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Giuseppe Zabatino, 31 anni, impiegato. Uccide l’ex fidanzata a coltellate e tenta di fare harakiri. Chiesti 30 anni

Trezzo d'Adda (Milano), 20 Luglio 2005


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‘Ha ucciso l’ ex fidanzata condannatelo a trent’ anni’ (la Repubblica – 7 marzo 2006)
Trent’ anni di carcere per aver ucciso a sangue freddo, un giorno di fine luglio della scorsa estate a Trezzo sull’ Adda, la sua ex fidanzata Leonora, colpevole di non amarlo più. Un omicidio che sembrava avere le stimmate del delitto passionale, anzi, peggio: quelle del tentato suicidio sfociato per errore in omicidio. E invece una lettera, quella che avrebbe dovuto sostenere questa tesi, smontata e letta riga per riga, sembra non lasciare dubbi: non un errore, ma un omicidio per vendetta e punizione, con tanto di alibi preconfezionato. Chiaro già dalla prima riga: «Mi chiamo Giuseppe Zabatino, ho avuto un fidanzamento con questa ragazza per ben sei anni». Una frase gelida, che fa di Leonora qualcosa di inanimato. Proprio quello che sarebbe diventata, a pochi minuti dal momento in cui lui le consegna i quattro fogli scritti a mano. Giuseppe Zabatino ieri mattina è comparso davanti al giudice per l’ udienza preliminare Cesare Tacconi, che dovrà decidere a giorni se accogliere la richiesta del pubblico ministero Piero Basilone.
Trent’ anni di carcere, equivalenti – con il rito abbreviato – all’ ergastolo. Un’ udienza difficile, in cui è stata ripercorsa la storia d’ amore tra l’operaio 31enne arrivato dalla Sicilia e la sua coetanea Leonora Brambilla. Una relazione tormentata, finita qualche mese prima di quel 20 luglio in cui Leonora stava andando a lavorare, con in testa i progetti per la vacanza con il suo nuovo compagno, di cui aveva parlato a Giuseppe. Lui stava male, non si era ripreso dalla separazione: «era depresso, pensava fosse colpa dei preconcetti della famiglia di lei» ha raccontato in aula il parroco con cui si confidava. E un pensiero fisso: l’ aborto volontario della ragazza. «L’ hanno costretta i suoi», ripeteva a tutti Zabatino.
Quella mattina l’ incontro nell’ ufficio dove lei lavorava, la discussione, e poi le coltellate, feroci. «Ero andato lì per suicidarmi dopo averle dato la lettera», dice ai carabinieri che lo fermano. E aggiunge: «Lei ha cercato di togliermi di mano il coltello con cui volevo ammazzarmi e così l’ ho colpita per sbaglio». Una versione a cui gli investigatori non hanno mai creduto. E ieri il pm Basilone, davanti agli avvocati della famiglia Brambilla, ha smontato questa tesi, partendo proprio dalla lettera. Parole per spiegare il suicidio rivolte ai parenti di lei e ai suoi, ai carabinieri («non sono un delinquente e tengo a precisare che non ho mai usato armi: mi riferisco alle forze dell’ ordine che mi troveranno», scrive). Mai una parola diretta a Leonora, come se lei non ci fosse già più. (di Oriana Liso)


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