Cristian Michele Locatelli, 42 anni, pregiudicato. Massacra ripetutamente di botta la compagna fino a ucciderla.
Bergamo, 6 Aprile 2020

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Cristian Michele Locatelli, 42 anni, sabato 25 aprile è stato arrestato per l’omicidio della compagna, Viviana Caglioni: le parole della mamma, che sostiene si sia trattato di un incidente.
Bergamo, delitto Viviana Caglioni, bugia del compagno: ‘L’ho calpestata accidentalmente’ (Blasting News – 28 aprile 2020)
Viviana Caglioni è stata massacrata dal fidanzato Cristian Michele Locatelli, 42 anni, a fine marzo, la mamma della donna accusata di favoreggiamento
Da Bergamo arriva una terribile notizia di Cronaca Nera. Viviana Caglioni, la 34enne morta ad inizio aprile, non è deceduta in seguito ad un incidente domestico, ma è l’ennesima vittima di femminicidio. La giovane è stata uccisa a calci e pugni dal compagno convivente 42enne, Cristian Michele Locatelli. L’uomo, che nelle ultime settimane, coperto anche dalla madre della vittima, avrebbe mentito sistematicamente agli inquirenti, è ora in carcere con l’accusa di omicidio pluriaggravato.
Viviana non è morta per una caduta. Viviana Caglioni è morta il 6 aprile. La notte tra il 30 ed il 31 marzo scorso era stata ricoverata all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Le sue condizioni, come ha riportato la dottoressa che l’ha visitata, erano disperate: la giovane, infatti, era arrivata in reparto già in coma profondo e in stato di ipotermia (con una temperatura di 34 gradi). Sulla “scheda paziente” i soccorritori, intervenuti in ambulanza, avevano annotato “causa violenta”, mentre la mamma della giovane, Silvana Roncoli ed il fidanzato Cristian, continuavano a sostenere che Viviana fosse caduta accidentalmente. Così, su disposizione della Procura, è stata eseguita l’autopsia e nel rapporto redatto dalla dottoressa Yao Chen, è stato evidenziato un ematoma subdurale acuto, lesioni a livello addominale e tumefazioni (a livello inguinale e al labbro) non compatibili con una caduta.
Le bugie del fidanzato di Viviana. La notte in cui Viviana è stata ricoverata, mamma Silvana, ha chiamato il Numero unico di emergenza 112 fornendo indicazioni confuse e prive di senso. “La bambina si è buttata nell’acqua” ha dichiarato prima di correggersi dicendo che la figlia era caduta ed aveva sbattuto la testa contro uno spigolo. Cristian, addirittura, qualificandosi come un semplice vicino di casa ha anche minimizzato la gravità dell’accaduto: “Non sta morendo – avrebbe detto – serve la classica ambulanza”.
Il 9 aprile, a 3 giorni dalla morte di Viviana Caglioni, i due sono stati ascoltati dagli agenti della Squadra Mobile e,hanno fornito una ricostruzione ritenuta non attendibile. Locatelli, assecondato da Silvana, ha raccontato che la fidanzata, con problemi di tossicodipendenza, avrebbe prima sbattuto contro un mobile e poi, forse, anche contro il muro. Incalzato dagli inquirenti, l’uomo ha continuato a mentire. Come riportato nell’ordinanza di convalida del fermo delgip Federica Gaudino, il 42enne, di fronte all’evidenza, ha affermato che Viviana era caduta anche qualche ora e, in quell’occasione, le era finito addosso “calpestandola accidentalmente”.
La mamma di Viviana accusata di favoreggiamento. Viviana viveva a Bergamo, in una villetta a due piani in via Maironi da Ponte (quartiere Valverde). Lei, la madre e il compagno Cristian (con la quale aveva una relazione stabile da circa 7 mesi) occupavano il primo piano, mentre uno zio materno, Giampietro Roncoli, risiede al piano terra. La convivenza, però, non era così tranquilla come appariva da fuori. In più di un’occasione, infatti, Locatelli avrebbe alzato le mani contro la compagna (accusandola di frequentare ancora un ex fidanzato) e contro i suoi familiari. Anche quella notte di fine marzo, come spiegato da Giampietro, Cristian avrebbe aggredito la giovane per gelosia.
L’uomo, ascoltato più volte dal sostituto procuratore Paolo Mandurino, ha raccontato quanto accaduto al piano superiore e, dopo aver ammesso di essere terrorizzato dal 42enne, ha spiegato di non aver parlato subito per paura di ritorsioni. Ora, Cristian Locatelli, si trova in carcere, con l’accusa di omicidio pluriaggravato; la madre di Viviana, invece, è indagata per favoreggiamento: nonostante tutto, continua a sostenere la tesi della caduta accidentale.
Femminicidi, Viviana Caglioni morì dopo sei giorni per le botte ricevute: il compagno condannato a 18 anni (la Repubblica – 29 ottobre 2021)
Cristian Locatelli, di Terno d’Isola nella Bergamasca, aveva picchiato violentemente la donna, dicendo poi che era caduta.L’accusa modificata da omicidio volontario a morte in conseguenza di altro reato
E’ stato condannato a 18 anni di carcere Cristian Locatelli, 42 anni, di Terno d’Isola (Bergamo), oggi a processo a Bergamo per la morte della compagna Viviana Caglioni, 34 anni, che era deceduta in ospedale a seguito dei maltrattamenti subiti nell’abitazione di via Maironi da Ponte, a Valverde, il 31 marzo 2020, in pieno lockdown. Secondo l’accusa la donna fu picchiata da Locatelli e riportò lesioni tali che la condussero alla morte, avvenuta 6 giorni dopo in ospedale. Per la difesa, invece, Viviana era caduta accidentalmente due volte durante un litigio con l’imputato nell’appartamento dello zio di lei, sotto l’abitazione dove convivevano la vittima, sua madre e Locatelli. Oggi la condanna a 18 anni nei confronti del compagno, pronunciata dalla Corte d’Assise presieduta dal giudice Giovanni Petillo: dalla originaria contestazione di omicidio volontario la corte ha derubricato il reato in morte in conseguenza di altro reato (maltrattamenti). Per Locatelli, inoltre, la corte ha stabilito 3 anni di libertà vigilata al termine della pena dei 18 anni.
La morte di Viviana Caglioni, il compagno Cristian Locatelli condannato a 19 anni in appello (uno in più) (Corriere della Sera – 23 settembre 2022)
In primo grado, l’imputato era stato condannato a 18 anni per morte come conseguenza dei maltrattamenti. Il pg ha chiesto 21 anni, la difesa l’assoluzione o la riqualificazione in omicidio preterintenzionale
Viviana Caglioni aveva 34 anni ed è morta all’ospedale a Bergamo il 6 aprile 2020, dopo una settimana di agonia. Il fidanzato Christian Locatelli, 43 anni, in carcere da quel periodo (ora a Como) è stato condannato in primo grado a 18 anni più 3 di libertà vigilata per il reato di morte come conseguenza dei maltrattamenti. Cioè le botte e, a seguire, la caduta nella casa in via Maironi da Ponte, dove la coppia viveva insieme alla mamma di lei Silvana Roncoli. In appello, oggi 23 settembre, i giudici hanno deciso per un anno in più, 19, rispetto ai 21 anni e 4 mesi chiesti dal sostituto procuratore generale.
Per la difesa — avvocati Benedetta Donghi e Federica Bonacina del foro di Lecco — Locatelli andava assolto o, in subordine, il reato andava riqualificato in omicidio preterintenzionale. In aula, lui ha preso la parola ricordando il dolore per la perdita della fidanzata e di non aver potuto elaborare in lutto: già in carcere, non partecipò ai funerali.
L’imputato ha sempre negato la ricostruzione accusatoria. Viviana, è la sua versione, è caduta da sola, complici i suoi problemi con l’alcol, e ha battuto la testa a terra. Ma contro di lui c’è la testimonianza dello zio della giovane, Giampiero Roncoli: la lite — raccontò l’uomo— dal piano di sopra continuò di sotto, in casa sua, dove vide le botte. Nella sentenza di primo grado, i giudici ricostruirono uno scenario non nuovo in quella casa. I fidanzati litigano, lui insulta lei per gelosia e la prende a botte, lei cerca di sottrarsi, si rannicchia a terra in corridoio, lui la prende a calci, lei si rialza, lui le dà un colpo che la fa cadere contro il muro e a terra. Quella volta cambiò il tragico finale: Viviana batte la testa e sei giorni dopo muore in ospedale.
«Se non fosse sopraggiunta la caduta, gli schiaffi e i calci di Locatelli nei confronti di Viviana Caglioni mai ne avrebbero determinato la morte», è la prima sentenza. Locatelli non voleva ucciderla, sono convinti i giudici. È «plausibile che abbia confidato nel fatto che tutto sarebbe andato come al solito, ossia che Viviana non avrebbe riportato gravi conseguenze per effetto delle sue percosse», si legge sempre nelle motivazioni. Ma «ribadito che l’imputato stava aggredendo la compagna, si ritiene che proprio in un colpo inferto mentre la ragazza stava uscendo della camera della nonna e aveva imboccato il corridoio trovi l’origine della caduta e, dunque, del trauma cranico che si è rivelato fatale»
Lo stesso pm Paolo Mandurino, che in primo grado aveva chiesto la condanna all’ergastolo, ha impugnato la sentenza, sottolineando un passaggio delle motivazioni della Corte d’Assise. Cioè : «Locatelli agiva mosso da un senso di gelosia e da un senso di possesso nei confronti di Viviana in sé incompatibile con la volontà di ucciderla», la sintesi di due incisi della sentenza. Nell’impugnazione, scriveva: «Davvero non si comprende per quale ragione, secondo la Corte d’Assise, il movente della gelosia, pure riconosciuto dal giudice, sarebbe di per sé incompatibile con la volontà di Locatelli di liberarsi della compagna».