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Marco Manzini, 35 anni, perito tecnico. Uccide la moglie a colpi di pietra e ne simula il suicidio. Condannato con rito abbreviato a 19 anni e 4 mesi, dopo 12 anni è in regime di semilibertà. Il fine pena è stato anticipato al 2025

San Michele dei Mucchietti, Sassuolo (Modena), 11 Febbraio 2009

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Titoli & Articoli

Il marito: così ho ucciso Giulia (Gazzetta di Modena – 16 febbraio 2009)
Erano quasi le 16 di giovedì scorso, 12 febbraio, quando i carabinieri hanno rintracciato Marco Manzini al pronto soccorso dell’ospedale di Sassuolo, dove era andato a farsi medicare al braccio sinistro che lui stesso si era fratturato nella colluttazione con la moglie. Solo quattro ore dopo, intorno alle 20, il presunto uxoricida, di fronte alle contestazioni degli investigatori, è crollato. E Manzini, nell’interrogatorio, alla fine ha spiegato tutto, nei minimi dettagli, raccontando quello che era veramente accaduto la sera precedente.
Alle 20 i due coniugi si sentono per telefono e Marco, che pure in una precedente conversazione aveva invitato la moglie a cena (particolare che Giulia Galiotto aveva riferito con gioia alla sorella Elena), le comunica che non se ne fa più nulla perché deve andare in palestra. Giulia sorpresa ed irritata chiede a Marco se volesse cenare a casa o se poi mangiava qualcosa fuori. E’ stato a quel punto che Marco ha confessato a Giulia di essersi inventato la scusa della palestra per annullare la cena e che si trovava a casa dei propri genitori. «L’ho invitata a raggiungermi – ha spiegato il presunto uxoricida – per spiegarle perché le avevo mentito e perché non volevo uscire a cena con lei. Quando Giulia mi ha raggiunto nel garage, era infuriata. C’è stata una discussione che è degenerata in litigio». Marco Manzini, preso da un improvviso raptus d’ira, come lui stesso ha spiegato ai carabinieri, reagisce e raccoglie un grosso sasso, probabilmente appoggiato nel garage, forse per essere utilizzato come fermaporta. Ha spiegato di averlo afferrato con la mano destra e di avere colpito violentemente Giulia alla testa. Lei è caduta a terra e lui si è buttato su di lei e ha continuato a colpirla, tanto che nell’impeto ha colpito anche il suo stesso braccio sinistro.
Agghiacciante quello che ha aggiunto Marco alla richiesta dei carabinieri se ricordava quante volte aveva colpito: «L’ho colpita fino a ché non ha smesso di respirare».
Marco si rende conto di aver ammazzato Giulia. Allo sconforto e allo stato di paura e rimorso che a quel punto lo assale – almeno così si giustifica lui – subentra però d’improvviso una freddezza e una lucidità a dir poco cinica.
Fa infatti scattare il piano per far passare una morte per omicidio come una morte per suicidio. Lo aveva premeditato? Lui nega e spiega che una volta tornato in sè, e compreso cosa aveva fatto, sarebbe stato sopraffatto dalla paura e quindi «ho cercato istintivamente di nascondere tutto». Prende un sacchetto della spazzatura e vi infila dentro il capo sanguinante della moglie. Tenendo in braccio il corpo di Giulia, lo infila nel bagagliaio della Seat Ibiza della donna. Prima di salire in auto si cambia gli abiti insanguinati e pulisce il pavimento del garage. Si fa meticoloso Marco in questa parte iniziale del tentativo di depistaggio. Così spiega agli investigatori di avere infilato gli abiti sporchi di sangue in un sacchetto e nell’altro anche lo straccio e il secchio usati per ripulire il pavimento. Non dimenticando l’arma del delitto, il grosso sasso.
Proseguendo nella sua “deposizione spontanea” dice di essersi messo alla guida dell’auto senza rendersi conto di dove andare, senza una meta precisa: «In quel momento l’unico mio pensiero era quello di liberarmi del cadavere». Marco Manzini in effetti se ne libera in fretta, gettandolo nel Secchia dal manufatto in cemento alto una decina di metri. E’ nell’operazione di scarico del corpo della povera Giulia e nel tragitto dall’auto al ciglio del manufatto, che lascia dietro di sé quelle tracce che indirizzeranno le indagini verso un omicidio e non un suicidio. Mentre a braccia trasporta il corpo, cade ripetutamente e macchie di sangue restano sull’erba insieme con un orecchino che si sfila da un orecchio di Giulia. Lasciato cadere nel vuoto quel corpo senza vita, Marco raggiunge nuovamente l’auto, raccoglie il masso con il quale ha colpito la moglie e lo getta nelle acque del Secchia.
«Ho fatto tutto questo in uno stato di concitazione, tanto da non rendermi conto del percorso che facevo, credevo di essere caduto anch’io in fondo al fiume», si giustifica in un sussulto di pentimento quasi a cercare di far intendere come in quel momento avrebbe voluto essere anche lui nelle gelide acque del Secchia, accanto alla “sua” Giulia che non c’era più, perché lui stesso l’aveva colpita «fino a che non aveva smesso di respirare».
Ma dura il tempo di un flash lo stato di agitazione che lo stesso Marco Manzini descrive. Il suo diabolico piano deve continuare e lui torna freddo, lucido e determinato, tanto che in due diversi cassonetti si sbarazza del sacchetto con gli indumenti insanguinati e di strofinaccio e secchio con i quali ha pulito il pavimento del garage. E si dirige verso Sassuolo. Entra nell’autolavaggio self-service di “Panorama” e lava dentro e fuori l’auto di Giulia. Ha già pensato dove portarla: sul ciglio del dirupo dove ha gettato nel Secchia la moglie morta. Strada facendo si accorge però che sull’auto sono rimaste le scarpe di Giulia e allora sceglie un terzo cassonetto per sbarazzarsene.
Lasciata l’auto, risale a piedi fino a casa dove entra scavalcando il muro sul retro per evitare di essere visto.
Una volta in casa si toglie i vestiti insanguinati, li infila in un sacchetto di cellophane e li ripone nel bagagliaio della sua Punto. Dopo essersi lavato Marco, forse convintosi di non aver commesso alcun errore, inizia a costruirsi un alibi. Compone più volte il numero del telefonino di Giulia. Ma non è finita: cerca e trova il biglietto scritto dalla moglie quattro anni prima e nel quale, in un momento di depressione, la donna aveva manifestato tutto il suo disagio anche sentimentale. Un biglietto che avrebbe dovuto rappresentare la prova provata del suicidio di Giulia. Tanto che Marco ne usa il contenuto quando alle 23,10 contatta telefonicamente casa dei suoceri e dopo aver chiesto se la moglie era da loro, ottenuta risposta negativa, dice loro: «Ho trovato sul letto un biglietto di Giulia, sono molto preoccupato».
Scatta la ricerca della donna: i suoceri, comprensibilmente preoccupati, cercano la figlia nei locali che frequenta con gli amici, Marco a S. Michele e a Sassuolo. L’allarme viene dato anche ai carabinieri e proprio loro all’1,15 trovano l’auto della donna. Poi il suo cadavere, la scoperta che Giulia non s’è suicidata ma è stata uccisa. E i carabinieri trovano anche i tanti indizi che portano in un’unica direzione: Marco Manzini.
Il suo piano è fallito e quando gli investigatori gli chiedono di quel biglietto che non è scritto da lui, risponde che era di Giulia e che lo aveva scritto 4 anni prima, quando erano in crisi coniugale. «Ho conservato quel biglietto anche quando ci siamo riappacificati – ha detto ai carabinieri -. Io conservo tutto».

Massacrata con una pietra “Ma non ricordo più nulla” (il Resto del Carlino – 15 febbraio 2009)
Otto colpi alla testa, forse nove. E’ stata uccisa brutalmente Giulia Galiotto, impiegata di banca di San Michele dei Mucchietti, un piccolo borgo del Comune di Sassuolo, in provincia di Modena. Massacrata dal marito geloso con una pietra e poi buttata in un canale quando era già morta.
A stabilirlo è l’autopsia effettuata ieri mattina all’istituto di medicina legale. Il marito Marco Manzini di 34 anni rimane in carcere: il giudice per le indagini preliminari ieri in tribunale a Modena non ha convalidato il fermo dell’uomo, ma ha disposto comunque la custodia cautelare in carcere. Il perito elettrotecnico, dietro le sbarre con l’accusa di omicidio volontario aggravato dal legame di parentela con la vittima, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Mercoledì sera, però, aveva praticamente confessato il delitto davanti ai carabinieri, contribuendo al ritrovamento dei suoi vestiti sporchi di sangue. «Non so quante volte l’ho colpita, non ricordo più nulla», aveva detto al suo avvocato.
La donna sarebbe stata uccisa dal marito a colpi di pietra nel garage dei genitori di lui e poi gettata in un torrente. A incastrare l’uomo le macchie di sangue nell’abitacolo e nel baule della Seat Ibiza abbandonata vicino al canale e altre tracce ematiche sul luogo del delitto. L’uomo, in un primo tempo, aveva inscenato il suicidio della moglie portando come prova un biglietto scritto dalla donna anni fa, in un momento di sconforto. Ma è stato smascherato dai carabineri. Il movente sarebbe passionale: secondo quanto riferito dai genitori della donna, Manzini sarebbe stato geloso. Per gli inquirenti, era convinto di essere tradito da Giulia. Insomma, negli ultimi tempi il rapporto sarebbe stato in crisi.

Uccise la moglie a San Michele Manzini: «Sono pronto a parlare» (Gazzetta di Modena – 21 settembre 2010)
Il delitto del Secchia. Sentiti in tribunale i genitori del 35enne
Marco Manzini, il 35enne di San Michele che ha ucciso la moglie Giulia Galiotto, è tornato ieri davanti al giudice, che dovrà decidere se l’11 febbraio 2009 fu commesso un omicidio semplice o premeditato.
Marco così ha rivisto i genitori, convocati dal giudice per fare chiarezza. Il sasso con cui Giulia è stata uccisa nel garage del suocero Mario Manzini erà già lì da tempo? Marco lo ha semplicemente raccolto durante un litigio improvviso, colpendo d’impeto la moglie 30enne, bancaria a Formigine?  O invece quel grosso sasso ce l’ha portato lui? Lo ha preso con sè proprio per colpire Giulia, dopo averla attirata in un tranello, invitandola nel garage dei genitori con la scusa che “doveva farle vedere una cosa”?
Un proposito corredato dalla simulazione del suicidio della ragazza, facendola ritrovare nel greto del Secchia, fino a quando, dopo la testimonianza della sorella di Giulia, è crollato confessando?  E’ su questi elementi che ieri dalle 10 alle 12, nell’aula a porte chiuse del giudice, dottor Meriggi, si è tenuto l’esame dei tre testimoni che il magistrato ha voluto convocare, per integrare l’istruttoria del processo con “rito abbreviato” che si sta celebrando, a puntate.
Quella di ieri non è stata l’ultima puntata. Il giudice ha infatti riconvocato le parti per il 13 ottobre, quando Marco Manzini, finalmente, tornerà a parlare. Lo ha chiesto lui stesso di essere interrogato, prima della sentenza.  Schivato l’ergastolo con la scelta del rito abbreviato (un rito “alternativo” a porte chiuse che prevede tra l’altro lo sconto della pena), Marco rischia 30 anni se per il giudice sarà comprovata la premeditazione. Tanti ne ha chiesti il pm Pasquale Mazzei. Se invece dovesse cadere l’aggravante della premeditazione, la condanna si ridurrebbe drasticamente, a prescindere dall’accoglimento del “vizio parziale di mente” invocato dai difensori Roberto Ghini e Maria Elena Bompani, vizio non avvalorato dal perito del giudice.  Intanto, i genitori e lo zio di Marco – Mario Manzini, 69enne, sua moglie Silvana Vandelli e suo fratello Pietro Manzini – ieri hanno risposto per due ore alle domande del dottor Meriggi. L’omicidio venne infatti commesso nel loro garage di via Casa Pifferi 5, a San Michele.
Tante le domande, dalle quali non sono emerse certezze. In particolare proprio sul sasso usato per colpire Giulia. Ma neanche sul maglione di ricambio indossato da Marco dopo il delitto (se fosse suo, portato da casa, o del padre, raccolto in garage…). Ai carabinieri Mario aveva detto che in garage il sasso non c’era, ai difensori aveva poi detto che il sasso invece c’era e che il maglione non era suo. Ieri ha detto di non ricordarlo con esattezza, che di solito “li tenevamo lì”, che quando ha parlato coi carabinieri era confuso, ancora molto scosso.
Delitto Galiotto, 19 anni al marito (Gazzetta di Reggio – 21 dicembre 2010)
Marco Manzini uccise la moglie e ne simuló il suicidio, la sentenza ha escluso la premeditazione
I genitori e la sorella di Giulia Galiotto, la vittima, e il marito Marco Manzini (l’assassino)
La rabbia dei genitori di Giulia dopo la condanna: «Non è stata fatta giustizia»
Marco Manzini non aveva premeditato di uccidere la moglie, Giulia Galiotto: è quanto ha deciso il giudice Francesco Maria Meriggi, che ha condannato il 36enne originario di Scandiano, reo confesso, a 19 anni e 4 mesi di reclusione per omicidio volontario aggravato, con lo sconto di pena del rito abbreviato. Sentenza che si discosta dalla richiesta dei 30 anni di carcere formulata dal pubblico ministero, che invece ha sempre sostenuto che quell’11 febbraio 2009 il delitto fosse stato consumato con premeditazione.
Manzini è stato condannato anche al pagamento di una provvisionale (immediatamente esecutiva) di 300mila euro per ciascun genitore e 190mila euro per la sorella della vittima.  In lacrime i genitori di Giulia che – come la sorella della donna, Elena, che abita a Castellarano – si attendevano una condanna più severa.  «Non è stata fatta giustizia» hanno detto appena usciti dall’aula dove è stata letta la sentenza.  «La delusione è veramente grande – ha dichiarato l’avvocato Elisa Vaccari, legale dei genitori, che si sono costituiti parte civile insieme alla sorella Elena – Ora attendiamo di leggere le motivazioni e di discuterne insieme al pubblico ministero, ma sicuramente presenteremo ricorso in Appello».
Parzialmente soddisfatto si è invece dichiarato l’avvocato Roberto Ghini, difensore di Marco Manzini.  «Riteniamo questa sentenza tutto sommato non mite – ha detto Ghini – anche se siamo contenti che il giudice abbia ritenuto insussistente la premeditazione, cosa che abbiamo sempre sostenuto fin dall’inizio. Era questo infatti il vero nodo del processo dal momento che Manzini ha confessato l’omicidio. Continuiamo a essere convinti che abbia agito per una sorta di “corto circuito mentale”, per questo abbiamo anche sostenuto che ci fosse un vizio parziale di mente, escluso peró dal perito del giudice. Con questa sentenza al mio assistito viene concessa la prospettiva di un futuro che una condanna a 30 anni gli avrebbe negato».
Critica riguardo alla sentenza il consulente psichiatrico di parte civile, Camillo Valgimigli: «Il giudice ha avuto mesi per approfondire testimonianze e atti, ma non li ha considerati. La montagna ha partorito un topolino, è come uccidere Giulia una seconda volta. Quanto commesso da Marco dopo il delitto delinea una premeditazione ed è difficile credere in questa sentenza che invece la esclude».
Il delitto avvenne la sera dell’11 febbraio 2009, a San Michele dei Mucchietti (Modena), dove viveva la coppia. L’uomo afferró un sasso e colpì la moglie alla testa, poi ne gettó il corpo nel Secchia per simularne il suicidio. Ai carabinieri e ai suoceri raccontó di una discussione e dell’allontanamento della donna. Si disse preoccupato, mostró un biglietto scritto da Giulia ed espresse il timore che potesse aver tentato il suicidio. Nella notte il cadavere fu ritrovato nel fiume ma alcuni particolari insospettirono gli inquirenti.

 

 

 

Giulia Galiotto, uccisa dal marito e gettata nel fiume: “Per i giudici è stato scompenso emozionale” (FanPage – 8 marzo 2019)
Giulia Galiotto è stata uccisa dal marito nel 2009: l’uomo l’ha attirata nel garage dei suoceri e lì l’ha colpita brutalmente alla testa con una pietra, fracassandole il cranio. Per i giudici, che l’hanno condannato a 19 anni di carcere, non c’è stata premeditazione. E le parole della madre sono amare: “Me l’hanno uccisa un’altra volta”.
19 anni e 4 mesi di carcere. Questa la pena definitiva emessa dopo i tre gradi di giudizio per Marco Manzini, l’uomo che l’11 febbraio 2009 ha ucciso, colpendola con un sasso alla testa, Giulia Galiotto.
Giulia era sua moglie, assassinata brutalmente all’interno del garage dei suoceri: dopo averla aggredita e averle spaccato la testa, ha inscenato un suicidio. Per il giudice non c’è stata premeditazione: una cosa che ha lasciato amareggiati e delusi i genitori della ragazza, che credono non sia stata fatta giustizia.
“Non è stata riconosciuta la premeditazione – racconta Giovanna, la mamma di Giulia – nonostante abbia compiuto una serie di azioni articolatissime subito dopo l’omicidio per inscenare il suicidio. Me l’hanno ammazzata un’altra volta”. Abbiamo incontrato la mamma di Giulia alla Casa Internazionale delle Donne di Roma durante la presentazione di “Reama – Rete per l’Empowerment e l’Auto Mutuo Aiuto”. Tra le parole della madre ne fanno capolino due che proprio recentemente hanno indignato l’opinione pubblica. “Viene trasformato quello che è un lucido delitto premeditato in un delitto d’impeto per uno scompenso emozionale. Qui non c’è la tempesta emozionale, ma è comunque lo stesso ambiente”. La mamma di Giulia si riferisce al femminicidio di Olga Mattei, la donna uccisa dall’uomo che frequentava da un mese, Michele Castaldo. La Corte D’Appello ha dimezzato la sua pena perché l’uomo sarebbe stato in piena “tempesta emozionale”.
Il brutale femminicidio di Giulia Galiotto
Marco Manzini ha chiesto a Giulia di andare nel garage dei suoceri per parlare. Arrivata lì, l’ha colpita con un sasso: poi ha caricato il corpo in macchina e lo ha gettato nel fiume Secchia. Ha poi proceduto a ripulire il garage e l’automobile. Dopodiché si è liberato dei vestiti che aveva indosso al momento del delitto e ha iniziato a costruirsi un alibi per evitare di essere scoperto. Ha mandato un messaggio a Giulia fingendosi preoccupato per la sua scomparsa, le ha telefonato diverse volte, poi ha contattato i genitori per dire che non sapeva dove fosse. Non solo: ha mostrato al padre e alla madre di Giulia un biglietto scritto dalla ragazza dove diceva che voleva porre fine alla sua vita. Le sue bugie però, sono durate molto poco: è stato messo con le spalle al muro e ha dovuto confessare il femminicidio. Che però, per il giudice, non è stato premeditato.

 

Dagospia – 12 settembre 2022

 

Uccise la moglie 13 anni fa, ora torna in semilibertà e offre 50 euro al mese alla famiglia della vittima. «Abbiamo paura» (Corriere della Sera – 12 settembre 2022)
Marco Manzini venne giudicato colpevole in via definitiva per omicidio di Giulia Galiotto e condannato a 19 anni e quattro mesi. La madre della vittima: «Non accettiamo alcuna mediazione, la giustizia continua a prendere in giro chi ha subito»
Scrive ai genitori della moglie, uccisa 13 anni fa colpita al capo con una pietra, e «offre» 50 euro al mese «in ottica di manifestazione della volontà di avvicinamento ad un’ipotesi di mediazione penale», ovvero una sorta di riavvicinamento tra le parti.
Lui è Marco Manzini, perito elettronico di Sassuolo (Modena), oggi 48enne, che nel 2009 ha ucciso la moglie Giulia Galiotto, modenese all’epoca trentenne (e per questo ricevuto una condanna definitiva a 19 anni e quattro mesi di carcere) e oggi è in semilibertà, in prova ai servizi sociali da febbraio. Il fine pena, fissato nel 2028, è stato anticipato al 2025.
Con una lettera, la notizia della semilibertà
. Della semilibertà concessa al 48enne i genitori di Giulia Galiotto hanno saputo attraverso la missiva inviata dai suoi legali dove si propone, appunto, il versamento di 600 euro l’anno. «Noi non accettiamo alcuna mediazione — ha detto Giovanna Ferrari, madre di Giulia —, se Manzini mi vuole incontrare lo faccia per dirmi la verità e non le frottole che ha raccontato in tribunale. Noi non sappiamo dove sia e chi lo controlli, mentre lui sa tutto di noi. Metti caso che noi avessimo paura? Chi ci garantisce che questo individuo non ci venga a cercare?».
Dal giorno dell’omicidio della figlia Giovanna Ferrari sta conducendo una personale battaglia sul tema dei femminicidi (è autrice anche di un libro che riguarda la tragedia della figlia) e ha commentato con parole dure la concessione della semilibertà a Manzini, in una vicenda in cui lei stessa si è già più volte espressa contro la giustizia che non ha riconosciuto la premeditazione dell’omicidio e che già ha anticipato il fine pena del 48enne al 2025 anziché al 2028 per la buona condotta durante la detenzione.
«Dopo aver ammazzato nostra figlia Marco Manzini ci ha chiamato prendendoci in giro — continua la madre dell vittima —, abbiamo assistito alle schifezze che ha detto su di lei in tribunale e non ha mai mostrato pentimento». Giovanna Ferrari torna quindi sul tema dell’iter giudiziario: «È già stato fortemente aiutato e ora ci arriva questa lettera per metterci al corrente che, essendo lui in questa situazione di fine pena ma in misura alternativa alla detenzione, è tenuto a dimostrarsi ben disposto verso la famiglia della vittima. A noi non interessano i soldi, abbiamo scoperto che lavora a tempo indeterminato in un’azienda, quindi la giustizia continua a prendere in giro chi ha subito».
«La giustizia terrena non mi tocca più» «Signori Giudici, Signori della Corte, la giustizia terrena non mi tocca più — si legge sulla pagina Facebook di Giovanna Ferrari in memoria della figlia — . A quella divina tutt’al più lascio il compito di lenire le ferite inferte dalla giustizia terrena in chi sopravvive, suo malgrado. Sopravvive alla perdita di una figlia, una sorella, una madre per mano dell’uomo cui aveva dato fiducia. Sopravvive al supplizio di tre gradi di giudizio, all’umiliazione, al dolore aggiunto dell’assistere impotente allo scempio di quella figlia, sorella, madre, di cui , non paghi di averle orrendamente dilaniato il corpo, deturpato il volto, frantumato le ossa, si vuole dilaniare l’anima, deturpare il ricordo, frantumare l’ombra. Per esporla al pubblico ludibrio. Ecce mulier. E che sia di monito».
L’omicidio, 13 anni fa. Tredici anni fa, l’11 febbraio del 2009, Marco Manzini fissò un appuntamento con la moglie nella casa dei genitori di lui, a San Michele dei Mucchietti, frazione di Sassuolo (Modena). Al culmine di una lite, l’ennesima, l’omicidio: Giulia Galiotto venne colpita al capo con una pietra, nel garage della casa. Manzini gettò poi il corpo della giovane nel fiume Secchia, tentativo di inscenare un suicidio e per fare ciò scrisse anche un biglietto d’addio, facendolo passare come opera della moglie per confermare il gesto estremo. Sdegno viene espresso in rete anche dalla sorella di Giulia, una delle prime a sollevare dubbi nel 2009 sull’ipotesi che Giulia Galiotto si fosse uccisa. «Ciao Giulia — scrive Elena Galiotto — oggi ho saputo che il tuo assassino è stato liberato. Ecco, il mio cervello ha davvero difficoltà a concepire questi due dati di fatto: tu non esisti più e il tuo assassino è libero».

 

 


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