La verità, vi prego, sulla morte

di Emanuela Valente

“La strage di San Valentino”

Non è sbagliato affermare che la battaglia contro il femminicidio sia come quella contro la mafia, poiché i crimini contro la donna non sono eventi sporadici di squilibrati in preda ad un raptus improvviso e passeggero (come invece vengono quasi sempre presentati), ma la massima espressione di un sistema sociale e di una cultura millenaria di cui tutta la collettività, donne comprese, è intrisa.

L’omertà, l’onore, il rispetto sono concetti virgolettati che si adattano ad entrambe le stragi, spesso simili anche nelle modalità.

La battaglia va allora combattuta su più fronti, partendo dall’analisi sincera dei nostri personali pregiudizi nei comportamenti quotidiani, per arrivare alla consapevolezza di ciò che accade intorno a noi, in casa nostra, in strada o appena dietro la parete, non cedendo alla tentazione di sminuire i sintomi di un malessere che porta non solo a centinaia di morti ma anche ad uno standard di vita insostenibile per tutti.

La verità, vi prego, sulla morte

Oltre alle foto delle donne vittime di femminicidio, troverete le foto dei loro assassini: fidanzati, mariti, conviventi, ex, a volte anche padri. Le loro motivazioni sono quasi sempre le stesse e convergono in una sola: l’essere uomini che si ritengono proprietari della vita delle donne.

Eppure i mass media cercano altrove le ragioni di un inaccettabile costume sociale: la gelosia non è insano possesso e aggravante, piuttosto debolezza dell’uomo. È il comportamento della donna ad essere messo sotto la lampada dell’ispettore: di lei si analizzano le abitudini, gli orari, le frequentazioni, l’utilizzo di internet, gli sms, l’abbigliamento. Si eseguono ecografie e tamponi vaginali postmortem, l’utero della donna uccisa viene scandagliato come se lì potesse trovarsi una qualche ragione della follia maschile.

Dell’uomo solitamente si elencano le normalità, per porre in risalto l’imprevedibilità del folle gesto. Che però tale non è. La colpa non è solo di una millenaria cultura di possesso dell’uomo sulla donna, ma anche della sottomissione cui la donna stessa si presta, sostenuta da un intero sistema che la porta a non denunciare, a mostrare la fede e a lavare i panni in famiglia.

Quasi tutte le donne uccise hanno subito prima minacce e violenze, ma la maggior parte di loro non le ha denunciate. Quelle che l’hanno fatto, però (con grande tenacia e determinazione poiché la deposizione di una denuncia per stalking è nel nostro paese ostacolata in ogni modo sia moralmente che materialmente), non hanno ricevuto alcuna protezione. Lisa Puzzoli, Silvia Mantovani, Patrizia Maccarini e molte altre sono state uccise dopo aver denunciato chi le minacciava, dopo aver chiesto ripetutamente aiuto. Monica Da Boit ha chiamato il 118, terrorizzata, poche ore prima di essere uccisa, ma la pattuglia non è intervenuta. Sonia Balconi, poi, è morta per un “guasto elettrico al sistema informatico” che aveva fatto dimenticare le sue denunce …

Il silenzio delle innocenti

I giornalisti e i commentatori televisivi si aggirano come avvoltoi sui corpi delle adolescenti annegate, delle mogli riverse su marciapiedi sanguinanti. Eppure l’unico articolo rintracciato in cui una Camera penale  denuncia il “crescente imbarbarimento del sistema mediatico” viene pubblicato non perchè qualcuno si senta offeso dal vilipendio mediatico di cadavere, ma per difendere un assassino, che non ha avuto possibilità di una difesa legale davanti alle telecamere (leggi qui).

In difesa delle donne, senza voce prima e dopo la morte, non si solleva alcuna garanzia: di loro anche chi le ha uccise può dire che erano insopportabili, violente, che avevano uno o cento amanti, che erano incinta forse di un altro e anche affermare che non fossero delle buone madri, magari in diretta.

Il futuro dei colpevoli

Questi uomini spesso si suicidano, subito dopo o a distanza di anni. Quando non lo fanno, raramente rischiano l’ergastolo, a meno di non essere immigrati, preferibilmente musulmani marocchini.

Sono tantissimi i casi in cui non sembra esserci un colpevole (che non appaiono per il momento ma avranno prossimamente una rubrica dedicata), molti anche quelli in cui le perizie psichiatriche commutano il carcere con la casa di cura se non addirittura con l’assoluzione (non è per altro che tutti gli avvocati difensori invocano l’infermità mentale).

Non mancano i casi incredibili, come quello di  Denis Occhi, che confessa di aver ucciso l’ex moglie solo dopo che la sentenza è passata in giudicato e rimane dunque, per il sistema giuridico italiano, libero e innocente. O quello di Renato Di Felice, un uomo buono e tranquillo, reo confesso, che ha scontato 2 giorni di carcere per l’uccisione della moglie.

Tra i capaci di intendere e volere, vi sono casi in cui il processo rimbalza senza arrivare a conclusione: quello per l’uccisione di Roberta Lanzino va avanti da 24 anni, Ubaldo Voli muore in attesa dell’appello, Giovanni Pupillo, prima di essere condannato a 21 anni di reclusione, è rimasto libero 7 anni in attesa della sentenza.

Il rito abbreviato prevede una pena massima di 30 anni (20 se gli autori del delitto sono minorenni, come nel caso di Lorena Cultraro) che generalmente scendono già subito a 16 o 14, per riconoscimento di attenuanti e quasi sempre esclusione della premeditazione.
Tra buona condotta, permessi premio e un probabile indulto, gli autori di femminicidi solitamente non trascorrono in carcere più di 7/8 anni, a volte escono dopo 3 anni, altre volte dopo appena qualche mese, come Massimo Gilardoni o Roberto Colombo, che ottengono i domiciliari in casa di cura a pochi giorni dalla condanna, pur essendo considerati perfettamente capaci di intendere e volere.
E quando escono ….

Emiliano Santangelo appena esce dal carcere uccide la ragazza che lo aveva fatto condannare per violenza sessuale. Quando Paolo Chieco – condannato a 12 anni e 6 mesi  poi ridotti a 8 anni e 4 mesi per il tentato omicidio della convivente AnnaRosa Fontana  – ottiene i domiciliari, a 300 metri di distanza dalla casa di Anna Rosa, finisce di ucciderla.
E lo stesso fa Luigi Faccetti: condannato a 8 anni per il tentato omicidio della fidanzata, dopo appena 10 mesi ottiene i domiciliari e la uccide con 66 coltellate: 52 in più rispetto alla prima volta.

Luigi Campise, condannato a 30 anni in primo grado ridotti a 16 in appello, è libero per indulto e buona condotta dopo appena 2 anni. Il padre di Barbara Bellerofonte, la ragazza che Campise ha ucciso con una raffica di proiettili sotto casa, solleva la questione ma i giornali, invece di centrare il problema, deviano la polemica sulle discrezionalità del Governo.

La pericolosità sociale di chi uccide viene sottovalutata in virtù di un presunto movente che consiste nella relazione affettiva – o di possesso – con la persona uccisa. Marco Travaglio, sempre a proposito di Campise, scrive: “non è un serial killer, ce l’aveva solo con la sua ragazza, che ormai è morta”.

Ma Luca Delfino, appena assolto dall’accusa di omicidio di Luciana Biggi, ha ucciso Maria Antonietta Multari.
Maurizio Ciccarelli, già arrestato per il tentato omicidio della prima moglie, mentre è ai domiciliari uccide la seconda, e lo stesso fa Franco Manzato.
Molti degli uomini che uccidono avevano già rivelato comportamenti violenti in passato: la prima moglie di Francesco Maria Lo Presti sa che al posto di Vanessa avrebbe potuto esserci lei, l’assassino di Teresa Lanfranconi ad appena 20 anni aveva già in curriculum un’aggressione sessuale, e chissà quanti altri avevano già rivelato la propria indole ma semplicemente non erano stati denunciati, come è accaduto per Mario Albanese, Andrea Donaglio, Salvatore Savalli e molti, molti altri.

Certo viene da chiedersi quanto valga la denuncia di una donna, se neppure la sua morte ottiene la certezza di una pena. Ma una persona capace di uccidere – o anche solo maltrattare e minacciare – la madre dei propri figli, la moglie, la fidanzata, la persona che dice di amare, non dovrebbbe essere considerata, piuttosto, maggiormente pericolosa?

 

Nota di redazione: IQD raccoglie le informazioni che è stato possibile rintracciare attraverso i media e internet. In particolare per quanto riguarda i procedimenti giudiziari, troppo spesso mancano notizie riguardo le condanne, gli eventuali sviluppi dei processi e l’effettiva applicazione delle sentenze. Invitiamo tutti coloro che volessero segnalarci notizie utili a scriverci:   scrivi@inquantodonna.it

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