Sonia Di Gregorio, 20 anni, fioraia, mamma. Sgozzata dal marito con un coltello da sub

sonia-di-Grigorio-300x300Cino (Sondrio), 21 gennaio 2000
L’aveva minacciata infinite volte, e lei lo aveva denunciato, ma nessuno fece nulla per bloccare in tempo quel marito violento, e Sonia  morì massacrata da un grandinata di fendenti.

 

 

 

 

francesco gussoniFrancesco Gussoni, 38 anni. Non imputabile in primo grado per vizio totale di mente, viene considerato parzialmente capace in appello e condannato a 11 anni e 4 mesi di reclusione, più 3 anni in casa di cura, ma dopo 2 anni e 8 mesi esce dal carcere grazie all’indulto. Su richiesta dei suoceri viene effettuata una nuova perizia sulla pericolosità sociale, che riporta temporaneamente Gussoni in casa di cura. Nel frattempo, l’erario chiede ai genitori di Sonja 27mila euro per il risarcimento di 1milione e 600mila euro stabilito dalle autorità giudiziarie ma mai versato da Gussoni.

 

Figli: una bambina di 18 mesi

 

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Tg Com 24
Delitto di Sondrio, il padre di Sonia chiede: “Dov’è finito l’assassino di mia figlia?”
Ha ucciso sua moglie nel 2000, è stato condannato a 11 anni e 4 mesi di carcere. Ma ora non si sa dove sia finito.
A chiederlo è Paolo di Gregorio, padre di Sonia, la ragazza di 20 anni sgozzata dal marito a Cino, in provincia di Sondrio. L’omicida, Francesco Gussoni, a cui fu riconosciuta una semi infermità di mente, dopo alcuni anni di cure psichiatriche è rimasto dietro le sbarre solo per 2 anni e 8 mesi. Poi fu rilasciato nel 2006 per l’indulto. Solo dopo le proteste del padre della vittima fu trasferito nuovamente in un struttura psichiatrica. Ma ora il papà della giovane, a cui è stata affidata la nipotina di 14 anni, teme che Gussoni posso rifarsi vivo.
“Non so dove sia l’assassino di mia figlia. Le autorità non mi informano – ha detto Paolo Di Gregorio a Cronaca Criminale  –  Io ho paura per la mia famiglia e per mia nipote. La sto allevando assieme a mia moglie da quando aveva 2 anni. Ora temo che il padre possa tornare a cercarla” E così il papà di Sonia ha rivolto un appello al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano affinchè lo riceva e si faccia garante del diritto della sua famiglia a vivere in pace. “Non ce l’abbiamo con l’ex marito di nostra figlia – ha concluso l’uomo – ce l’abbiamo con i magistrati che non capiscono i nostri timori”
di Enrico Fedocci

La Provincia di Sondrio
Gussoni ancora un anno in ospedale psichiatrico – Resterà ancora per un anno all’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere Francesco Gussoni, il trentottenne di Cino che il 21 gennaio del 2000 uccise a coltellate la giovane moglie Sonia di Gregorio dalla quale si stava separando. Così si è pronunciato ieri il magistrato del Tribunale di sorveglianza di Mantova che dunque ritiene sussistano ancora i presupposti della pericolosità sociale del detenuto e che quindi non possa ancora tornare in libertà.
Deluso il legale di Gussoni, l’avvocato di Biella Marco Romanello che dal maggio del 2005 ha assunto la difesa del valtellinese condannato in via definitiva per l’omicidio della moglie, quindi uscito dal carcere grazie all’indulto. La sentenza di condanna prevedeva anche la misura restrittiva di tre anni presso un manicomio giudiziario. «Mi aspettavo almeno l’affidamento ad una comunità – afferma il legale – ma a quanto risulta il giudice ha ritenuto esserci ancora la pericolosità sociale, ovviamente faremo ricorso».
«Siamo veramente felici di questa decisione – dice l’avvocato della famiglia Di Gregorio Enza Mainini – il giudice ha ovviamente ritenuto che non ci fossero le condizione per un rilascio di Gussoni e questo non può che farci piacere, i genitori di Sonia con cui ho parlato oggi si dicono soddisfatti di questo provvedimento che li lascia tranquilli ancora per un po’ di tempo».
Paolo Di Gregorio recentemente aveva dichiarato di essere disposto a donare all’assassino di sua figlia la sua casa a Licodia Eubea, in provincia di Catania, dov’è nato, piuttosto di vederlo circolare liberamente a Cino.

Corriere della Sera
«Ho ucciso Sonja e sono libero Ma ora chiedo di essere curato» Parla Francesco Gussoni, scarcerato dopo 7 anni grazie all’ indulto «Incontrare la mia bimba? Quando sarà maggiorenne deciderà lei»
«Ero folle di rabbia. Sonja aveva chiesto la separazione. Ma non volevo che la mia bambina crescesse come me, con genitori separati. Stavamo dividendo i regali di nozze. Improvvisamente sono volati insulti, parolacce e ho perso la testa. Quando mi sono reso conto di averla accoltellata, sono andato al ponte di Cercino e mi sono buttato da 20 metri: volevo morire e, invece, sono ancora qui».
Francesco Gussoni, l’ uomo che ha ucciso la bella e giovane moglie, Sonja, il 21 gennaio 2000, varca la soglia del tribunale di sorveglianza di Vercelli alle 9 del mattino, accompagnato da Marco Romanello, il suo legale.
«Sono risalito dall’ inferno. Non voglio il paradiso, non sono certo un angelo, non me lo merito: avevo una famiglia e l’ ho distrutta. Ora che sono uscito dal carcere è come se mi trovassi in purgatorio e mi fermo qui: non ho pretese per il futuro».
Camicia grigia sotto il giubbotto di pelle marrone, jeans e scarpe da tennis nere, Gussoni appare sereno e fiducioso. Continua a guardarsi attorno. Lentamente. Sembra confuso, quasi non riesce a credere di essere fuori di prigione. Improvvisamente, infila la mano nella tasca dei pantaloni, mostra la fede nuziale ed esclama: «L’ ho sempre tenuta con me. Si chiamava Sonja con la “j” mia moglie, era di origini svizzere» e gli occhi diventano lucidi. Poi, la infila nell’ anulare destro: «La porto spesso, ma non nella mano sinistra: è un segno di rispetto verso mia moglie. L’ ho sempre amata, l’ amo ancora, l’ amerò sempre. Sarebbe bastato dialogare di più e ascoltare molto».
L’ udienza davanti al magistrato Sandra Del Piccolo, che dovrà decidere sulla sua pericolosità sociale, si risolve in dieci minuti: «La convocazione non è avvenuta entro i termini prescritti dalla legge – spiega il legale – la nuova udienza è fissata per il 9 novembre». Gussoni torna a Biella, fa la spesa all’ Esselunga, si siede su una panchina del parco e consuma il suo pranzo: cioccolato Kinder e Red Bull. «La prima che bevo dopo 6 anni e 8 mesi di carcere. Voglio abbuffarmi di cioccolato fino ad avere il mal di pancia, ne sono sempre stato ghiotto». E racconta la sua vita dopo la condanna: «Ho passato tre anni all’ ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino: eravamo così imbottiti di farmaci da sembrare zombi. Però, almeno, lavoravo alla manutenzione, potevo parlare con le guardie e mi prendevo cura di un gatto. Il tempo passava più velocemente». Cosa è cambiato con il trasferimento in prigione? «La vita è diventata un inferno: sempre chiuso in cella, 3 metri per 2, insieme a un altro detenuto, a guardare la tivù per ore e ore e a lavorare poco (facevo le pulizie), perché eravamo in tanti. È proprio in quei momenti che i pensieri ti assalgono e i rimorsi e le carenze affettive ti uccidono».
Cosa le manca di più? «La mia famiglia, mia moglie, il suo sguardo, il suo sorriso».
LA LETTERA – Lo scorso 15 agosto, in attesa dell’ indulto, Paolo Di Gregorio, padre di Sonja, aveva scritto al ministro Mastella per chiedere giustizia. «Il criminoso indulto fortemente voluto da lei, lo considero un insulto a tutti i familiari delle vittime. Come possiamo vivere sapendo di quel criminale in libertà. Chi può proibire a Gussoni di molestare sua figlia, su cui ora non ha più la patria potestà, o la mia famiglia?», chiedeva il signor Paolo. «Non deve aver paura – scuote la testa Gussoni –. Certo, mi piacerebbe rivedere la mia piccola, parlarle, raccontarle la mia verità. Ma le voglio troppo bene per farle del male. Aspetterò quando compirà 18 anni: deciderà lei se incontrare suo padre. Intanto, cercherò di non intromettermi nella sua vita: l’ ho già distrutta, insieme ai sogni dei miei suoceri. Sono anche disposto a incontrarli per dirglielo. A lei, a loro, a tutti chiedo perdono per quello che ho fatto».
E in attesa della prossima udienza? «Mi farò ricoverare in una comunità, per il bene della mia salute mentale. Ho sbagliato, ho pagato per quello che ho fatto, una follia che ha già segnato tutta la mia vita. Ma spero che il magistrato ne terrà conto e non mi sbatta in manicomio per altri tre anni».
di Luigina Giliberti

Il Giorno
“Hanno ucciso tua figlia? Metti mano al portafoglio” Stato tassa risarcimento mai avuto. Sondrio, l’Agenzia delle Entrate pretende 27mila euro. Lui non ha visto un centesimo
«Lo Stato, 12 anni fa, ha permesso che mia figlia Sonia di 20 anni fosse uccisa dal marito dal quale si stava separando: i magistrati che avevano ricevuto più di una denuncia non avevano fatto nulla per impedire che Francesco Gussoni la pugnalasse a morte nella loro casa di Cino, anche l’ultima querela era stata dimenticata in un cassetto del pm. E oggi lo Stato, attraverso l’Agenzia delle Entrate, mi chiede di versare alle casse pubbliche 27mila euro per fare valere il risarcimento di un milione e 600mila euro a cui è stato condannato l’imputato, dalla mia famiglia in realtà mai incassato».
È furente Paolo Di Gregorio, originario della provincia di Catania, 64 anni, una vita a lavorare in Svizzera per un’impresa specializzata in apparecchiature di alta fedeltà vendute alle star della canzone italiana, dove ha vissuto a lungo e dove con la famiglia si è «rifugiato» nel 2006, quando l’assassino della ragazza, fioraia a Morbegno, tornò in libertà per l’indulto e subito aveva detto di voler tornare in Valtellina, a Dubino, il paese di cui è originario. Dopo soli 2 anni e 8 mesi di carcere. «Non ce l’ho tanto con l’ex mio genero — dichiara Di Gregorio, vicepresidente dell’Associazione italiana vittime della violenza — ma piuttosto con chi, non intervenendo, ha consentito che il brutale omicidio fosse commesso il 21 gennaio 2000».
E ancora: «Con l’avvocato Enza Mainini di Morbegno ho deciso di non lasciare prescrivere il risarcimento, non perché sia convinto che Gussoni un giorno paghi il debito, ma perché non dimentichi mai il male che ha fatto a Sonia, portandole via la vita, alla figlioletta poi adottata da me e da mia moglie Mirella, e perché non scordi il dolore che ha suscitato nel resto della mia famiglia. Ma anche lo Stato non dovrà dimenticare chi sono stati i veri mandanti del barbaro delitto».
Gussoni, nel corso del processo di primo grado a Sondrio, fu prosciolto perché ritenuto completamente incapace di intendere e volere al momento del fatto: ebbe solo la pena accessoria di un periodo minimo di 5 anni di cure nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere (Mantova). In Appello, a Milano, il 30 settembre 2003, invece, i giudici ribaltarono in parte la prima sentenza. Infermità non più totale, ma parziale e condanna a poco più di 11 anni, oltre a tre di soggiorno nell’ospedale. In più il maxi-risarcimento: un milione alla figlia minore, il resto diviso fra Di Gregorio, la consorte e gli altri due figli. E ora la richiesta-beffa di versare all’Erario una parte dei soldi in realtà mai riscossi. Come accade agli imprenditori, prima della recente riforma, costretti a pagare l’Iva, senza prima avere incassato la prestazione fatturata.
«Si tratta dell’imposta di registro — spiega l’avvocato Andrea Turconi di Milano, uno dei legali che assiste l’ex emigrante — ossia una tassa che lo Stato esige dai cittadini che hanno ottenuto dall’autorità giudiziaria un provvedimento esecutivo. L’importo, calcolato sul valore del risarcimento a cui si ha diritto, è da versare a prescindere dall’esito dell’esecuzione». Una legge assurda. Che uccide ancora.
di Michele Pusterla

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Catania Today

 

 

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