Elsa Bellotto, 47 anni,collaboratrice domestica, mamma. Uccisa con un colpo di pistola alla testa dal marito

Quarto D’Altino (Venezia), 14 aprile 2010
Erano sposati da trent’anni e avevano 10 figli, di cui 8 minorenni. Tutti, indistintamente, subivano e avevano subito le violenze di Rino, il padre padrone. Elsa subiva in silenzio e “per amore dei figli” non aveva mai voluto denunciare il marito. I ragazzi andavano a scuola pieni di lividi, venivano cacciati di casa nel cuore della notte, ma al lavoro Rino era sereno, normale.

 

 

Rino Costantini, 53 anni, ex guardia giurata, custode. Suicida. Chissà cosa gli è passato per la testa.

Figli: 10, dai 6 ai 27 anni

 

 

 

Titoli & Articoli

Corriere del Veneto
«I ragazzi venivano in classe pieni di lividi. Lui era violento, Elsa subiva» – Durante le liti bimbi cacciati di casa nella notte
Urla che si sentivano anche dalle case accanto, liti furibonde e porte sbattute: è il ritratto di una famiglia difficile, quello che raccontano i vicini, devastata dalle liti violente, che ormai tutti conoscevano, con i figli cacciati di casa nella notte e mandati a dormire nelle vicine case abbandonate e troppi lividi, visti addosso ai ragazzi dai compagni di scuola. «Ero a scuola con una delle ragazze— racconta Luca Vio — lei arrivava spesso con botte e segni e quando facevamo educazione fisica si vedevano chiaramente. Non ne parlava molto con noi, però, qualche volta ci ha detto che suo padre era violento ma l’avremmo capito anche da soli, era ovvio che non potevano essere sempre delle cadute, erano troppo frequenti». È anche per quello, forse, e per la situazione a casa ormai insopportabile che, appena hanno potuto, due delle figlie sono andate a vivere da sole, a Quarto d’Altino.
«Il padre, da quel momento non le ha più volute vedere — racconta il vicino Enrico Gatto – “non tornate mai più”, gli aveva detto, che altrimenti sarebbero state botte».
Lui, Rino Costantini, 54 anni, era il custode della valle da pesca di Giancarlo Zacchello, appassionato di caccia e pesca, un uomo silenzioso, che aveva riempito la sua casa di trofei di caccia e che amava stare a contatto con la natura, lei, Elsa Bellotto, sua moglie da trent’anni, una donna schiva, attaccata ai figli, per amore dei quali non aveva mai voluto sporgere denuncia. «Sono 25 anni che lavorava in valle per noi — dice Giancarlo Zacchello, ex presidente del Port e ex presidente degli Industriali di Venezia — aveva comprato casa da mio padre. Aveva le api, curava l’orto, si era fatto una famiglia. Non so cosa sia accaduto nella sua testa».
Una situazione pesante, nota, ma mai segnalata pare alle forze dell’ordine.
Solo una figlia, dicono ora gli amici, poco tempo fa aveva deciso di rompere il silenzio con la polizia. «I figli non ne potevano più, hanno detto più di qualche volta ad Enrico che avrebbero voluto denunciare il padre ma la madre non era mai stata d’accordo — racconta Roberta Vio, la mamma di Enrico— da quella casa si sentivano sempre le urla, qualche volta più forti, altre meno, ormai non ci facevamo nemmeno più caso. Però a volte lui faceva davvero paura, la moglie era succube, ma con me non si è mai confidata».
Il Comune interveniva da anni. «Li conoscevo da nove anni, avevano dei problemi ma volevano superarli. Li ho visti pochi giorni fa — dice l’assessore alle politiche sociali, Maurizio Donadelli – non c’era alcun segnale. Lei non voleva fare denuncia, voleva aspettare». Elsa, secondo l’assessore era una donna sensibile che partecipava alla vita della comunità dove viveva e che, insieme alla parrocchia, frequentava assiduamente gli incontri organizzati per creare momenti di aggregazione tra le famiglie e i ragazzi. Il Comune era spesso intervenuto anche con aiuti economici.
«Incontravo spesso le due ragazze e la signora Elsa — dice il sindaco Loredano Marcassa — non mi hanno mai detto di sentirsi in pericolo a casa. L’ultima volta che le ho viste è stato durante lamessa, dove i bimbi più piccoli fanno i chierichetti ».
di Alice D’Este

Il Gazzettino
Tragedia di Altino: un padre-padrone che tiranneggiava la moglie e i 10 figli – Frequenti liti familiari, la donna veniva regolarmente insultata – I ragazzi potevano andare a scuola, ma non uscire con amici
«Ogni ricordo di loro due lo teniamo dentro di noi… nella nostra famiglia, che adesso vogliamo continui a restare unita». I figli di Elsa e di Rino, della madre uccisa con un colpo di pistola dal padre possessivo e violento, rivelano con un’unica parola il senso tremendo di ciò che è accaduto in questo lembo di campagna, sotto un cielo nero e umido dove volano gli aerei decollati da Tessera. La famiglia, ancora la famiglia, sempre la famiglia. È il movente, la causa, il totem sociale e individuale da cui è scaturita una violenza quotidiana che si è protratta per un’esistenza intera. Quei due spari dentro uno sgabuzzino sono l’esplosione bruciante che ha interrotto la vita agra di un uomo e di una donna che si erano amati, avevano messo al mondo dieci figli, ma avevano dovuto convivere con le paure e i fantasmi assurdi della mente di lui, capace di trasformare quella casa in una bolgia.
La vecchia villetta a due piani immersa nel verde altro non era che una specie di nuraghe. Il cancello davanti al quale stazionano due poliziotti, era il limite invalicabile di un mondo dove vigeva soltanto la legge di Rino Costantini, 53 anni, conosciuto come il Buraneo. Voleva imporre il suo dominio su tutti, all’interno di un cerchio familiare che egli aveva creato per difendere se stesso dalla ferita insanabile di essere stato allevato senza una mamma. E per proteggere i suoi cari dai pericoli, dalla contaminazione di ciò che stava fuori da quelle quattro mura, oltre l’orto dove aveva piantato i pomodori e le zucche, che faceva crescere con passione.
Non c’è nessuno, ad Altino, che si stupisca. Forse non pensavano, i vicini, che Rino sarebbe arrivato a tanto, abituati com’erano alle micro-esplosioni giornaliere di una brutalità che si manifestava all’esterno nelle grida selvagge e negli insulti rivolti alla povera Elsa Bellotto, 47 anni, e ai figli più piccolini. E che si concretizzava nelle bastonate domestiche, nelle botte, nei lividi, che nessuno aveva avuto il coraggio di denunciare.
Di tutto questo parlano per ore i figli rispondendo al Pm nella trattoria Antica Altino, a mezzo chilometro dal luogo dove si è consumato l’omicidio-suicidio dei loro genitori. Il bar è diventato una specie di Commissariato, una saletta è stata occupata per gli interrogatori. I ragazzi sono impauriti, frastornati. Ma non piangono, non in pubblico.
La più grande, Valentina, ha 26 anni. La più piccola ne ha solo sei. Nella differenza di età, quasi un quarto di secolo, è racchiuso il calvario della famiglia Costantini. Raccontano di quel padre che viveva l’ossessione di difendere la propria famiglia, di comandare, di imporre le sue regole. E chi non le rispettava veniva picchiato. I ragazzi potevano andare a scuola, ma poi era vietato uscire, avere amici o andare soltanto a mangiare una pizza. Era lui che comandava su quella tribù che aveva messo al mondo. Quando andava nella tenuta di Zacchello a fare il guardiano era per tutti una liberazione. Quando i bimbi prendevano il pulmino che li portava a scuola, era una festa.
I vicini raccontano il rancore di Rino per il mondo intero. «Due ore prima degli spari mi ha detto che i figli non lo aiutavano nell’orto. “Gliela farò pagare cara” sono state le sue ultime parole». Una donna: «Litigava perché tagliavamo le canne del giardino». Un uomo: «In tredici anni gli avrò parlato una volta sola». Il ragazzo che è entrato in casa e ha trovato i corpi: «Da tre giorni era una bestia, era andato fuori di testa». Un collega di lavoro: «Quando veniva in Val Dogà, era tranquillo, normale».
Era nel suo mondo che Rino scatenava la rabbia, la legge dell’isolamento, la paura del mondo. Solo da qualche anno una breccia si era aperta. Mamma Elsa aveva trovato il coraggio di uscire. Andava ad aiutare in casa del figlio dell’imprenditore Zacchello. Era una piccola grande conquista, perchè guadagnava due soldi e si illudeva di avere un’esistenza normale. «In questi anni Elsa si è guadagnata la sua dignità, la sua libertà, la sua autonomia» confida il parroco don Gianni Fazzini. Nessuno aveva pensato di presentare denuncia. «Lui vedeva dappertutto minacce per la famiglia, era impossibile farlo ragionare. Ed Elsa voleva tenere la famiglia unita. Si è lucidamente sacrificata per questo scopo» si sforza di cercare una morale escatologica. Le figlie più grandi avevano trovato lavoro ed erano andate via. Per lui erano come morte, non potevano più tornare. Giorni fa il figlio Riccardo ha detto alla madre: «Io vado a denunciarlo». Lei non aveva voluto. E ha segnato la propria fine.
di Giuseppe Pietrobelli

 

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Corriere del Veneto
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