Tutto passa e se non passa sarai l’altra vittima, la lettera di Alessia

Difficile sintetizzare il pensiero, direi impossibile, ma ci provo soprattutto perché penso possa servire per migliorare questo sistema asettico e incapace di affrontare il dolore se non in maniera voyeristica. 

La mia è la voce “fuori campo” di un tragedia assolutamente non annunciata e senza avviso alcuno,  pertanto totalmente e improvvisamente subita. Nessuno è preparato e in grado di gestire la tragedia: dalla Polizia che ti lascia andare dopo una giornata in questura dalla quale esci con due figli ammazzati e con l’assassino nelle loro mani dalla notte precedente, dall’obitorio dove l’indicazione del luogo dove riconoscere i tuoi figli è “in fondo al corridoio”, dalla stampa che annaspa e cannibalizza e non si ferma un attimo a capire cosa scrive perché bisogna scrivere, dall’assistenza sociale che non si preoccupa minimamente di come tu possa affrontare ciò che ti è successo, dalla legge che si prende i suoi tempi e si impossessa del tuo ruolo lasciandoti “nell’attesa”, dall’incompetenza degli addetti agli uffici preposti che ti spediscono, per errore,  gli incartamenti, dove poter leggere tutto ciò che è successo, destinati al tuo avvocato, dalla scelta dell’avvocato senza sapere se riesci veramente a potertelo permettere un avvocato per un processo come quello che si ipotizza, dall’incapacità reale di accettare e gestire il quotidiano, dall’assenza di un supporto umano, morale e psicologico da parte della società che ti circonda, dall’incapacità fisica di chiedere aiuto, dal rispetto che la legge comunque riconosce all’assassino, dalle perizie per stabilire se è matto, poco matto o tanto matto o assolutamente sano di mente, come se questo cambiasse lo stato delle cose, dalla paura che la giustizia non faccia il suo corso per via del rito abbreviato, dall’angoscia e dall’abbandono che solo la tua personale rete di amicizie è in grado in qualche modo di colmare, dalla ricerca di risposte all’assenza delle stesse, dall’assenza dei tuoi figli e il vuoto che questa consapevolezza crea.

La nostra società non è in grado di supportare e sopportare il dolore e la violenza e questa solitudine ed individualismo rende le vittime, prima di tutto, esposte ai loro carnefici.

Cosa fare? Coinvolgere lo Stato, quello vero, quello politico, quello che è ora sotto accusa per non avere ancora fatto nulla di concreto contro questa strage. Basta sentirsi isolati, basta guardare il nemico come se non potesse mai capitare ad ognuno di noi, basta restare nell’omertà della vergogna del dolore, basta anche pensare al dolore come audience, il dolore e le lacrime non sono audience, sono personali. Basta accettare che le denunce di stalking alla polizia non portino a niente, se non a far arrabbiare ancor di più il tuo aguzzino.

E’ la lotta perché non succeda più che deve essere portata avanti e condivisa, è il sentirsi parte di una comunità che impedisce l’isolamento delle vittime.

E’ ora di costituirsi parte civile contro questo Stato che continua ad occuparsi di altro, è ora che si chiedano i danni ad uno Stato che permette ad una Donna di essere ammazzata nonostante abbia presentato più di una denuncia e muore perché queste denunce non hanno sortito nessun risultato. E’ ora di essere solidali tra noi Donne e con tutti gli Uomini che ci riconoscono come tali. E’ ora di ritornare a volerci bene e a crescere, noi Donne,  i maschi come Uomini .

Le Donne di questo sito non ci sono più, parte dei maschi che le hanno ammazzate si sono tolti la vita, altri sono in carcere, altri non si sa. E’ ora che si possa vivere “in quanto Donne” e non più morire per questo.

Alessia

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