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Silvia Betti, 48 anni, impiegata. Inseguita e massacrata dal marito con 9 coltellate

Treviglio (Bergamo), 12 Ottobre 2010

 

 


Titoli & Articoli

Litiga con la moglie e la uccide a coltellate (Bergamo News – 12 ottobre 2010)
La donna, Silvia Betti, 50 anni, era al telefono con la madre, che ha sentito la situazione degenerare e ha chiamato i carabinieri. Il marito, Luigi Marenzi, è stato arrestato.
Stava litigando con il marito per l’ennesima volta e, esasperata, ha telefonato a sua madre, residente a Milano. Ma è stato in quel momento che Luigi Marenzi, 51 anni, ha impugnato un coltello da cucina e ha colpito a morte la moglie Silvia Betti, 50 anni. Erano le 6,20 del 12 ottobre, quando al piano rialzato della palazzina al civico 2 di piazza della Repubblica, a Treviglio, c’è stato l’omicidio della donna.
Appena ricevuta la telefonata i carabinieri della compagnia di Treviglio, che dista a poche centinaia di metri dal luogo dell’omicidio, si sono precipitati in piazza della Repubblica. Due pattuglie hanno fermato Luigi Marenzi sulle scale del condominio, già quasi in cortile. L’uomo avrebbe voluto allontanarsi, probabilmente. E’ stato arrestato in piena flagranza di reato, poco dopo aver ammazzato la moglie. I militari, hanno poi trovato la donna già morta, in una pozza di sangue, nell’appartamento al piano rialzato. Il cadavere presentava più ferite d’arma da taglio al torace e forse anche all’addome. Sul posto Luigi Marenzi ha lasciato il coltello da cucina che ha utilizzato per colpire più volte sua moglie.
Silvia Betti era originaria di Milano ma viveva da anni in quell’appartamento di Treviglio, insieme al marito. Non avevano figli ed erano molto legati a due cani, che tenevano in casa, con i quali Luigi Marenzi passeggiava spesso nella zona. Lui, attualmente, era disoccupato. Silvia Betti, secondo una vicina, lavorava invece da una zia a Bergamo. A quanto pare la coppia era già in crisi da diverso tempo: Silvia Betti e Luigi Marenzi litigavano sempre più spesso. Avevano deciso di separarsi, secondo quanto risulta ai carabinieri. Avrebbero dovuto andare da un avvocato nei prossimi giorni.


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In memoria di

Uccisa dal marito, la casa donata alle donne (Corriere della Sera – 6 febbraio 2013)
Il 12 ottobre 2010 fu uccisa dal marito. Ora l’appartamento in cui vivevano diventerà una struttura protetta per le vittime dei maltrattamenti
La casa di Silvia sarà data in dono e trasformata in un rifugio per donne maltrattate. Nell’appartamento al piano terra della palazzina marrone, in piazza Repubblica 2, a Treviglio, provincia di Bergamo, tutto è fermo alla mattina del 12 ottobre 2010: Luigi Marenzi, 51 anni, prese un coltello da cucina e tolse la vita alla moglie Silvia Betti, di 48 anni. Avevano appuntamento dall’avvocato per avviare la pratica della separazione, ma lui quel giorno perse la testa. Erano le 6.30: Silvia si rese conto di essere in pericolo e telefonò alla madre, che vive a Milano. Un grido di aiuto subito raccolto dalla donna, che chiamò disperata i carabinieri. Troppo tardi. Lui l’aveva già uccisa con nove fendenti. I militari lo arrestarono mentre scendeva dalle scale del condominio. Ora è in carcere, dove sta scontando una condanna a 15 anni di reclusione confermata in appello.
Quella casa è rimasta congelata a quell’attimo. Sui mobili appoggiati alle pareti di un giallo intenso e luminoso ci sono libri e bicchieri, segni di una vita quotidiana perduta. Per tre anni l’appartamento è rimasto chiuso, sigillato con il suo carico di violenza e dolore. «Non riesco a fermarmi lì davanti – confessa una vicina di casa -. Guardo quella porta e i ricordi sono troppo pesanti».
Un’ombra che sarà allontanata da un gesto di generosità:
i genitori di Silvia, Wilma Ricci e Vittorio Betti, hanno voluto che quella casa rivivesse sotto il segno della speranza. Perché altre vittime sfuggano alla tragica fine che è toccata alla loro figlia. L’hanno infatti donata alla Cooperativa Sirio, di Treviglio, che si occupa di donne maltrattate e che trasformerà l’appartamento in una casa protetta. Fuori dalla porta verrà messa una targa in memoria di Silvia.
«L’abitazione è entrata nella nostra disponibilità una settimana fa – spiega Milva Facchetti, responsabile della cooperativa -. Lunedì abbiamo cominciato i primi lavori. Vorremmo fosse inaugurata l’8 marzo. Ci occupiamo di violenza sulle donne dal 1998 e in questi anni i casi sono costantemente aumentati. L’uccisione di Silvia è stato un evento choc per Treviglio».
Fu proprio la cooperativa Sirio a organizzare una fiaccolata fuori dall’abitazione di piazza Repubblica: centinaia di persone sfilarono in silenzio per le vie della città, per far sentire la loro presenza contro la violenza sulle donne. «Abbiamo seguito anche il processo – continua Facchetti – e lì abbiamo conosciuto i genitori di Silvia. A fine 2011 ci hanno espresso il desiderio che la casa della figlia potesse servire ad aiutare altre donne. Sono rimasta molto colpita dalla loro generosità. Sono gesti come questi a fare la differenza. In una situazione in cui è sempre più difficile riuscire a mantenere i servizi di accoglienza e in cui i Comuni non riescono ad erogare anche piccoli finanziamenti, vedere che c’è chi sa trasformare il proprio dolore in un impegno per il prossimo è davvero un segno di speranza».

Il papà e la mamma di Silvia sono riservati, da quel maledetto giorno sono chiusi nel loro dolore. Riservata è tutta la loro famiglia. A fatica e solo in memoria di Silvia, accetta di parlare la cugina, Elena Betti. «Avremmo voluto che questo gesto rimanesse nel silenzio della nostra famiglia», sospira. «Ma prima o poi, magari in occasione dell’inaugurazione, sapevamo che sarebbe emerso. I miei zii hanno deciso di donare l’appartamento proprio a questa associazione, perché diventi un punto di riferimento e d’aiuto per donne maltrattate che devono scappare da casa. Silvia era altruista e solare, non meritava tutto questo». Elena si concede un solo sfogo: «Una condanna a 15 anni. Secondo lei non sono pochi? Credo che per un omicidio non dovrebbe essere concesso il rito abbreviato».