente su di noi, sapendo che non navighiamo nell’oro: era cosciente che le rette sono alte e che non sarebbero state facili da sostenere per noi, anche se andavano divise per quattro – prosegue ancora Paolo Rigodanzo – So solo dovevamo anticipare queste manovre di ricovero, è questo il mio unico rammarico. Lo avevamo detto e pensato ma non siamo riusciti ad attuarlo nei tempi giusti. Se solo, forse oggi… Ma con i “se” e con i “ma” non si fa nulla».
I figli, negli ultimi anni, con il peggiorare delle condizioni della 79enne, avevano dato il massimo, turnandosi per prestare assistenza in casa, chiedendo alla vicina di aiutare i genitori, e ad una badante di prestare servizio qualche ora al giorno. Avevano chiaro che per il padre 83enne non era facile accudire la moglie, che anche lui aveva i suoi problemi di salute dovuti all’età, ma che nonostante questo non voleva abbandonare un attimo la compagna di una vita, sintomo di un amore inesauribile.
«Lui soffriva molto ma non lo dava a vedere, diceva solo che era stanco, quando sapevamo che di notte non dormiva più, e che veniva anche aggredito da mamma. E chi avrebbe retto una simile situazione» commenta il figlio che parla anche dello stato fisico e psichico del padre. «Il tumore da cui era guarito due anni fa, il diabete, quell’occhio dal quale non vede che gli aveva precluso il suo sogno di gioventù di entrare in aeronautica, il fatto che si stesse isolando, quel profondo disagio nel non riuscire più ad assistere mamma come voleva. Circostanze che lo hanno fatto vedere nero, che lo hanno reso incapace di chiederci aiuto. Una debolezza psichica di cui lui secondo me era cosciente, tanto che due anni fa aveva venduto le sue armi da cacciatore. Se solo lunedì ne avesse avuta una si sarebbe tolto la vita».
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In memoria di
Uccise la moglie, torna in libertà «Non sapeva che cosa faceva» (Corriere della Sera – 6 luglio 2013)
Secondo il perito, Rigodanzo non era in grado di intendere e volere al momento dell’omicidio della compagna 79enne, lo scorso 4 marzo. L’inchiesta è destinata all’archiviazione
VICENZA — Nel momento in cui ha ucciso la moglie nel sonno Marcello Rigodanzo non era in grado di intendere e volere, era preda di una sorta di «corto circuito» dovuto allo stress per le vicende familiari, al sovraccarico di lavoro nei confronti della compagna gravemente malata di Alzheimer e non più autonoma, e alla sofferenza nel vederla deperire di giorno in giorno, alla preoccupazione di non riuscire ad assisterla. Sarebbe questa, in sintesi, la conclusione a cui è arrivato lo psichiatra Umberto Signorato, il consulente nominato ad aprile dal pubblico ministero Barbara De Munari per stabilire la lucidità e la capacità di stare in giudizio del pensionato 83enne di Arcugnano, arrestato dai carabinieri lo scorso 4 marzo per l’omicidio volontario della compagna di una vita, la 79enne Adriana Carolo.
La risposta del professionista nominato dalla procura, arrivata nei giorni scorsi, ora porta verso l’archiviazione. Da quanto emerge infatti Marcello Rigodanzo, al momento del delitto, non era in grado di intendere e volere, quindi non è imputabile, non processabile. E non è nemmeno pericoloso socialmente. Tanto che è già stato rimesso in libertà: il pensionato, difeso dall’avvocato Sara Motta, non è più agli arresti domiciliari, per quanto continui ad abitare a casa di una delle figlie. La misura non aveva più motivo di essere.
A breve il giudice Stefano Furlani sentirà lo psicologo, nella formula dell’incidente probatorio, per appurare le conclusioni della perizia, e si riserverà di decidere. Ma è quasi scontata l’archiviazione per l’uxoricida. Che sarebbe stato «impulsivo» secondo lo psichiatra che lo ha sottoposto a diversi colloqui. L’83enne avrebbe agito «senza adeguata riflessione stante l’eccessiva prontezza», stressato dagli eventi familiari, «un impegno troppo gravoso e destabilizzante per i suoi fragili equilibri». Una decisione drammatica per il padre di famiglia e marito, preoccupato di non essere più nelle condizioni di assistere la compagna gravemente malata, turbato dall’eventualità di poter morire prima di lei e di lasciarla sola, senza sostegno economico, senza cure adeguate.
Due i colpi che la mattina dello scorso 4 marzo, di ritorno dall’orto, ha inferto con una baionetta alla base del collo della 79enne che stava dormendo a letto. Due colpi che hanno provocato la morte della donna per dissanguamento. Un delitto confessato subito ai carabinieri, ai quali ha detto: «Ho sbagliato, portatemi in carcere, sono un delinquente». Spiegando di aver voluto mettere fine per sempre alle sofferenze della 79enne, «il mio amore» come la chiamava dolcemente, uccidendola nel sonno, nella loro casa di via Zanchi, sulle colline di Arcugnano.
Perché da dieci anni a questa parte sua moglie, «la sua bambola», combatteva con l’Alzheimer, un morbo che negli ultimi tempi era diventato sempre più deleterio, arrivando ad impedirle di riconoscere anche i quattro figli, che si alternavano per starle accanto, a non avere più cognizione e facoltà del suo corpo, sempre più fragile. Marcello Rigodanzo, nonostante i suoi problemi di salute, ha sempre accudito con grande pazienza e dedizione la compagna, condividendo ogni istante della difficile battaglia col male assieme a lei, cercando di farsene carico, ma alla fine, esasperato, cosciente di non potercela fare, ha deciso di arrendersi. Di mettere fine per sempre alle sofferenze dell’amata.
Con una baionetta della prima guerra mondiale trovata anni prima in un campo. A cui aveva adattato un manico. Erano le 7 quando ha compiuto il dramma della disperazione. Quindi si è cambiato e ha atteso fino alle 9 nel cucinino di casa l’arrivo della figlia Mirella, alla quale ha detto, balbettando e ancora sotto choc «Ora la gà smesso de tribolare, ora il mio amore non soffrirà più».

