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Gianfranco Trafficante, 48 anni, guardia giurata pregiudicata per rissa. Aspetta la ex convivente sul pianerottolo e la uccide a colpi di pistola legalmente detenuta. Poi si suicida

Vinovo (Torino), 31 Luglio 2020

 


Titoli & Articoli

A La Loggia i funerali dell’omicida. Don Ruggiero: “Nessuno tocchi Caino, nessuno tocchi Gianfranco” (La Stampa – 8 agosto 2020)
L’ultimo saluto alla guardia giurata che ha ucciso Emanuela Urso e poi si è tolta la vita
L’abbraccio di oltre un centinaio di persone, a salutare per l’ultima volta questa mattina Gianfranco Trafficante, il 48 enne che il 31 luglio scorso ha ucciso Emanuela Urso in via Tetti Rosa a Vinovo e poi si è tolto la vita. Amici e conoscenti, tutti stretti, sono l’altra faccia della medaglia di una tragedia che continua a scuotere la comunità di La Loggia e che ha segnato per sempre anche la famiglia di Gianfranco.
Girasoli e rose rosse ad accompagnare l’ultimo viaggio del 48 enne, quelle rose che la famiglia di Emanuela non ha voluto per i funerali della figlia perché erano i fiori che lui era solito a regalare a lei. Ma questa mattina, davanti alla parrocchia di San Giacomo, i simboli e i significati contavano poco.
C’era solo spazio per il dolore di una madre, Francesca, sorretta mentre entrava in chiesa. Di due fratelli ancora impietriti da quanto accaduto. «Non è il tempo di dare colpe – ha esordito don Ruggiero Marini nel celebrare le esequie -, nessuno tocchi Gianfranco. La speranza ora è che il suo cuore ricominci a battere per l’amore eterno. In molti si chiedono dove fosse Dio il 31 di luglio a Vinovo. Dio era lì, in attesa. Non siamo qui per celebrare il male. La speranza è di auspicare una vita nuova, quella di tutta una comunità che col tempo deve trovare di nuovo la forza di guardarsi negli occhi. Perché La Loggia sia di nuovo comunità, dove governi la pace e la riconciliazione. Abbiamo bisogno di serenità. Siamo di fronte ad un dramma umano. Dio muore quando muore una donna, i bambini, Gianfranco. Ora è tempo del silenzio. Abbiamo tanto freddo nel cuore: le parole sono aride. Nessuno di noi può permettersi di dare giudizi e condanne».

 

«Quell’uomo ha ucciso mia figlia, ma non avrebbe dovuto avere la pistola» (Corriere della Sera – 20 dicembre 2020)
La mamma di Emanuela Urso, assassinata dall’ex compagno Gianfranco Trafficante il 31 luglio a Vinovo, chiede che si indaghi sulla mancata revoca del porto d’armi all’ex guardia giurata
Prima le urla, poi i colpi di pistola che risuonano nelle scale del condominio. È il 31 luglio ed Emanuela Urso, 44 anni, sta rientrando a casa dal turno di lavoro al Mercatò di La Loggia. Ad attenderla sul pianerottolo dell’abitazione, al secondo piano di uno stabile nel quartiere Tetti Rosa di Vinovo, c’è l’ex compagno Gianfranco Trafficante, 48 anni. Da venti giorni non vivono più insieme, ma lui non si rassegna. Quel pomeriggio litigano. Lei vuole che se ne vada, chiede di essere lasciata in pace. Lui estrae la pistola e la uccide. Poi rivolge l’arma verso se stesso e si suicida. Dal punto di vista investigativo il caso è chiuso: l’autore del reato è deceduto e l’arma usata per compiere il delitto era legalmente detenuta.
Ma scavando nella vita dell’uomo è emerso un particolare risalente al 2013: Trafficante era stato indagato e poi condannato (la sentenza è della primavera del 2020) per rissa, minacce e lesioni con l’aggravante dell’uso delle armi (un manganello). Reati che avrebbero dovuto portare alla revoca del porto d’armi, seppur ad uso sportivo.
Ed è questo l’interrogativo che da mesi tormenta i genitori di Emanuela. «Perché non gli è stato revocato? — si domanda la mamma, Virginia Savarese —. Nessuno mi riporterà Emanuela, ma voglio conoscere la verità. Non sappiamo come sarebbero andate le cose se lui non avesse avuto la disponibilità delle armi. Forse l’avrebbe uccisa lo stesso, lo avrebbe fatto a mani nude o con un coltello. Ma vogliamo capire se sia stato commesso qualche errore, abbiamo il diritto di sapere se qualcuno ha sbagliato».
L’avvocato Claudio Strata (che assiste la famiglia) ha depositato in Procura una memoria in cui chiede che si faccia luce sull’iter amministrativo che ha portato al rilascio del porto d’armi e successivamente al mancato ritiro. Dall’analisi dei documenti, infatti, emergono alcune incongruenze. Nel 2016 la questura notifica all’uomo l’avvio di un procedimento volto alla revoca del porto d’armi ad uso sportivo, proprio perché era stato coinvolto in una rissa tre anni prima. Trafficante risponde di non possedere armi da fuoco e che le uniche che avrebbe maneggiato sono quelle messe a disposizione dal poligono di tiro. Osservazioni che vengono accolte, tanto che la questura rilascia il nulla osta con cui poi lui acquisterà anche la pistola usata per uccidere Emanuela. Il rilascio, però, stride con un’altra praticaNel 2019 l’uomo — che lavoro come guardia giurata — fa richiesta in prefettura di un porto d’armi per difesa personale. La domanda viene rigettata, perché a suo carico c’è un procedimento per rissa: reato che viene valutato ostativo al rilascio. Il 7 luglio 2020 — quando Emanuela Urso e Gianfranco Trafficante si separano — lui abbandona la casa di Vinovo: in quell’occasione i carabinieri verbalizzano la «variazione del luogo di detenzione delle armi». Nessuno, a quanto pare, verifica se avesse titolo per possederle o se vi fossero motivi ostativi.
Ora l’avvocato chiede che venga fatta chiarezza su questi iter amministrativi. «La legge sulle armi è molto rigida — spiega il legale —, in molti altri casi il porto d’armi è stato revocato a persone accusate di reati contro il patrimonio o contro la pubblica amministrazione. In questa circostanza non è accaduto. E soprattutto non gli è stato revocato dopo il provvedimento della prefettura».
I genitori di Emanuela chiedono risposte: «Solo dopo l’omicidio ci siamo resi conto che lui aveva mentito su tante cose. Quando rimase coinvolto nella rissa disse di essere stato aggredito e noi gli abbiamo creduto. Ma era una bugia: era bravo a mascherare i suoi errori. Aveva una passione per le armi, come per la divisa che indossava anche quando non andava al lavoro. Non abbiamo mai pensato che potesse uccidere nostra figlia: non è mai stato violento. Quando si sono lasciati, ha cominciato a seguirla sul lavoro: le portava rose e cioccolatini, ma solo per poterla controllare».


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