Giuseppe Dorice, 7 anni. Ammazzato di botte dal patrigno
Cardito (Napoli), 27 Gennaio 2019
Titoli & Articoli
Giuseppe e le sorelline: prima della morte un orrore durato anni nel silenzio di troppi (Fan Page – 11 aprile 2019)
L’arresto di Valentina Casa e le gravissime accuse ai danni di Tony Essobdi Badre, già in carcere per l’omicidio del piccolo Giuseppe Dorice a Cardito, sono solo l’ultima fase di un orrore iniziato anni prima a suon di urla, umiliazioni e botte ai danni di chi non si poteva difendere: dei bambini.
Orrore. Nelle 64 pagine dattiloscritte dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal Giudice per le indagini preliminari Antonella Terzi, procura di Napoli Nord, quelle per intenderci che oggi 11 aprile hanno aperto le porte del carcere a Valentina Casa e confermato la galera preventiva per Tony Essobdi Badre, rispettivamente madre biologica del piccolo Giuseppe Dorice e assassino del piccolo di 6 anni, nonché seriale picchiatore della donna con la quale aveva una relazione, e dei suoi altri due figli, c’è tanto orrore.
La discesa negli abissi non inizia il 27 gennaio 2019, quando Giuseppe viene ammazzato di botte dall’uomo con mani, piedi e una mazza di scopa. Non domo, Essobdi picchia anche gli altri fratellini, “colpevoli” di aver fatto chiasso. Era tutto iniziato prima, molto prima. Lo spiegheranno gli stessi bambini, ascoltati dagli inquirenti con l’ausilio di psichiatri, ripresi discretamente da una telecamera in maniera da rappresentare elemento di prova. Volevano parlare, volevano mostrare, volevano far capire. Forse lo facevano già a modo loro, come un bimbo fa quando è terrorizzato. “Papà Tony”, cosi viene chiamato, è descritto chiaramente come un uomo violento, i bambini non gli vogliono bene, hanno negli occhi immagini di guerra familiare che nessuno dovrebbe mai avere e hanno sul corpo i segni di una devastazione fisica: occhi gonfi, cerotti, ecchimosi. Nessuno a Cardito ha visto? I vicini? Gli amici? Nemmeno gli insegnanti a scuola? In tal senso c’è un j’accuse durissimo del pubblico ministero e del gip.
Umiliazioni incredibili, immonde: Tony stando alle testimonianze se i bambini se la facevano addosso (parliamo di bimbi di 7, 6 e 3 anni) gli imbrattava il volto con i loro stessi escrementi. I consulenti della procura riferiranno di una “identificazione con l’aggressore”: «Il bambino la cui personalità è debolmente sviluppata, risponde al trauma improvviso con l’identificazione per paura con colui che minaccia ed aggredisce. Sicché si trasforma da minacciato in minacciante». Non riferiremo le risposte dirette dei bambini, che sono agli atti della magistratura.
Il quadro complessivo di riferimento però non si può tacere. I bambini capiscono che sono in pericolo e capiscono che la situazione è tale da far guadagnare la galera a tutti i protagonisti di questo orrore. Dalle comunità protette alle consulenze con psichiatri, lo scenario è sempre lo stesso. I bambini ad un certo punto si trovano bene nelle strutture di affidamento e non vogliono tornare in alcun modo da dove sono venuti, segno – secondo gli inquirenti – della paura, anzi del terrore che quanto vissuto si possa in un qualche modo ripetere. Nessun gesto d’amore né dall’uomo ma soprattutto – scrive il gip – nemmeno dalla madre, colpevole di “indolenza” anche nei mesi precedenti la morte di Giuseppe.
«Ne ha ucciso uno, ha rischiato di ucciderne un’altra e la terza si è sottratta solo per caso alla sua missione di morte. Loro lo chiamavano papà e lui inferiva su quei corpicini magrissimi, riducendoli ad un ammasso di lividi» scrive il Gip e dalle parole, pur asciutte e ricche di elementi tali da giustificare la custodia cautelare in carcere si evince un certo sdegno verso l’orrore di Cardito, che nessuno ha visto né sentito, fino a quando il male si è palesato. Ma allora era troppo tardi. (di Ciro Pellegrino)
I segni ignorati a scuola: «Arrivava con i lividi, lo chiamavo scimmia» (Corriere della Sera – 18 aprile 2019)
Le maestre del bimbo ucciso dal patrigno in provincia di Napoli il 27 gennaio scorso. La madre raggiunta da un’ordinanza di custodia per l’omicidio del figlio di 7 anni
Nell’ordinanza di custodia cautelare emessa la scorsa settimana nei confronti di Valentina Casa, accusata dell’omicidio di suo figlio Giuseppe (7 anni) in concorso con il convivente Tony Essobti Badre ci sono alcuni passaggi focalizzati sulla scuola elementare Salvatore Quasimodo, frequentata dal bambino e da sua sorella Noemi, di otto anni.
Giuseppe morì il 27 gennaio a Cardito, un paese in provincia di Napoli, in seguito alle ferite riportate per essere stato picchiato ferocemente dal patrigno, che quel giorno colpì con estrema violenza anche Noemi, «colpevole», come il fratello, di aver giocato in casa facendo troppo chiasso e svegliando l’uomo. Quella è stata l’ultima volta che i bambini subirono le violenze di Essobti, ma non la prima. Anzi, le indagini hanno accertato che schiaffi, pugni, calci, colpi con il manico della scopa erano all’ordine del giorno, e che continuamente i due fratellini si recavano a scuola con evidenti lividi e segni di ferite. Dalla scuola, però, non è mai arrivata nessuna segnalazione né alle forze dell’ordine né ai servizi sociali.
Solo il 18 gennaio scorso, dopo che Noemi si era presentata in classe con una profonda ferita a un orecchio, un lobo quasi strappato, le sue maestre stilarono una relazione per informare della situazione la dirigente Rosa Esca. Ma quel documento rimase fermo in direzione dieci giorni, per essere poi recuperato dalla polizia all’indomani della tragedia. La bambina, scrivevano le insegnanti, «si è presentata più volte in classe con evidenti tumefazioni al volto. La stessa alunna afferma che tali incidenti sono avvenuti a casa»
«Una segnalazione debole quanto tardiva» la definisce nella sua ordinanza il gip Antonella Terzi. Che, a proposito del comportamento della dirigente scolastica, parla di «colpevole negligenza», per non aver preso immediatamente iniziative a tutela della bambina. Ora la posizione della funzionaria è al vaglio della Procura di Napoli Nord, mentre il ministro Bussetti ha già inviato gli ispettori alla Quasimodo. Nelle loro deposizioni le maestre di Noemi hanno raccontato che «la bimba non era curata, non era seguita a casa, aveva i capelli sempre sporchi, era maleodorante», e hanno riferito che a proposito della ferita all’orecchio, Noemi disse: «Me lo ha fatto Tony perché siamo monelli».
Nessuna collaborazione sarebbe invece venuta dalle due maestre di Giuseppe, una delle quali lo chiamava «scimmietella» perché si buttava sempre a terra, e lui rispondeva: «No, scimmia no». Intercettate nella sala d’aspetto del commissariato di polizia dove erano in attesa di deporre, le insegnanti avrebbero concordato come comportarsi. «Io faccio la faccia di c…», dice una, mentre l’altra ride. «Colpisce e sconcerta l’atteggiamento ilare e oppositivo», scrive il gip, che sottolinea come le due donne concordino di affrontare l’interrogatorio «in maniera proterva e senza cedimenti». In un’intercettazione telefonica precedente alla convocazione in commissariato, invece, si avverte la preoccupazione delle maestre: «Se ci interrogano questi mò». Ma si percepisce anche un momento di sincerità: «Non si poteva fare niente», si chiede una. E l’altra: «Non è che non si poteva fare niente… non abbiamo fatto niente».
Bimbo ucciso a Cardito, le parole della sorellina ai Pm: “Tony ci picchiava sempre” (Vesuvio Live – 19 aprile 2019)
Si riaccende l’attenzione sul caso del piccolo Giuseppe di Cardito. A far discutere è il caso della sorellina del piccolo, Noemi, e delle sue dichiarazioni ai Pm di Napoli. Un racconto che, dopo l’arresto del patrigno Tony e della madre, fa pensare.
“È stato papà Tony, gli ha dato la mazza della scopa dietro la schiena, ma senza la scopa”. Così si apre il racconto della piccola di Cardito, come riportato da Il Mattino. “A me mi ha preso dietro l’orecchio e mi ha fatto molto male. Sì ha picchiato Giuseppe tanto tanto, l’ha preso in braccio e poi l’ha tirato contro il muro. E quando era a terra gli ha sbattuto la testa contro il muro. Poi ha preso me, mi ha portato nel bagno, mi ha messo la testa sotto il rubinetto. A volte ci metteva con la testa nel cesso e a Giuseppe che si sporcava le mutandine gliele metteva in bocca”. Insomma scene che non dovrebbe vedere nessuno, tanto meno una bambina di quell’età. Una storia fatta di violenza quotidiana e soprusi. Il racconto continua così: “Lui gridava che avevamo rotto il letto. E invece era stato lui con un calcio. Guardavo Giuseppe, gli usciva tanto sangue, e io pensavo che moriva. Lui ci picchiava sempre. E io lo dicevo alle maestre Camilla e Anna ma loro non chiamavano i carabinieri”.
Non sembra chiudersi la vicenda dell’omicidio di Cardito. Come avviene sempre per questa tipologia di sinistri, l’opinione pubblica viene rapita da ogni particolare e dichiarazione. (di Federico Donizzetti)
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In memoria di
Giuseppe massacrato dal patrigno, indagate maestre e preside: “Sapevano tutto” (Vesuvio Live – 23 settembre 2019)
Indagate due maestre e la preside della scuola elementare di Crispano frequentata da Giuseppe Dorice, il bambino di sette anni massacrato di botte dal patrigno Tony Essobti Badre, a Cardito lo scorso 27 gennaio. Il Ministero dell’istruzione aveva già sospeso le tre donne, che adesso dovranno difendersi anche in Tribunale.
Secondo i magistrati le tre donne non avrebbero allertato i servizi sociali né le forze dell’ordine nonostante sapessero delle violenze di cui era vittima il bambino. Giuseppe, infatti, non di rado si presentava a scuola con lividi e tumefazioni, tuttavia costoro non avrebbero neanche chiesto spiegazioni alla madre. L’omertà non ha comunque riguardato soltanto le maestre. La stessa madre, Valentina Casa, non ha mai fatto nulla per difendere i suoi figli, così come i vicini di casa che nonostante le urla hanno scelto di restare in silenzio. Tony ha picchiato violentemente Giuseppe anche per strada, come raccontato proprio da uno degli avventori del bar in prossimità della casa dove viveva il piccolo.
La verità delle violenze è emersa, quindi, soltanto a tragedia avvenuta. È stata Noemi, la sorellina di Giuseppe Dorice, a raccontare tutto durante il ricovero al Santobono. Lei era vittima esattamente come il fratellino. Anche la piccola andava a scuola con il volto ricoperto da lividi: nel suo caso le maestre avevano segnalato il fatto alla preside, una nota che però per il gip risulta tardiva con la preside che ad ogni modo “non riteneva di dare corso alla nota”.
Molti sapevano e nessuno ha aiutato i due bambini. Violenze orribili che segneranno per sempre la vita di Noemi e che hanno stroncato quella di Giuseppe. Una tragedia dovuta sì alla violenza, ma soprattutto all’indifferenza. Dalla scuola ai vicini, è stata in primis la popolazione a venir meno ai doveri, prima etici e poi giuridici, propri di una società civile. Della morte di quel bambino, in fondo, siamo responsabili un po’ tutti.
Omicidio del piccolo Giuseppe, a processo maestre e preside: “Sapevano tutto” (Vesuvio Live – 14 novembre 2019)
Il pm della procura di Napoli nord Paola Izzo, ha chiesto il processo per le due maestre e la preside della scuola frequentata dalle sorelle di Giuseppe Dorice, il bambino di soli sette anni ucciso lo scorso 27 gennaio dal patrigno a Cardito. Le due maestre e la preside saranno chiamate a rispondere del reato di omissione di denuncia. L’udienza verrà fissata a breve e si terrà dinanzi al Tribunale di Napoli nord. Si sono rivelate fondamentali le dichiarazioni rese nel corso del processo a Toni Essobti Badre, il patrigno del piccolo Giuseppe che lo avrebbe massacrato di botte. In particolare sono state confermate le circostanze secondo cui la sorella della piccola vittima si sarebbe più volte rivolta alle maestre e alla preside chiedendo aiuto per quanto stava accadendo in casa. A riferirlo è stata la consulente della procura e neuropsichiatra infantile Carmelinda Falco, che ha visitato la bambina quando era ricoverata nell’ospedale Santobono di Napoli. La dottoressa Falco ha ricordato le frasi che la bimba le ha riferito in occasione di un incontro protetto: “Cosa dicevi alle maestre? E la bimba ha risposto: dicevo chiama i carabinieri e non li hanno chiamati”.
La dottoressa Falco ha inoltre riferito che l’altra sorellina di Giuseppe mimava con un suo pupazzetto le violenze di cui erano stati vittima i due fratellini. Il medico, rispondendo alle domande del difensore di Toni Badre, l’avvocato Pietro Rossi, ha ammesso che i bambini in alcune circostanze possono riferire risposte compiacenti alle domande che vengono rivolte dai medici, ma ha anche sottolineato che, nel caso della sorellina di Giuseppe Dorice, la bambina, “molte volte ha riferito gli stessi eventi con le stesse modalità”.








