Silvia Caramazza, 39 anni, commercialista. Uccisa e messa dentro un sacco della spazzatura nel freezer dal fidanzato

1372488835-caramazzaBologna, 8 giugno 2013
L’hanno trovata nel freezer di casa sua, dentro un sacco della spazzatura. Nessuna delle telecamere e delle microspie con cui il fidanzato la controllava ha ripreso nulla.

 

 

 

imageGiulio Caria, 34 anni, manovale. Insiste nel proclamarsi innocente.

 

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Corriere di Bologna
Caria rimase una settimana in casa con il corpo di Silvia Caramazza
La ragazza era diventata sospettosa del fidanzato e registrava le loro conversazioni, ora in mano alla Mobile
BOLOGNA – Il mondo dorato nel quale si era faticosamente inserito, le agiatezze impensabili per i suoi mezzi, il denaro che girava con stupefacente facilità. Un castello che si stava lentamente sgretolando e che è crollato definitivamente quando Silvia ha deciso di chiudere una relazione che le toglieva il respiro. È questo il movente del delitto di viale Aldini, economico e passionale al tempo stesso. Si è sentito in un vicolo cieco Giulio Caria, 34enne manovale sardo in carcere a Sassari dal 26 giugno con l’accusa di aver ucciso la fidanzata Silvia Caramazza, commercialista bolognese di 39 anni, e di aver poi nascosto il cadavere in un freezer in camera da letto.
LE INDAGINI – Un delitto commesso, secondo gli inquirenti che hanno incrociato indizi e riscontri, nella notte tra l’otto e il nove giugno, poco dopo il ritorno di Silvia da un viaggio a Pavia. Le indagini degli investigatori della sezione omicidi della squadra Mobile, coordinati dalla pm Maria Gabriella Tavano, hanno permesso di ricostruire il puzzle del delitto di viale Aldini. Di sicuro Silvia era ancora viva l’otto sera, quando all’ora di cena è stata vista uscire con Caria. Dal giorno dopo, invece, nessuno la vede o riesce a contattarla. C’è un altro particolare. I contatti tra Caria e il rivenditore del freezer, un mercatone di Idice, risalgono proprio all’otto. Il giorno seguente Caria avrebbe telefonato per la consegna dell’elettrodomestico, usato e non più in commercio, avvenuta il dieci. Caria si è presentato a suo nome ma ha chiesto che la fattura fosse intestata a un ex di Silvia, un tentativo maldestro di sviare le indagini.
LA CONSEGNA – Sono stati due fattorini tunisini a consegnarlo in viale Aldini, una circostanza riscontrata dai detective e irrobustita dalla testimonianza di un vicino che li avrebbe visti scaricare il freezer. Tempi e modalità dell’acquisto rappresentano un passaggio decisivo che potrebbe fare da spartiacque nell’eventuale aggravante della premeditazione. In base agli elementi emersi dalle indagini, gli investigatori si sono convinti che Caria sia rimasto in casa fino al 14 giugno, circostanza che ha sempre negato. Silvia, come detto, era morta da tempo. In quei giorni avrebbe tentato di cancellare le tracce di sangue sui muri con una vernice che poi ha versato anche sul materasso che fece ritirare. L’ultima ad avere avuto accesso alla camera da letto dove è stato commesso il delitto è stata la colf. «Stirami la camicia viola che vado a prendere il mio amore», le disse il 7. Successivamente la contattò e le comunicò che le avrebbe lasciato i soldi dal fioraio. Una stranezza che per gli inquirenti serviva a tenerla lontana da casa.
FACEBOOK – Dalle indagini telematiche sugli account di Silvia sarebbe poi emerso che il 10 il profilo facebook era stato cambiato. Per chi indaga era ormai Caria a gestirlo e a mantenerlo in vita. Sarebbe stato sempre lui a spedire una mail a nome di Silvia a un hotel in Sardegna per chiedere il preventivo del catering di un matrimonio che, sono convinti gli inquirenti, era solo nella sua testa. Silvia invece aveva detto basta. Da tempo si sentiva sottoposta a pressioni psicologiche e a vessazioni. Era sorvegliata, spiata e, forse, si era resa conto delle decine di migliaia di euro che, col pretesto dei lavori di ristrutturazione della casa di via Vallescura, uscivano dal suo conto. Preventivi che crescevano a vista d’occhio, pavimenti in buono stato improvvisamente da rifare. Era più di un sospetto, se è vero che a un certo punto Silvia aveva preso a registrare le discussioni sui soldi con Caria. Nastri che la badante del defunto padre ha poi consegnato alla Mobile. Denaro uscito a ritmi sostenuti dai conti di Silvia anche dopo il 16 giugno, quando risultano corposi prelievi effettuati col suo bancomat da Sestola, proprio dove il manovale sardo aveva affittato una casa. Silvia era già morta.
di Ginaluca Rotondi

Il Fatto Quotidiano

Addio a Silvia, uccisa e messa nel freezer: “Simbolo della lotta al femminicidio” Il funerale a Bologna della donna trovata morta nella sua abitazione ha raccolto decine di persone. In piazza anche il sindaco Virginio Merola. L’associazione Casa delle donne: “Ora gli uomini facciano la loro parte: non basta dire io non sono così. Devono cominciare a impegnarsi in prima persona”
Ora gli uomini facciano la loro parte: non basta dire io non sono così, vadano in piazza e facciano una manifestazione urlando ‘Io non sono uno stupratore’”. E’ lapidaria Grazia Negrini, una dei membri del Tavolo delle Donne di Bologna che questo pomeriggio ha partecipato ai funerali di Silvia Caramazza, la ragazza uccisa il 27 giugno scorso, la cui foto è stata donata ai partecipanti con offerta libera per la Casa delle Donne di Bologna e che diventerà simbolo della lotta contra il femminicidio.
Con la Negrini nella chiesa di Santa Caterina di via Saragozza erano presenti un centinaio di persone, tra cui le associazione Udi, Donne in nero, Casa delle Donne, il sindaco di Bologna Virginio Merola, il presidente del consiglio comunale Simona Lembi, amici e parenti della donna il cui corpo è stato ritrovato nel suo appartamento nascosto dentro un freezer da chi l’ha uccisa colpendola alla testa. “Una bestia, chiunque sia stato è una bestia”, ha ripetuto una delle amiche della Caramazza all’uscita del feretro dalla chiesa, dopo una cerimonia sobria e toccante che ha portato i presenti ad ascoltare la canzone preferita da Silvia, Che cos’è l’amor di Vinicio Capossela.
Il sospettato numero uno dell’efferato omicidio continua ad essere Giulio Caria, il fidanzato della ragazza, in carcere a Sassari, catturato proprio nella sua Sardegna dopo una fuga durata 48 ore. Dell’uomo, che si dichiara innocente, solo nelle ultime 24 ore gli investigatori hanno scoperto un paio di impronte sui sacchi in cui era stata nascosta la giovane vittima. “E’ un personaggio che controllava molto la fidanzata, metteva microspie dappertutto, isolava la donna in casa, un grande manipolatore”, spiega una rappresentante della Casa delle Donne, “chi stava vicino a Silvia, le amiche, non dovevano sottovalutare quello che stava accadendo. Anche se uno non ti picchia può avere la meglio su di te. Bisogna sconfiggere il meccanismo di potere e del controllo maschile nel suo complesso”.
I parenti della Caramazza, poco dopo il ritrovamento del cadavere, avevano contattato la Casa delle Donne di Bologna, che offre quotidianamente servizi di prevenzione e aiuto nei casi di stalking e violenze subite dalle donne, e si sono subito accordati per una presenza dell’associazione il giorno delle esequie. “Gli uomini devono fare un passo indietro”, continua, “e l’esempio più immediato a cui mi rifaccio è nella politica. Pensiamo al caso del ministro Kyenge, una persona che combatte i pregiudizi, le minacce e la violenza, sia perché è nera, poi perché è donna, infine perché è ministro. In Italia il potere non va d’accordo con l’essere donna. Chi ottiene posti così importanti nelle istituzioni viene vista come un’usurpatrice”.
Il Comune di Bologna, infine, non esclude di costituirsi parte civile nel processo sul delitto Caramazza. “E’ un delitto che ha sconvolto la comunità bolognese – ha spiegato il sindaco Merola – e l’Italia intera, per la brutalità dell’omicidio e l’inquietante modalità operata dall’assassino per nascondere il corpo della giovane donna. Un’ulteriore vittima del femminicidio, l’uccisione di donne per il semplice fatto che sono donne e non sono le donne che l’uomo e la società vorrebbe che fosse. Sono troppe le vittime di femminicidio che dobbiamo contare ogni anno in questo Paese, e l’omicidio di Silvia Caramazza ci mostra come nessuna comunità possa sentirsi al riparo”.

Il Fatto Quotidiano
Silvia Caramazza, le paure in un blog: “Mi dice: ti controllo il telefono”
Il sito della donna di 39 anni uccisa e fatta a pezzi dal convivente potrebbe essere analizzato dagli investigatori: “C’è una linea sottile tra sospetto e violenza psicologica. E alla lunga logora chiunque” aveva scritto.
“Violenze e violenze”. Si intitola così l’ultimo post che Silvia Caramazza ha scritto sul suo blog, “Latte versato”. È datato 3 giugno, proprio il giorno prima di quel viaggio a Pavia che l’ha portata a incontrare l’ultima persona, un’amica, che l’ha vista viva. L’ultima, ad eccezione del suo assassino, ovviamente. Perché Silvia non c’è più, è stata uccisa. A trovare il suo corpo, ferito alla testa e rinchiuso dentro al freezer di un appartamento di Bologna, sono state le forze dell’ordine, che ora stanno indagando per ricostruire gli ultimi momenti di vita della ragazza, dichiarata scomparsa prima di essere trovata morta.
Ma a raccontare chi era quella giovane trentanovenne cercata per settimane solo per essere rinvenuta senza vita in un sacco della spazzatura nascosto in una casa di viale Aldini, è Silvia stessa. E’ lei che, attraverso le pagine del suo diario online confida i suoi timori, le sue emozioni, le sue speranze. E lei a raccontare che aveva paura, e che qualcosa, nella sua vita, era cambiato. “C’è una linea sottile tra il sospetto e la violenza, psicologica intendo – recita quell’ultimo post, un susseguirsi di emozioni che forse nemmeno le persone a lei più vicine conoscevano – Va da sé che rompere telefoni cellulari o computer faccia parte di una violenza psicologica ben definita anche penalmente. Ma anche tenere sotto pressione una persona facendole credere di essere controllata non è un’azione che può passare così, senza colpo ferire. Dire a una persona ‘ti controllo il telefono e le mail tramite un investigatore’ è una pressione che a lungo andare logora e sfibra chiunque”.
E’ una storia colma di dolore quella di Silvia, forse uccisa nel sonno, mentre riposava nell’appartamento che, secondo i vicini, condivideva con il compagno, Giulio Caria, 34 anni, originario di Berchidda. Fermato in Sardegna dai Carabinieri del nucleo operativo di Olbia sulla base di un provvedimento di fermo della Procura di Bologna perché, secondo gli inquirenti, qualcosa nelle sue dichiarazioni conseguenti alla denuncia di scomparsa di Silvia non tornava. Il gip di Sassari ha convalidato il fermo e ha disposto la custodia cautelare in carcere.

Delle sue paure, in parte, Silvia avrebbe parlato all’amica incontrata a Pavia. Ma, salita sul treno per tornare a Bologna, quel 3 giugno, di lei non si è saputo più nulla. Qualche sms che per gli inquirenti risulta “strano”, difficilmente attribuibile a Silvia, l’ultimo, datato 14 giugno, la descrive in vacanza a Mikonos con il fidanzato. Nient’altro. Infatti è l’assenza di notizie certe che induce le persone che le volevano bene a rivolgersi alla polizia: il 19 giugno, due amiche ne denunciano la scomparsa
Gli agenti chiamano al telefono Caria, che dice: “Siamo a Catania però ora non ve la posso passare”. All’indirizzo indicato dal compagno di Silvia, i due non ci sono. Allora iniziano le indagini e per diversi giorni di Silvia non si sa nulla. Il compagno viene interrogato dagli investigatori, di nuovo le sue parole non tornano. Infine il 27 giugno la polizia entra nell’appartamento di viale Aldini segando le sbarre alle finestre, e lei è lì. Morta.
Ora spetterà agli inquirenti capire se quelle parole scritte da Silvia abbiano un legame con il suo assassinio. Per la Procura l’ipotesi più probabile è che Silvia sia stata picchiata per giorni, settimane prima di quell’ultima aggressione, quella che ha causato la sua morte. Ma a pesare come macigni non saranno più solo le tracce che i medici legali troveranno su di lei, analizzando il suo corpo. “C’è un altro grado di violenza, quella velatamente fisica. Se dico che non ho voglia di rapporti e mi tocchi, non una ma più volte ripetutamente, oltre a darmi un fastidiosissimo senso di repulsione, penso rientri tra le molestie sessuali. Poi mi dici che vuoi essere chiamato amore…”.

E di quel dolore è proprio lei, la vittima, a parlare. “Se solo Dio volesse, ma anche un dio va bene, il fato supponiamo, un accadimento, qualunque cosa possa muovere una virgola e metterla al posto di quel punto sarei vivamente felice. Se questo mio ‘qualcosa’ esiste, che per qualche ora mi renda felice. Questo chiedo. Non di più”. Scriveva poesie, sul suo blog, Silvia. Parlava d’amore, una “parola abusata”, di paura, “tutto questo la spaventava moltissimo, tanto da ricacciare in gola ogni minima reazione alla sua vita attuale”, e di stanchezza, “alla fine, avanti alla grandiosità degli intenti del principio, questa stanchezza che ci si porta addosso come un abito di taglia sbagliata che si incolla alle carni pizzicando e stringendo”.

Raccontava lucidamente, senza mai fare nomi, una situazione che, ora dopo ora, assume sempre più i contorni di un caso di stalking. “Non sentirsi sicuri al telefono, sapere che un ex potrebbe in un futuro incerto scrivere una mail mette in allerta, anche se non si ha nulla da nascondere. Trovare telecamere in casa, messe ‘per controllare se qualcuno entra’, potrebbe anche essere lecito, ma se sono in casa mia e nessuno mi ha mai avvertito della loro esistenza la trovo un’intrusione altrettanto fastidiosa rispetto alle precedenti. Andare a cena fuori e sentirsi dire ‘ti ho fatta seguire per sapere se quel maniaco del tuo amico ti seguiva’ mi pare un arzigogolio inutile. Mi hai fatta seguire? Ma siam pazzi”.

Uccisa nel freezer, confermati a trent’anni

 

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