CHI L’HA MAI VISTO? (se la violenza contro le donne è un fatto privato)

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In Italia:
OGNI TRE GIORNI UN UOMO UCCIDE UNA DONNA;
OGNI ANNO OLTRE 100 UOMINI ASSASSINANO LE PROPRIE MOGLI/COMPAGNE/FIDANZATE/EX;
1 MILIONE E MEZZO DI UOMINI SONO COLPEVOLI DEL REATO DI STALKING NEI CONFRONTI DELL’EX PARTNER.
(rielaborazione al maschile dei dati Istat 2015 riguardanti
le donne che hanno subito violenza)

Negli ultimi 10 anni sono oltre 1600 i bambini rimasti orfani di madre per femminicidio
(progetto Switch Off Italia, 2016)

La violenza sulle donne nel nostro Paese COSTA 17 MILIARDI L’ANNO
(dati ricerca Onlus Intervita – Corriere della Sera, 2013)

Si può dunque considerare la violenza contro le donne come UN FATTO PRIVATO? O non è forse un caso di PUBBLICO INTERESSE, con un’incidenza rilevante sulla VITA ECONOMICA E SOCIALE del nostro Paese?

Perché continuare a trattare il femminicidio come un evento riguardante la sfera privata degli individui?  Perché parlare di sentimenti invece che di reati? E perché ripetere ossessivamente la parola “vittima” senza che a questa definizione corrisponda un numero almeno pari di “criminale”, “colpevole”, “assassino”?

Perché parlare solo della parte offesa di questi reati? Perché mettere al centro dell’attenzione chi ha subito e subisce una violenza e non chi quella violenza la agisce e la perpetra? Perché ipotizzare presunti ed improbabili comportamenti della vittima, invece di giudicare quelli gravi e certi del colpevole? Da quando un comportamento si giudica in base a chi lo subisce? Perché chi è oggetto (della violenza) viene sostituito grammaticalmente al soggetto, che può così defilarsi inosservato?

Solo concentrando l’attenzione ed agendo sul colpevole – e non sulla vittima – si può tentare di arginare un fenomeno criminale che riguarda l’intera collettività: non è giudicando la vittima che si elimina o si attenua il delitto; non è dando indicazioni alla vittima su come evitare il pericolo che il pericolo viene scongiurato; non è peseverando in una cultura sbagliata, in cui è la vittima che deve difendersi e non il colpevole ad essere punito, che si raggiunge un progresso civile.

Non è la vittima ad essere complice del criminale: i veri complici di queste stragi ripetute sono la storia, la tradizione patriarcale, la cultura omertosa, la mancanza di educazione, l’inconsapevolezza, la profonda ignoranza di ciò che è diritto e ciò che è reato. La famiglia, la società, le istituzioni, le forze dell’ordine, la giurisprudenza: tutto è ancora intriso di pregiudizi culturali arcaici.

L’informazione scorretta o assente è anch’essa colpevole: potrebbe informare, e non lo fa; potrebbe educare, e non lo fa; potrebbe offrire strumenti di comprensione e conoscenza, invece omette, giustifica, concede attenuanti e spesso protegge la privacy dei criminali, quando si tratta di uomini che uccidono le donne.

Quando è nato questo sito (gennaio 2013) , solo la foto di 1 assassino ogni 5 femminicidi commessi era rintracciabile sui media, e generalmente corrispondeva ad un suicida. In altri, più rari, casi si trattava di uomini che si erano finti alla ricerca delle mogli scomparse, tentando di depistare le immagini e costruirsi un’immagine innocente.ricerche

 

In questi 4 anni abbiamo assistito ad un timido progresso, con la pubblicazione sempre più frequente delle foto di questi uomini, anche quando ancora non si era arrivati in fase finale di giudizio. Ma è curioso osservare che in caso di “ricercati” per l’aggressione ad una donna si eviti di pubblicare la foto del soggetto che si dovrebbe rintracciare.

Anche per quanto riguarda i titoli ed i contenuti degli articoli di cronaca sui femminicidi – e più in generale sugli episodi di violenza contro le donne – non ci sono miglioramenti, rispetto a 4 anni fa – che si possano ritenere sufficienti per parlare di corretta informazione.

Ancora oggi vengono ripetuti con estenuante quasi ossessiva frequenza cliché impropri e fuorvianti quali il “troppo amore“, la “gelosia” ,  il “raptus” o “incapacità di intendere e di volere“: un contorno ideologico che sembra inevitabile nella narrazione delle storie di violenza compiute all’interno della coppia o della famiglia.

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Quando si arriva ad un femminicidio – punta dell’iceberg di un mondo di violenze sommerse e congelate (vedete la nostra rassegna stampa )- quasi sempre c’è dietro uno o più precedenti, a volte per reati di altro genere (danni al patrimonio, truffa, furto, spaccio, ecc.) ma più spesso per reati cosiddetti di genere: violenza sessuale, maltrattamenti in famiglia, stalking, minacce e simili. Non sono neanche troppo rari i casi di recidiva: tentati o riusciti femminicidi di compagne precedenti.recidiva

 

Questo tipo di reato viene sottovalutato dalla società, dai media, dalle forze dell’ordine ed infine anche dai tribunali. Troppa poca è l’importanza che viene data – non dalle vittime ma dai media, dalle istituzioni, dalle forze di pubblica sicurezza e dai tribunali – alle richieste di aiuto delle donne, alle denunce e ai precedenti penali di questi uomini: le richieste e le denunce delle donne che subiscono violenza vengono sottovalutate, rimangono inascoltate o vengono affrontate con ritardi che spesso si rivelano fatali.

denunce

 

A molti uomini colpevoli di gravi episodi di violenza o minacce di morte verso la propria compagna, vengono concessi i domiciliari, ed in buona parte dei casi questo permette loro di completare l’opera iniziata o promessa, uccidendo infine la vittima.

domiciliari

 

Non sono previsti, nè durante nè dopo la detenzione, appositi percorsi di rieducazione e reinserimento per chi ha ucciso la propria moglie o ex, o i propri figli. Gli uomini colpevoli di femminicidio rarissimamente vengono condannati all’ergastolo e quasi nessuno dei condannati sconta per intero la pena stabilita. I familiari della vittima non ricevono comunicazione dell’avvenuta scarcerazione, neanche quando sono affidatari di minori coinvolti nel femminicidio.

carcere

 

La strabiliante indulgenza con cui vengono respinte le aggravanti (quasi mai viene riconosciuta la premeditazione sebbene conclamata in molti casi), e la magnanimità con cui vengono considerate le attenuanti, sono conseguenza di un sistema morale che tarda molto ad adeguarsi ad un codice di procedura dove non esistono più da tempo il delitto d’onore, la pena per la donna adultera, il matrimonio riparatore o il diritto del marito di castigare la moglie inadempiente.attenuanti

 

Il diritto di vita o di morte (ius vitae ac necis) del pater familias su moglie e figli è stato abolito nel IV sec. d. C., e non era in realtà applicato neanche in precedenza essendo fortemente contrastato dalla società civile. Eppure sembra nella pratica essere stato ai nostri giorni riesumato e meglio accettato in caso di debiti di gioco, difficoltà economiche, licenziamenti, malattie della moglie anziana, depressione o semplice desiderio dell’uomo di liberarsi dagli impegni familiari assunti in precedenza e divenuti per lui insostenibili.

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Nonostante il numero di casi sia tale da poter pretendere l’ istituzione di uno specifico “reato di femminicidio”, ad oggi non si è ancora raggiunta l’individuazione giuridica di questo particolare crimine.

Eppure si tratta di un evento delittuoso che possiede caratteristiche peculiari e dinamiche ricorrenti, le cui dimensioni potrebbero essere ridotte in maniera consistente se il fenomeno venisse affrontato con strumenti adeguati e competenze specifiche.

Anche l’informazione, corretta ed esaustiva, che è necessità e diritto della società civile, rientra tra le azioni necessarie a contrastare il quotidiano fenomeno di violenza contro le donne.

 

CHI L’HA MAI VISTO?

Su 571 raccolti ad oggi sul sito, compaiono 456 foto delle vittime, contro appena 336 foto degli assassini. Di queste ultime, alcune sono foto scattate al momento dell’arresto, in cui l’individuo si copre il volto, mentre altre sono foto in cui l’imputato viene reso irriconoscibile attraverso le apposite “fascette” sugli occhi.

fascette

 

Conoscere i volti degli uomini che agiscono violenza nei confronti delle mogli, fidanzate o ex non è una questione di curiosità o di pettegolezzo. È innanzitutto un dovere di cronaca, un diritto all’informazione, e costituisce anche un essenziale strumento di contrasto al fenomeno.

Se il femminicidio non è un fatto privato, se la condanna dei reati contro la persona è un punto cardine del progresso civile, se il procedimento penale costituisce un atto pubblico, è doveroso che siano pubbliche le informazioni relative a chi uccide la donna che di lui si fidava, la madre dei propri figli.

Pubblicare le foto degli uomini condannati per violenza contro le donne serve ad avere un’idea corretta e reale della trasversalità del fenomeno: non sono “mostri”. Tra di loro ci sono uomini di ogni età, di ogni classe sociale, belli, brutti, alti e bassi, magri o grassi, ci sono studenti, disoccupati, professionisti, imprenditori. Non c’è solo il cosiddetto “l’uomo della porta accanto”: c’è anche l’uomo che vive proprio dentro le nostre case. Ci sono padri di famiglia, persone dalla vita regolare, insospettabili, gente che mai prima si è macchiata di alcun precedente. Ci sono anche medici, avvocati, magistrati, poliziotti e carabinieri che per mestiere salvavano la vita di altre persone, addirittura qualcuno che lavorava proprio nella sezione dedicata alla violenza domestica.polizia

 

Pubblicare le loro foto serve ad uscire dalla leggenda dell’orco che si incontra fuori di casa, dall’omertà dei panni sporchi in famiglia, dalla sensazione che provano tutte le donne vittime di violenza di essere sole, come se capitasse solo a loro. Serve a dimostrare che può capitare a tutte, da parte di chiunque. Che non ci sono bravi ragazzi né lavoratori esemplari che tengano.

Serve a tutti gli altri per credere alle parole di una donna che chiede aiuto, a non cadere nella trappola delle apparenze, di ciò che si mostra fuori dalle mura di casa e che troppo spesso è solo una recita, imposta e sostenuta dalla società a discapito di qualsiasi prova o evento.

Vedere pubblicata la propria foto può servire anche agli stessi criminali, per sentirsi colpevoli, per capire che saranno giudicati per quello che hanno fatto non solo da un tribunale ma dall’intera opinione pubblica: non saranno giustificati come portatori di deficit mentali o vittime dell’esasperazione per futilissimi non provati motivi. Se ammazzi la tua famiglia non sei  “un buon padre”, “un ottimo marito” e neanche “un gran lavoratore” o “una persona a modo che salutava sempre”, ma un assassino, un criminale, un colpevole. La pubblica condanna è un deterrente fondamentale per altri possibili casi.

È quanto dovuto nei confronti di chi ha commesso uno dei reati più odiosi: non un fatto privato determinato da sentimenti incontrollabili,  ma un crimine inaccettabile che lede non solo l’intera famiglia di cui fa parte, ma tutta la società e le generazioni future.

Riconoscere il crimine e chiamarlo con il proprio nome “FEMMINICIDIO” (e non tragedia della gelosia, raptus, ennesima lite, disperazione, omicidio-suicidio e altre fantasiose varianti) è il primo indispensabile passo verso la definizione, la comprensione e la repressione di questa deriva umana e sociale ancora troppo diffusa e giustificata. Conoscere chi perpetra il reato di femminicidio è doveroso ed indispensabile per far emergere l’inaccettabile substrato delittuoso che ci riguarda tutti.

 

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